Tensioni a CBS: fuori Scott Pelley dopo 37 anni a 60 Minutes

Scott Pelley, storico volto del programma televisivo 60 Minutes, è stato licenziato da CBS News dopo un duro confronto con i vertici dell’emittente. Il giornalista, presente nella redazione da 37 anni, aveva criticato pubblicamente la nuova gestione del programma, accusando la dirigenza di compromettere l’identità editoriale di una delle trasmissioni giornalistiche più note degli Stati Uniti. Secondo ricostruzioni della stampa americana, il confronto è avvenuto durante una riunione interna nella quale Pelley avrebbe contestato le scelte della nuova direttrice della rete, Bari Weiss, e la nomina del documentarista Nick Bilton come produttore esecutivo di 60 Minutes. Dopo l’incontro con il presidente di CBS, Tom Cibrowski, con Weiss, Bilton e i responsabili delle risorse umane, il giornalista è stato informato della conclusione del rapporto di lavoro. La vicenda si inserisce in una fase di forti cambiamenti per CBS News e per 60 Minutes, programma nato nel 1968 e diventato negli anni un punto di riferimento per il giornalismo investigativo televisivo grazie a inchieste e interviste che hanno segnato la storia dell’informazione americana. Tra queste figurano servizi sul massacro di My Lai durante la guerra del Vietnam, sul caso Emmett Till, sull’industria del tabacco e sull’intervista realizzata da Anderson Cooper a Stormy Daniels. Nelle ultime settimane il programma ha registrato ulteriori cambiamenti. Le giornaliste Sharyn Alfonsi e Cecilia Vega sono state licenziate, mentre Anderson Cooper ha lasciato la trasmissione dopo vent’anni. Contestualmente sono cambiati diversi dirigenti e produttori della redazione. CBS respinge le accuse di interferenze politiche e sostiene che la riorganizzazione risponda alla necessità di adattare il prodotto giornalistico alle nuove abitudini del pubblico. La rete ha evidenziato un incremento dell’audience del 9%, citando dati Nielsen, e ha attribuito i cambiamenti a una strategia di rinnovamento in un mercato televisivo caratterizzato da una progressiva riduzione degli ascolti. Bari Weiss ha dichiarato allo staff: “Sono interessata a lavorare soltanto in una redazione costruita sulla fiducia e il rispetto reciproco”. La direttrice ha inoltre affermato che la dirigenza aveva tentato di trovare una soluzione condivisa con Pelley senza però raggiungere un accordo. Il giornalista ha contestato questa versione dei fatti. In una lunga dichiarazione diffusa il giorno successivo al licenziamento e riportata dal Washington Post, ha sostenuto che il conflitto non riguardasse una questione personale ma il futuro stesso del programma. “60 Minutes ha perso il suo DNA”, ha scritto, affermando che il progressivo allontanamento di dirigenti, produttori e reporter storici avrebbe modificato profondamente la cultura professionale della trasmissione. Nella lettera, Pelley ha fatto riferimento anche ai recenti licenziamenti avvenuti all’interno della redazione, sostenendo che “persone valide sono state messe a tacere”. Ha inoltre dichiarato che alcuni giornalisti sarebbero stati invitati a inserire nei servizi affermazioni non verificate e contenuti che, a suo dire, non rispettavano gli standard tradizionali della trasmissione. “Sono riuscito a ignorare queste istruzioni oppure a rifiutarle”, ha scritto. L’ex conduttore ha collegato parte dei cambiamenti editoriali ai rapporti tra la nuova proprietà e le istituzioni federali, sostenendo che alcune decisioni sarebbero state prese “apparentemente per ingraziarsi, almeno per un momento, l’amministrazione Trump”. Ha inoltre criticato la possibilità che alcuni esponenti politici possano influire sulla scelta degli intervistatori, definendo questa pratica incompatibile con l’indipendenza della stampa. Secondo quanto riportato da media statunitensi, durante una riunione interna successiva al licenziamento, Weiss avrebbe ribadito la necessità di mantenere un clima fondato sulla fiducia reciproca. Pelley ha replicato accusando i dirigenti di aver fornito ai colleghi una rappresentazione non corretta degli eventi e ha sostenuto che il confronto si sarebbe interrotto senza che fossero fornite risposte alle sue domande sui cambiamenti interni al programma. Sul fronte societario, il caso arriva mentre Paramount-Skydance, proprietaria della rete, è impegnata in una fase di consolidamento industriale e sta lavorando a operazioni strategiche che coinvolgono il settore dei media statunitensi. Negli ultimi anni la società ha inoltre affrontato controversie legali legate all’attività giornalistica di 60 Minutes, compresa una causa promossa dall’attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump riguardante il montaggio di un’intervista a Kamala Harris, successivamente chiusa con un accordo tra le parti. Nella parte finale della sua dichiarazione, Pelley ha salutato i colleghi affermando di lasciare il programma “con il cuore colmo di gratitudine”, ricordando il lavoro svolto nel corso della sua lunga esperienza professionale e il valore della tradizione giornalistica costruita negli anni da 60 Minutes.
Cnn denuncia Perplexity per uso illecito di 17mila contenuti

La Cnn ha avviato un’azione legale contro la società di intelligenza artificiale Perplexity, accusandola di avere utilizzato senza autorizzazione migliaia di contenuti giornalistici per addestrare e alimentare i propri sistemi tecnologici. Secondo quanto riportato nella denuncia, la piattaforma avrebbe usato oltre 17mila tra articoli, immagini e video originali prodotti dall’emittente americana, aggirando le regole sulla proprietà intellettuale e sul copyright. La causa è stata depositata negli Stati Uniti e rappresenta un nuovo capitolo dello scontro tra aziende editoriali e società che sviluppano strumenti di AI. La Cnn sostiene che i propri contenuti siano stati utilizzati per costruire e migliorare i motori di ricerca basati su intelligenza artificiale senza una regolare licenza. Perplexity respinge le accuse e basa la propria difesa sul principio secondo cui il diritto d’autore non protegge i fatti o le idee, ma soltanto il modo in cui queste informazioni vengono raccontate. L’azienda sostiene infatti di distribuire “informazioni” e non “contenuti” protetti dal copyright. La posizione della Cnn è diversa. Secondo il gruppo editoriale, un articolo giornalistico non è una semplice raccolta di fatti, ma il risultato di un lavoro di ricerca, verifica e interpretazione. Per questo motivo, la testata ritiene che i propri contenuti siano opere creative tutelate dalla legge sul diritto d’autore. L’emittente americana ha inoltre spiegato che la decisione di portare il caso in tribunale è arrivata dopo il fallimento di alcune trattative avviate nel 2025 per raggiungere un accordo commerciale con Perplexity. La Cnn ha precisato di non essere contraria allo sviluppo delle nuove tecnologie, ricordando di avere già accordi di collaborazione e licenza con altre aziende del settore tecnologico, tra cui Meta. Negli Stati Uniti il numero delle controversie legali legate all’intelligenza artificiale generativa è aumentato rapidamente dopo il lancio di ChatGpt nel 2022. Diverse aziende editoriali, autori e piattaforme digitali hanno accusato le società che sviluppano AI di avere utilizzato materiali protetti senza autorizzazione per addestrare i propri sistemi. Nel caso di Perplexity, la causa avviata dalla Cnn si aggiunge ad altre azioni legali già presentate da realtà come New York Times, Dow Jones e Reddit. Secondo quanto riferito da Reuters, i procedimenti riguardano l’utilizzo di articoli, testi e contenuti online nei processi di addestramento dei modelli di intelligenza artificiale.
Trump rilancia la causa da 10 miliardi contro il Wall Street Journal per l’articolo su Epstein

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ripresentato una causa civile da 10 miliardi di dollari contro il Wall Street Journal, accusando il quotidiano di aver pubblicato una storia “falsa, malevola e diffamatoria” sui suoi rapporti con Jeffrey Epstein. La nuova azione legale arriva dopo che, il mese scorso, il giudice federale della Florida Darrin P. Gayles aveva archiviato senza pregiudizio la precedente denuncia. La decisione permetteva comunque al presidente di presentare un nuovo ricorso con ulteriori elementi entro il 27 maggio. La vicenda riguarda un articolo pubblicato dal quotidiano statunitense nel luglio 2025. Secondo quanto scritto dal giornale, Trump avrebbe inviato nel 2003 un biglietto di auguri dal contenuto definito “licenzioso” a Epstein. Il testo sarebbe stato accompagnato da un disegno raffigurante il busto di una donna nuda con la firma del presidente. Trump ha sempre negato l’esistenza del documento. Nella nuova denuncia, che contiene sette pagine in più rispetto alla precedente, il team legale del presidente sostiene che il Wall Street Journal, il gruppo editoriale Dow Jones, News Corp e i giornalisti Khadeeja Safdar e Joe Palazzolo abbiano pubblicato l’articolo senza possedere prove autentiche. Secondo l’accusa, i responsabili della pubblicazione avrebbero ignorato volontariamente elementi che mettevano in dubbio la veridicità della storia. Nel testo della causa si legge: “Nessuna lettera autentica è mai esistita”. Tra i punti citati compare anche una conversazione attribuita a Trump e a Rupert Murdoch, proprietario di News Corp. e storico alleato del presidente. Secondo quanto riportato nella denuncia, Murdoch avrebbe detto: “Me ne occuperò io”, dopo essere stato informato della possibile pubblicazione dell’articolo. Trump avrebbe interpretato quella frase come un segnale che il pezzo non sarebbe stato pubblicato. Uno degli aspetti centrali del procedimento riguarda il concetto giuridico di “actual malice”, cioè la “malizia effettiva”. Negli Stati Uniti questa regola è fondamentale nelle cause per diffamazione contro gli organi di stampa. Nella precedente decisione, il giudice Gayles aveva stabilito che l’accusa non era riuscita a dimostrare che il quotidiano avesse pubblicato informazioni false sapendo che fossero false oppure agendo con “temerario disprezzo della verità”. Secondo il tribunale, il Wall Street Journal aveva comunque cercato di verificare l’autenticità del documento prima della pubblicazione dell’articolo. Per questo motivo il giudice aveva chiesto al team legale del presidente di presentare ulteriori prove. Nel nuovo ricorso compaiono anche dichiarazioni attribuite a Ghislaine Maxwell, ex collaboratrice di Epstein. Maxwell avrebbe affermato di non ricordare alcuna lettera inviata da Trump.
Reuters pubblica il primo documentario investigativo su Sudan

Reuters ha pubblicato il suo primo documentario investigativo con l’obiettivo di rafforzare la presenza nel giornalismo video e raggiungere un pubblico più ampio. Il film, intitolato “Death in Darfur”, dura 28 minuti e racconta le violenze avvenute nella città sudanese di al-Fashir attraverso immagini registrate dagli stessi gruppi paramilitari coinvolti negli attacchi contro i civili. Il documentario è disponibile sul sito ufficiale di Reuters e su YouTube. Il progetto nasce dalla volontà dell’agenzia internazionale di collegare il lavoro delle sue inchieste testuali con la grande rete globale dedicata ai contenuti video. Reuters ha infatti spiegato di voler sviluppare nuove produzioni investigative capaci di parlare anche a chi segue meno gli articoli scritti e preferisce guardare video online. Per sostenere questo piano, Reuters ha assunto Suzanne Vanhooymissen come prima responsabile delle inchieste documentaristiche e Sarah Cahlan come responsabile delle inchieste visive. Vanhooymissen, che ha prodotto e diretto “Death in Darfur”, ha dichiarato a Press Gazette: “All’interno dell’unità investigativa abbiamo una forza incredibile quando si tratta di indagini basate su testi che vengono poi elaborate graficamente e animate in modo accattivante online”. La responsabile ha spiegato che Reuters possiede già una struttura video con presenza internazionale e che il nuovo obiettivo è unire queste competenze con il lavoro investigativo. Secondo Vanhooymissen, in passato le inchieste scritte potevano includere brevi contenuti video, ma questi materiali non facevano parte del progetto fin dall’inizio. “Ed è questo che vogliamo cambiare”, ha affermato. Il progetto sul Darfur è iniziato nell’ottobre 2025, quando una troupe Reuters è arrivata nei campi profughi del Ciad, vicino al Sudan, dopo gli attacchi avvenuti ad al-Fashir. Inizialmente il gruppo non prevedeva di realizzare un documentario, ma la disponibilità di materiali esclusivi ha portato la redazione a trasformare il lavoro in una produzione più ampia. Alla realizzazione del film hanno collaborato anche Sudan Witness, che aveva raccolto diversi filmati, e il team Reuters Arabic, impegnato nella verifica e nella traduzione del materiale video. Reuters ha inoltre spiegato di voler coinvolgere sempre di più i propri 2.600 giornalisti nella ricerca di storie che possano diventare documentari investigativi grazie ad accessi esclusivi o conoscenze dirette del territorio. Vanhooymissen ha riferito che, dopo la pubblicazione del documentario, sono già arrivate internamente nuove proposte per altre inchieste video. “Grazie a questo film ho già ricevuto internamente tre o quattro proposte per altre storie che ora inizieremo a valutare”, ha dichiarato. Reuters ha spiegato che la durata dei futuri documentari sarà variabile e dipenderà dalle necessità delle singole storie. L’agenzia sta inoltre lavorando per costruire un pubblico stabile su YouTube, dove verrà creata una playlist dedicata esclusivamente ai documentari investigativi. L’obiettivo è fare in modo che gli utenti riconoscano questa nuova offerta editoriale accanto alle tradizionali notizie dell’ultima ora pubblicate dal gruppo. Secondo Reuters, proprio YouTube potrebbe diventare il principale punto di contatto con nuovi utenti, soprattutto giovani. Vanhooymissen ha spiegato: “Spero che ci sia interesse per contenuti più approfonditi, anche tra il pubblico più giovane”. Reuters ritiene infatti che molti utenti siano abituati a contenuti visivi e che i documentari possano rappresentare un nuovo formato capace di coinvolgerli. Il trailer pubblicato su TikTok ha superato i sei milioni di visualizzazioni, mostrando una forte diffusione del contenuto sulle piattaforme social. Reuters spera che questo interesse possa portare nuovi utenti verso il resto dell’offerta giornalistica del gruppo, compresi gli abbonamenti digitali attivati sul sito dall’ottobre 2024. Leela de Kretser, produttrice esecutiva della divisione podcast Reuters, ha dichiarato che gli abbonati sono interessati soprattutto alle inchieste approfondite e che il documentario rappresenta una versione visiva di questo tipo di lavoro giornalistico. Ha inoltre spiegato che il film ha mostrato immagini della crisi sudanese che in precedenza non erano mai state raccontate in modo così dettagliato attraverso altri formati.
Washington Post ridimensiona la sede per il crollo degli abbonamenti digitali

Il Washington Post prepara una forte riduzione degli spazi occupati nella sede di One Franklin Square, a Washington, dieci anni dopo il trasferimento voluto da Jeff Bezos come simbolo della crescita digitale del quotidiano americano. La notizia è stata riportata da Status e arriva in una fase difficile per il giornale, segnata da perdite economiche, calo degli abbonamenti e numerosi tagli interni. L’edificio di K Street era stato inaugurato nel gennaio 2016 alla presenza dell’allora segretario di Stato John Kerry e della sindaca di Washington Muriel Bowser. Bezos, proprietario del giornale dal 2013 dopo l’acquisto per 250 milioni di dollari, aveva presentato la nuova sede come il centro della trasformazione digitale del quotidiano. In quell’occasione dichiarò: “Sono un grande sostenitore dell’idea di guardare al futuro”. Il fondatore di Amazon spiegò che il giornale avrebbe dovuto “inventare” nuove forme di giornalismo digitale, puntando su tecnologia, innovazione e investimenti a lungo termine. Bezos parlò anche dei cambiamenti portati da internet nel modo di creare e distribuire le notizie, assicurando che il quotidiano avrebbe continuato a investire sulla qualità editoriale. Negli anni del primo mandato presidenziale di Donald Trump, il Washington Post registrò una forte crescita. Gli abbonamenti digitali superarono quota 3 milioni e la redazione aumentò il numero dei dipendenti. Il giornale investì in podcast, video, tecnologia e copertura internazionale, mentre Bezos veniva considerato uno degli imprenditori più impegnati nel rilancio della stampa americana. Negli ultimi anni, però, la situazione economica è cambiata. Secondo le stime riportate da diversi osservatori, le perdite annuali del quotidiano hanno sfiorato i 100 milioni di dollari. Gli abbonamenti digitali sono scesi sotto i 2,5 milioni e il traffico online si è ridotto di circa la metà negli ultimi tre anni. La diminuzione delle entrate ha portato a licenziamenti e tagli in più settori della redazione. Tra le decisioni più discusse ci sono la chiusura del desk sportivo, la riduzione della copertura internazionale e delle notizie locali e la sospensione del podcast Post Reports. Negli ultimi mesi sono aumentate anche le polemiche legate ad alcune scelte attribuite direttamente a Bezos. Tra queste il blocco dell’endorsement a Kamala Harris durante l’ultima campagna presidenziale e il nuovo orientamento della sezione opinioni verso temi legati al libero mercato e alle libertà individuali. Ulteriori critiche sono arrivate dopo il finanziamento del documentario dedicato a Melania Trump, una decisione che ha alimentato il dibattito interno ed esterno sul ruolo editoriale del quotidiano e sulla direzione scelta dalla proprietà.
L’editore del New York Times ai media Usa: “Non cedete a Trump”

L’editore del The New York Times, A.G. Sulzberger, ha accusato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump di avere aumentato le pressioni contro la libertà di stampa e contro i mezzi di informazione americani. Durante un evento organizzato dalla Yale Law School a New York, Sulzberger ha dichiarato che l’amministrazione Trump avrebbe usato strumenti e poteri istituzionali contro il lavoro dei giornalisti in modo più aggressivo rispetto ai precedenti presidenti moderni. Nel suo intervento, l’editore del quotidiano statunitense ha parlato anche del comportamento di alcune aziende dell’informazione americane, accusandole di avere fatto concessioni all’amministrazione per proteggere interessi economici o evitare scontri politici. “Non serve a nessuno ignorare la realtà che il presidente Trump abbia usato una gamma sempre più ampia di strumenti e poteri per colpire la stampa in modo molto più aggressivo rispetto ai suoi predecessori moderni”, ha detto Sulzberger. Tra gli esempi citati ci sono le regole introdotte dal Pentagono per l’accesso dei giornalisti, che prevedevano accrediti soltanto per media considerati fedeli al dipartimento. La misura è stata successivamente giudicata incostituzionale da un giudice federale. Sulzberger ha ricordato anche le cause legali avviate da Trump contro alcune testate, tra cui il The Wall Street Journal, il Des Moines Register e la BBC. Nel discorso è stato citato anche il caso del conduttore televisivo Stephen Colbert, allontanato dalla CBS nonostante il suo programma fosse tra i più seguiti della rete. Secondo Sulzberger, alcune aziende mediatiche avrebbero modificato contenuti editoriali o ridotto le critiche verso Trump. Tra gli esempi riportati c’è il The Washington Post, di proprietà dell’imprenditore Jeff Bezos, accusato di avere limitato alcune posizioni critiche nelle pagine degli editoriali. L’editore del New York Times ha inoltre parlato della scelta di alcuni media di utilizzare termini preferiti dall’amministrazione Trump, come la sostituzione dell’espressione “Golfo del Messico” con “Golfo d’America”. Secondo Sulzberger, questi comportamenti sarebbero stati adottati per “placare l’amministrazione o favorire i propri interessi economici”. “Questa capitolazione, anche nei casi apparentemente minori, serve soltanto a incoraggiare l’amministrazione a continuare ad attaccare la stampa”, ha aggiunto. A settembre, Trump aveva avviato una causa da 15 miliardi di dollari contro il New York Times, accusando il quotidiano di essere “un megafono sfacciato del Partito democratico”. Pochi giorni dopo, però, un giudice della Florida ha respinto il procedimento. A maggio, invece, l’amministrazione statunitense ha citato in giudizio il giornale per le sue pratiche di assunzione, sostenendo che un dipendente maschio bianco sarebbe stato discriminato nella selezione per un incarico importante. Negli ultimi giorni, il New York Times ha presentato una nuova causa contro una disposizione del Dipartimento della Difesa che obbliga i reporter a essere accompagnati all’interno dell’edificio. Secondo il quotidiano, la misura limiterebbe il lavoro giornalistico e impedirebbe ai cronisti di raccogliere informazioni considerate sensibili dai vertici militari. Nel suo intervento, Sulzberger ha comunque elogiato alcune organizzazioni dell’informazione che hanno deciso di opporsi legalmente alle iniziative dell’amministrazione Trump. Tra queste ha citato il Wall Street Journal, la Associated Press e la radio pubblica NPR. “Alcune testate si sono dimostrate all’altezza della situazione opponendosi agli sforzi dell’amministrazione Trump di punire il giornalismo indipendente”, ha affermato l’editore del New York Times.
James Murdoch compra New York Magazine e parte di Vox Media per 300 milioni di dollari

James Murdoch ha acquistato il New York Magazine e una parte importante degli asset di Vox Media con un accordo da circa 300 milioni di dollari. L’operazione era stata anticipata nelle scorse settimane ed è considerata il più grande investimento realizzato da Murdoch da quando, nel 2025, aveva raggiunto un’intesa con la sua famiglia per chiudere la lunga disputa sul controllo dell’impero mediatico fondato dal padre Rupert Murdoch. L’accordo comprende circa metà delle attività della società americana dei media digitali. Tra gli asset inclusi ci sono Vox.com e la rete di podcast del gruppo, considerata una delle più redditizie dell’azienda. Restano invece esclusi altri marchi molto conosciuti come The Verge, Eater, SB Nation e Popsugar. James Murdoch ha spiegato al New York Times quali sono gli obiettivi dell’operazione. “Vogliamo creare piattaforme in cui persone di talento possano realizzare il loro migliore lavoro”, ha dichiarato. Murdoch ha aggiunto di non essere interessato a un’attività di “informazione quotidiana”, ma a un “giornalismo di ampio respiro, capace di dialogare realmente con la cultura”. Per James Murdoch l’acquisto ha anche un significato legato alla storia della sua famiglia. Nel 1977, infatti, Rupert Murdoch acquistò la società proprietaria del magazine New York, per poi venderla nel 1991. Con questa nuova acquisizione il brand torna quindi sotto il controllo della famiglia Murdoch dopo oltre trent’anni. L’operazione rafforza anche il ruolo di Lupa Systems, la società di investimento guidata da James Murdoch. Negli ultimi anni il gruppo ha investito in diverse attività legate al mondo dei media e dell’intrattenimento. Tra queste c’è Tribeca Enterprises, la società che controlla il Tribeca Film Festival. Lupa Systems riceve inoltre supporto finanziario da Bodhi Tree Systems, considerato uno dei principali investitori media dell’India. Parallelamente, James Murdoch e la moglie Kathryn guidano anche la fondazione Quadrivium, che sostiene organizzazioni giornalistiche no profit come The 19th, redazione specializzata nei temi politici e di genere, e The Bulwark, società di media digitali collegata al movimento americano “Never Trump”.
Il leader inglese Farage pubblica online il badge di un reporter del Guardian

Il politico Nigel Farage ha pubblicato sui social network la foto del tesserino stampa di un fotografo del quotidiano britannico Guardian, provocando la reazione del giornale e del sindacato dei giornalisti britannici NUJ, che accusano il leader di Reform UK di avere messo il reporter in una situazione potenzialmente pericolosa. Il caso è nato durante un’inchiesta del Guardian sui finanziamenti ricevuti da Farage. Il quotidiano stava infatti lavorando a un articolo sulla donazione personale da 5 milioni di sterline che il politico britannico avrebbe ricevuto dal miliardario delle criptovalute Christopher Harborne. Secondo il quotidiano, il leader di Reform UK avrebbe ottenuto il denaro poco prima di cambiare idea sulla sua candidatura alle elezioni britanniche del 2024. Farage ha confermato di avere ricevuto i 5 milioni di sterline, spiegando però che il denaro era destinato esclusivamente alla sua sicurezza personale. Il politico britannico ha inoltre sostenuto che le informazioni sulle sue finanze siano state ottenute attraverso un presunto “grave caso di pirateria informatica”. Per realizzare il servizio, un fotografo incaricato dal giornale si è recato vicino alla casa di Farage per scattare alcune immagini dell’abitazione. Secondo il Guardian, il reporter si trovava su una strada pubblica, quindi in un luogo dove chiunque può passare legalmente. A un certo punto gli addetti alla sicurezza di Farage hanno fermato il fotografo e gli hanno chiesto di identificarsi. Il reporter ha quindi mostrato il suo tesserino professionale della National Union of Journalists, il documento che serve ai giornalisti per dimostrare chi sono e per quale testata lavorano. Successivamente Farage ha fotografato quel badge e ha pubblicato l’immagine sui suoi profili social, mostrando il documento del reporter ai suoi follower. Nel messaggio il leader di Reform UK ha scritto: “Il mio team di sicurezza ha appena trovato questo giornalista del Guardian nella mia proprietà. Ecco perché ho bisogno di sicurezza. Assolutamente inaccettabile”. Secondo il Guardian e la NUJ, il problema non riguarda il fatto che Farage abbia chiesto l’identità del fotografo, ma la decisione di pubblicare online il suo tesserino stampa. Il giornale e il sindacato sostengono infatti che mostrare pubblicamente le credenziali di un giornalista possa trasformarlo in un bersaglio di insulti, minacce o molestie da parte degli utenti dei social network. Per questo motivo il Guardian ha accusato Farage di avere “esposto a rischi” il proprio collaboratore. In una dichiarazione ufficiale il quotidiano ha spiegato che il fotografo “stava svolgendo legalmente il suo lavoro in uno spazio pubblico”. Il giornale ha aggiunto: “Chiedere conto alle figure pubbliche è il ruolo di una stampa libera”. Anche la NUJ ha criticato duramente il comportamento del leader politico britannico. Laura Davison, segretaria generale del sindacato, ha dichiarato: “Nessun giornalista dovrebbe essere soggetto ad azioni che lo prendano di mira o lo espongano a potenziali rischi nello svolgimento del suo legittimo lavoro“. La NUJ ha ricordato che nel Regno Unito i giornalisti subiscono sempre più spesso attacchi, molestie e minacce, soprattutto online, e che la diffusione pubblica di documenti professionali può aumentare questi rischi. (In copertina, la foto del badge del fotografo condivisa sui social di Farage. Credenziali oscurate. Fonte: Instagram Nigel Farage)
The New York Times vieta ai freelance l’uso dell’IA nei testi

Il New York Times ha inviato ai suoi collaboratori freelance una nuova comunicazione per ricordare le regole sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella produzione di articoli e immagini destinati alla pubblicazione. L’e-mail, spedita martedì e visionata dal sito Futurism, ribadisce che ogni contenuto consegnato al giornale deve essere creato esclusivamente da persone e non può essere generato, modificato o migliorato tramite strumenti di IA generativa. Nel messaggio il quotidiano americano spiega che “tutti i testi e le immagini che i freelance inviano al Times devono essere frutto della creatività e della maestria umana“. Il documento aggiunge che i collaboratori “non devono inviare materiale per la pubblicazione che contenga contenuti generati, modificati o migliorati da strumenti di IA generativa”. L’avviso rimanda anche a una politica interna più dettagliata dedicata all’uso dell’IA da parte dei freelance. Secondo le linee guida, gli strumenti di intelligenza artificiale possono essere usati soltanto per attività di brainstorming generale, ma non per scrivere o modificare articoli. Il documento precisa infatti che i collaboratori “non possono utilizzare strumenti di intelligenza artificiale generativa per la stesura di alcuna parte di un articolo”. Tra le attività vietate rientrano la creazione, la revisione, la modifica, il miglioramento e la riformulazione dei testi tramite software di IA generativa. Nelle linee guida vengono citati direttamente alcuni strumenti, tra cui ChatGPT, Gemini, Claude e Perplexity per i chatbot, Google AI Overviews per le ricerche automatiche e generatori di immagini come Adobe Firefly, DALL-E e MidJourney. Il richiamo arriva dopo diverse controversie che hanno coinvolto il giornale negli ultimi mesi. A marzo una collaboratrice della rubrica “Modern Love” era stata accusata pubblicamente di aver utilizzato l’intelligenza artificiale per creare un saggio personale. L’autrice aveva poi dichiarato a Futurism di avere usato chatbot per ideare e revisionare il testo. Ad aprile il quotidiano ha invece interrotto la collaborazione con un freelance che aveva ammesso di avere utilizzato l’IA per scrivere una recensione letteraria. Dopo la pubblicazione, l’articolo era stato accusato di contenere materiale plagiato. La scorsa settimana il New York Times è stato coinvolto in un nuovo caso legato all’utilizzo dell’IA. Una rettifica pubblicata dal giornale ha spiegato che un articolo dedicato al primo ministro canadese Mark Carney conteneva una citazione inesatta generata da uno strumento di intelligenza artificiale. Secondo quanto riportato nella correzione, una frase attribuita al leader conservatore Pierre Poilievre era in realtà un riassunto automatico delle sue posizioni politiche trasformato erroneamente in una citazione diretta. Nel testo della rettifica il quotidiano ha scritto: “Il giornalista avrebbe dovuto verificare l’accuratezza del risultato fornito dallo strumento di intelligenza artificiale”. Futurism ha chiesto al New York Times se il nuovo promemoria inviato ai freelance fosse collegato ai recenti episodi. In risposta, il giornale ha dichiarato che “forniamo regolarmente linee guida aggiornate ai freelance e in questo caso volevamo chiarire le nostre politiche relative all’uso dell’IA”.
Il WSJ racconta il lavoro dietro l’articolo su Trump ed Epstein. Tucker: “Le inchieste costano tempo, soldi e supporto legale”

La direttrice del Wall Street Journal, Emma Tucker, ha raccontato a Londra i retroscena dell’inchiesta che collegava Donald Trump al finanziere americano Jeffrey Epstein, spiegando che il lavoro giornalistico ha richiesto mesi di verifiche, decine di persone coinvolte e un forte supporto legale. Tucker ha parlato durante il summit sul giornalismo investigativo “Truth Tellers”, organizzato in memoria di Sir Harry Evans. La vicenda nasce da un articolo pubblicato dal Wall Street Journal in cui si sosteneva che Trump avesse inviato un messaggio di compleanno dal contenuto osceno a Epstein. Dopo la pubblicazione, Trump aveva tentato di ottenere un risarcimento da 10 miliardi di dollari per diffamazione. La causa è stata però archiviata ad aprile, quando un giudice statunitense ha stabilito che non era stato dimostrato il “dolo effettivo”, elemento richiesto dalla legge americana per condannare una testata giornalistica per diffamazione. Durante l’incontro, Tucker ha spiegato che l’inchiesta ha coinvolto almeno 20 persone tra giornalisti, redattori, legali e responsabili degli standard editoriali. Ha detto che il lavoro è andato avanti per “ben oltre sei mesi” e ha definito l’esperienza “un sacco di problemi”, sottolineando però l’importanza del giornalismo investigativo. Tucker ha dichiarato: “È un ottimo esempio del perché il tipo di giornalismo che tutti cerchiamo di mantenere vivo e su cui ci concentriamo sia messo in discussione, perché ha richiesto moltissimo tempo. Ha richiesto un’enorme quantità di risorse”. La direttrice del quotidiano americano ha spiegato che, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, le redazioni devono concentrarsi soprattutto su storie originali e complesse. “Sono queste le storie su cui dobbiamo concentrarci, quelle che raccontano alle persone qualcosa che non sapevano”, ha affermato. Secondo Tucker, uno dei problemi più grandi oggi riguarda le pressioni legali che arrivano ancora prima della pubblicazione degli articoli. Ha spiegato che sempre più spesso le redazioni ricevono lettere di avvocati e minacce di cause prima che una notizia venga pubblicata. Ha definito questa pratica una strategia che può mettere in dubbio la credibilità delle notizie e rallentare il lavoro dei giornalisti. “Prima ancora di arrivare alla pubblicazione, le cause legali piovano addosso, un vero e proprio torrente di lettere legali ti investe”, ha dichiarato Tucker. La giornalista ha aggiunto che questo obbliga reporter e avvocati a lavorare insieme continuamente, aumentando tempi e costi delle inchieste. Alla domanda sul coinvolgimento del proprietario del giornale, Rupert Murdoch, Tucker ha risposto che le discussioni con l’editore sono normali quando si affrontano storie delicate, ma che “le decisioni sulla pubblicazione sono mie”. Nel corso dello stesso incontro è intervenuto anche Joshi Herrmann, fondatore di Mill Media, che ha parlato delle difficoltà affrontate dalle piccole testate locali nel Regno Unito. Herrmann ha spiegato che le minacce legali rappresentano “una grande ragione” per cui alcune notizie non vengono pubblicate. Mill Media sta affrontando due denunce per diffamazione legate ad articoli pubblicati da testate locali del gruppo. Herrmann ha dichiarato che le leggi britanniche permettono ancora di intentare cause contro articoli “veri e ben documentati”, chiedendo maggiori protezioni contro le cosiddette SLAPP, le cause strategiche usate per scoraggiare la partecipazione pubblica e intimidire i giornalisti. Herrmann ha raccontato anche di avere ricevuto una minaccia legale da un consigliere speciale del ministro dell’Interno britannico Shabana Mahmood, poco prima della pubblicazione di un articolo del Birmingham Dispatch. Secondo il giornalista, il messaggio minacciava azioni per diffamazione, violazione della privacy e una possibile ingiunzione dell’Alta Corte per bloccare la pubblicazione. “Credo che l’abbia fatto perché pensava che, essendo una piccola pubblicazione locale di Birmingham, potessi intimidirli”, ha dichiarato Herrmann. Sul palco era presente anche Patrick Radden Keefe, che ha raccontato di ricevere spesso lettere legali preventive durante il lavoro sulle sue inchieste. Il giornalista ha spiegato che queste comunicazioni “sono concepite per intimidire” e che esistono aziende specializzate nell’invio di lettere minacciose prima ancora della pubblicazione degli articoli. Keefe ha ricordato il periodo in cui lavorava a un libro sulla famiglia Sackler e sulla crisi degli oppioidi negli Stati Uniti, spiegando di avere ricevuto richieste legali che lo obbligavano a conservare documenti per tempi indefiniti. “Cosa succede al giornalista indipendente, o a chi lavora per una rivista appena nata, quando riceve una lettera da una di queste aziende?”, ha chiesto Keefe durante il dibattito. Al summit è intervenuta anche Christiane Amanpour, responsabile della programmazione internazionale della CNN. Amanpour ha detto di essere “preoccupata” per una possibile acquisizione dell’emittente da parte del miliardario David Ellison e ha ribadito l’importanza dell’indipendenza editoriale nelle grandi reti televisive. (In foto, Trump ed Epstein)