Pittsburgh Post-Gazette chiude il 3 maggio, dopo 240 anni e perdite per oltre 350 milioni

Pittsburgh Post-Gazette

La pubblicazione del Pittsburgh Post-Gazette terminerà il 3 maggio 2026, ponendo fine a una storia editoriale iniziata nel 1786 e durata quasi due secoli e mezzo. La chiusura riguarda Pittsburgh e la sua area metropolitana e nasce da una combinazione di perdite economiche, decisioni giudiziarie e una lunga vertenza sindacale, come comunicato dalla società proprietaria Block Communications Inc. La holding mediatica, che controlla il quotidiano dal 1923, ha spiegato che negli ultimi vent’anni la gestione del giornale ha generato oltre 350 milioni di dollari di perdite. “Negli ultimi 20 anni, Block Communications ha perso più di 350 milioni con la Post-Gazette. La realtà con cui è alle prese il giornalismo locale non rende sostenibile continuare con perdite di tale entità”, ha dichiarato l’azienda, collegando la decisione alle difficoltà strutturali del giornalismo locale negli Stati Uniti. Il Pittsburgh Post-Gazette è considerato uno dei quotidiani più antichi del Paese. Le sue origini risalgono al 29 luglio 1786, quando John Scull e Joseph Hall pubblicarono il Pittsburgh Gazette, primo giornale stampato a ovest dei Monti Allegheny. Nel tempo la testata ha cambiato nome e proprietà, documentando eventi locali e nazionali e pubblicando anche la Costituzione degli Stati Uniti nel 1787. Nel 1927, con l’acquisizione da parte di Paul Block, assunse l’attuale denominazione, diventando il principale quotidiano dell’area di Pittsburgh. L’annuncio della chiusura è arrivato poche ore dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto la richiesta di sospendere l’esecuzione di una sentenza di grado inferiore, ritenuta onerosa dall’azienda. La decisione giudiziaria si inserisce in una battaglia legale durata anni tra l’editore e i sindacati dei dipendenti, legata ai contratti di lavoro e alla copertura sanitaria. A novembre, la Corte d’Appello del Terzo Circuito aveva ordinato al quotidiano di ripristinare le condizioni di un contratto scaduto nel 2017, inclusa una copertura assicurativa sanitaria comparabile. Un ricorso aveva temporaneamente sospeso l’applicazione della sentenza, ma il procedimento si è concluso con la decisione di mercoledì. In un video rivolto ai dipendenti, la presidente e direttrice operativa Jodi Miehls ha affermato: “Dal 2007, il Post-Gazette ha operato in perdita significativa, sostenuto da centinaia di milioni di dollari di investimenti continui della famiglia Block per mantenerlo aperto. Nonostante questi sforzi, la realtà che il giornalismo locale sta affrontando ci ha portato a questo triste momento”. Fondata nel 1900 e con sede a Toledo, Ohio, Block Communications Inc. ha espresso rammarico per l’impatto della decisione su Pittsburgh e sulla regione circostante, dichiarandosi “orgogliosa del servizio che il Post-Gazette ha fornito a Pittsburgh per quasi un secolo”. L’azienda ha precisato che la chiusura non avrà effetti sulla pubblicazione del Toledo Blade, quotidiano gemello in Ohio. La cessazione delle attività coinvolgerà circa 180 dipendenti. L’azienda ha comunicato che verranno negoziati pacchetti di buonuscita per i lavoratori rappresentati dai sindacati e offerte indennità ai dipendenti non sindacalizzati che resteranno fino alla data di chiusura. Negli ultimi anni, azienda e rappresentanze dei lavoratori non sono riuscite a raggiungere nuovi accordi contrattuali. Il cambio del piano di assicurazione sanitaria nel 2020 aveva portato a uno sciopero nel 2022, mentre una successiva decisione giudiziaria ha stabilito che le parti non erano realmente giunte a un punto morto nelle trattative. Accordi sono stati poi raggiunti con quattro dei cinque sindacati coinvolti. La chiusura del Pittsburgh Post-Gazette arriva a breve distanza dall’annuncio della fine del Pittsburgh City Paper, altra testata del gruppo, e si inserisce in una tendenza più ampia che interessa l’industria dei quotidiani statunitensi. Il settore è segnato da un calo degli introiti pubblicitari, dal cambiamento delle abitudini dei lettori e dalla riduzione delle risorse dedicate all’informazione locale, con un numero crescente di testate costrette a interrompere le pubblicazioni.

AP lancia AP Verify, dashboard per verificare notizie e foto

apverify

L’Associated Press ha lanciato un nuovo strumento digitale chiamato AP Verify, pensato per aiutare i giornalisti a controllare se testi, foto e video che circolano online sono autentici, chi li ha creati e da dove arrivano, in un momento in cui l’intelligenza artificiale rende sempre più difficile capire cosa è vero e cosa no. La novità riguarda le redazioni di tutto il mondo, è già in uso da un anno all’interno dell’agenzia e ora viene messa a disposizione anche di altri editori attraverso una dashboard unica, cioè una schermata centrale che raccoglie più strumenti di verifica delle notizie nello stesso posto, per controllare eventi di cronaca importanti in modo più rapido e ordinato. AP Verify permette agli abbonati di usare un assistente chatbot, sistemi di geolocalizzazione, strumenti di riconoscimento di oggetti e luoghi, rilevamento automatico di testo generato dall’AI, servizi di trascrizione e un sistema che segnala se un altro collega sta già verificando lo stesso contenuto. L’obiettivo è evitare errori, doppioni e confusione, aiutando le redazioni a lavorare meglio quando arrivano immagini o video che dicono di mostrare fatti rilevanti. Secondo Aimee Rinehart, responsabile senior dei prodotti per la strategia sull’intelligenza artificiale dell’Associated Press, lo strumento nasce dall’esperienza diretta dei giornalisti dell’agenzia, che prima usavano un vero e proprio “patchwork di strumenti”, come la ricerca inversa delle immagini di Google, passando da un servizio all’altro. “È un’estensione naturale che l’AP sviluppi uno strumento come AP Verify, in modo che tutti gli altri possano assicurarsi che i loro flussi di informazioni producano e condividano anche immagini autentiche, video autentici e siano in grado di verificare la storia dell’origine delle informazioni”, ha dichiarato Rinehart a Press Gazette. La dashboard è stata utilizzata per casi concreti di cronaca. L’AP l’ha impiegata per proteggere il filmato originale dell’alluvione in Texas, usando la ricerca inversa e strumenti per trovare persone online, così da contattare il videografo e ottenere l’autorizzazione. È servita anche a individuare un video chiave di un testimone oculare dell’assassinio di Charlie Kirk, analizzando contenuti sui social network e confermando la fonte con strumenti di verifica dell’identità. Ogni redazione che usa AP Verify mantiene privati i propri materiali: gli editori non possono vedere cosa stanno controllando i concorrenti. La piattaforma si appoggia a diversi fornitori esterni, tra cui servizi di fact-checking, il lettore di immagini di Google, Trint per le trascrizioni, Graylark per la geolocalizzazione, GPTZero per il rilevamento di testi generati dall’AI, Trendolizer e il fornitore di identità Pipl. Rinehart ha spiegato che nessun sistema è perfetto: “Nessuno strumento è affidabile al 100%… non consiglieremmo mai di pubblicare direttamente basandosi solo sulle informazioni di quello strumento”. Gli strumenti, ha aggiunto, “funzionano solo se [utilizzati] fianco a fianco con un essere umano” e servono come guida, perché possono esistere false segnalazioni. Secondo l’AP, sapere che un contenuto è passato attraverso un processo di verifica strutturato può offrire al pubblico “un ulteriore livello di fiducia”. “Nessuno dovrebbe scrivere o elaborare storie senza comprendere come le informazioni viaggiano online”, ha affermato Rinehart, sottolineando come alcune piccole redazioni siano sorprese dal fatto che esistano strumenti professionali per evitare errori, come mandare in onda il video sbagliato e chiedere scusa il giorno dopo. Il tema dell’autenticità è emerso anche nel 2024, quando cinque agenzie di stampa internazionali, tra cui l’AP, hanno ritirato una foto diffusa da Kensington Palace che ritraeva Kate Middleton e i suoi figli, dopo accuse di manipolazione dell’immagine. In quel caso, ha spiegato Rinehart, molti editori hanno guardato all’AP come a una “fonte di verità” per capire se il contenuto fosse affidabile. Il lancio di AP Verify serve anche a misurare se nel settore editoriale esiste una reale domanda di centralizzazione degli strumenti di verifica. “Vogliamo che tutti pensino di poter verificare le informazioni online, perché dovrebbero essere accessibili a tutti in questo modo”, ha detto Rinehart, aggiungendo: “Non so se tutti busseranno alle porte per AP Verify… ma credo che la richiesta di autenticità sia presente”. (Foto: PressGazette)

CBS News ritira il servizio di 60 Minutes sul carcere Cecot per stop politico

Carcere Cecot

La CBS News ha bloccato la messa in onda di un episodio del programma 60 Minutes dedicato al carcere Cecot di El Salvador, dove sono stati trasferiti migranti deportati dagli Stati Uniti. Il servizio, previsto per domenica, è stato ritirato dal palinsesto poco prima della trasmissione. L’inchiesta era stata realizzata dalla giornalista Sharyn Alfonsi e riguardava il Centro de Confinamiento del Terrorismo (Cecot), una maxi-prigione costruita dal governo salvadoregno. Secondo quanto riferito dall’autrice, la decisione non sarebbe stata editoriale ma politica. La rete televisiva appartiene al gruppo ParamountSkydance, impegnato in operazioni industriali che coinvolgono anche Warner Bros. Discovery. Il reportage mostrava immagini della struttura carceraria e raccoglieva testimonianze dirette di ex detenuti. Tra questi, Luis Muñoz Pinto, cittadino venezuelano, ha raccontato il suo arresto avvenuto nel 2024 durante un appuntamento con la US Customs and Border Protection in California, mentre chiedeva asilo. Nel servizio affermava di non avere precedenti penali e dichiarava: “Mi hanno guardato e mi hanno detto che ero un pericolo per la società”. E ancora: “Non ho mai preso nemmeno una multa per infrazione stradale”. Secondo quanto riferito da Alfonsi in una comunicazione interna alla redazione, l’episodio era stato controllato più volte e approvato dagli avvocati della rete. La giornalista ha scritto: “È stato proiettato cinque volte e autorizzato sia dagli avvocati della CBS che dagli standard e dalle prassi. È fattualmente corretto. A mio avviso, ritirarlo ora, dopo aver superato ogni rigoroso controllo interno, non è una decisione editoriale, ma politica”. Alfonsi ha anche spiegato di aver richiesto commenti ufficiali alla Casa Bianca, al Dipartimento della Sicurezza Interna e al Dipartimento di Stato. Il servizio descriveva le condizioni di detenzione all’interno del Cecot, mostrando celle con cuccette sovrapposte senza materassi, luci accese 24 ore su 24 e assenza di acqua potabile. Pinto raccontava anche episodi di violenza: “Quattro guardie mi hanno afferrato e mi hanno picchiato fino a farmi sanguinare fino a farmi male. Ci hanno sbattuto la faccia contro il muro. È stato allora che mi hanno rotto un dente”. Nel reportage venivano citati dati di Human Rights Watch. Il vicedirettore Juan Pappier spiegava che un rapporto di 81 pagine descriveva un sistema di “tortura sistematica” e che quasi la metà dei detenuti non aveva precedenti penali, sulla base di documenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), informazioni che 60 Minutes ha dichiarato di aver verificato in modo indipendente. Un altro ex detenuto, William Losada Sánchez, descriveva una cella di punizione chiamata “l’isola”: “L’isola è una piccola stanza senza luce, senza ventilazione, niente. È una cella di punizione dove non puoi vedere la tua mano davanti al viso. Dopo che ci hanno rinchiusi, venivano a picchiarci ogni mezz’ora e picchiavano alla porta con i loro bastoni per traumatizzarci”. Il segmento ricordava anche un rapporto del Dipartimento di Stato del 2023 che segnalava torture e condizioni di detenzione pericolose per la vita nel carcere. Veniva inoltre mostrato un filmato in cui il presidente Donald Trump affermava: “Costruiscono strutture eccellenti. Strutture molto solide. Non scherzano”, dopo un incontro alla Casa Bianca con il presidente salvadoregno Nayib Bukele. Dopo il ritiro dalla programmazione statunitense, l’episodio è apparso online tramite una piattaforma di Global TV, emittente canadese che detiene i diritti del programma. La CBS ha dichiarato che la pubblicazione è avvenuta “per errore” e che sono state avviate procedure di rimozione dei contenuti non autorizzati. Sulla vicenda è intervenuta la senatrice democratica Elizabeth Warren, che ha condiviso il video online affermando: “Prendetevi qualche minuto per guardare ciò che non volevano che vedeste. Questa storia dovrebbe essere raccontata”. Warren ha anche collegato la decisione della rete alle trattative industriali di ParamountSkydance, che necessita dell’approvazione governativa per operazioni nel settore dei media. La CBS News, guidata dal caporedattore Bari Weiss, ha spiegato che il servizio necessitava di ulteriori interventi prima della messa in onda. In una nota ai dipendenti, Weiss ha dichiarato: “Il mio lavoro è assicurarmi che tutti gli articoli che pubblichiamo siano i migliori possibili. Conservare articoli che per qualsiasi motivo non sono pronti – ad esempio perché mancano di contesto sufficiente, o perché mancano voci critiche – accade ogni giorno in ogni redazione. Non vedo l’ora di mandare in onda questo importante pezzo quando sarà pronto”.

I podcast AI del Washington Post contengono errori e citazioni false

WP redazione

Il Washington Post riconosce errori nei nuovi podcast personalizzati generati dall’intelligenza artificiale distribuiti tramite la propria app, dopo segnalazioni interne su imprecisioni, citazioni errate e contenuti non conformi agli standard editoriali del quotidiano. Pochi giorni fa, il quotidiano statunitense aveva annunciato il debutto di un nuovo strumento audio basato su AI, pensato per offrire agli utenti brevi podcast su misura. Secondo il comunicato ufficiale, gli utenti possono scegliere gli argomenti preferiti, decidere la durata del briefing, selezionare i conduttori virtuali e, in futuro, fare domande attraverso la tecnologia “Ask The Post”. A meno di 48 ore dal lancio, però, diversi dipendenti hanno segnalato problemi rilevanti. Quattro fonti interne hanno riferito che i podcast AI contenevano errori di pronuncia, ma anche problemi più seri: citazioni attribuite in modo sbagliato, frasi inventate, commenti aggiunti automaticamente e passaggi in cui le parole di una fonte venivano presentate come se fossero la posizione ufficiale del giornale. Secondo le stesse fonti, questi errori hanno fatto scattare l’allarme tra i dirigenti editoriali. In un canale Slack interno, i responsabili della redazione hanno riconosciuto che il prodotto non rispetta gli standard del quotidiano. In un messaggio condiviso con Semafor, la responsabile degli standard Karen Pensiero ha definito gli errori “frustranti per tutti noi”. Un altro redattore ha espresso forte preoccupazione in un messaggio interno, citando anche il clima di critiche esterne. “È davvero sorprendente che tutto questo sia stato permesso”, ha scritto. “Non avrei mai immaginato che il Washington Post avrebbe deliberatamente distorto il proprio giornalismo e poi diffuso questi errori su larga scala al nostro pubblico. E pochi giorni dopo, la Casa Bianca ha aperto un sito dedicato ad attaccare i giornalisti, in particolare i nostri, anche per articoli con correzioni o note editoriali allegate. Se fossimo seri, rimuoveremmo immediatamente questo strumento”. Secondo un membro dello staff citato da Semafor, in redazione l’uso dell’intelligenza artificiale è già diffuso per attività come la trascrizione e la ricerca, ma la mancanza di una supervisione umana diretta nei podcast ha sollevato dubbi sulla qualità editoriale e sui rischi per l’affidabilità del giornale. Le difficoltà emerse con i podcast AI si inseriscono in un contesto più ampio di tensioni interne legate ai prodotti audio. Negli ultimi anni, i vertici del Post hanno discusso varie strategie per rafforzare il settore, ritenuto meno competitivo rispetto a testate come New York Times e Wall Street Journal, che hanno podcast di grande successo. In passato erano stati valutati anche progetti poi abbandonati o interrotti, mentre altre iniziative audio erano ancora in fase iniziale prima dei cambiamenti nella dirigenza avvenuti nel 2024. Le divergenze si sono concentrate soprattutto sul rapporto tra redazione e team di prodotto. Alcuni responsabili tecnologici ritengono che gli errori dell’AI facciano parte di una fase sperimentale e che il servizio sia ancora in test. La redazione, invece, ha evidenziato i rischi legati alla pubblicazione di contenuti non pienamente controllati. Il Washington Post non è l’unica testata a sperimentare strumenti simili. Yahoo ha lanciato un prodotto quasi identico, mentre Business Insider ha avviato articoli generati dall’intelligenza artificiale con supervisione umana. Anche Semafor ha testato progetti interni per migliorare la produttività. In altri casi, come raccontato dal direttore del New Yorker David Remnick, alcuni lettori hanno accolto positivamente contenuti audio letti dall’AI, soprattutto per la maggiore velocità di ascolto. Resta incerto se i podcast basati sull’intelligenza artificiale riusciranno a raggiungere un pubblico ampio e sostenibile dal punto di vista economico. Nel caso del Post, il lancio difficile si aggiunge a una fase di riposizionamento più generale, che include nuovi prodotti digitali e cambiamenti editoriali dopo le polemiche legate alle elezioni del 2024 e alle scelte del proprietario Jeff Bezos. Un portavoce del Washington Post ha rifiutato di commentare le discussioni interne, rimandando a una dichiarazione di Bailey Kattleman, responsabile del prodotto e del design, pubblicata da Digiday, secondo cui i podcast personalizzati sono “un prodotto sperimentale sotto molti aspetti”. (In foto, la redazione del Washington Post)

Il New York Times denuncia Perplexity: contenuti copiati e marchi usati senza permesso

Times redazione

Il New York Times ha presentato una causa contro Perplexity AI presso il Tribunale Distrettuale di New York, accusando la startup di copiare e mostrare contenuti del quotidiano senza permesso per alimentare i propri servizi di intelligenza artificiale. La causa è stata depositata dopo oltre un anno dall’invio di una diffida formale e arriva in un momento in cui la testata è già impegnata in un’altra azione legale contro il Pentagono legata a una nuova policy sulla copertura delle notizie. Secondo il quotidiano, Perplexity avrebbe utilizzato milioni di articoli, inclusi contenuti dietro paywall, attraverso attività di scraping e di raccolta automatica di dati. Il New York Times sostiene che questo materiale sia stato impiegato per addestrare e migliorare strumenti generativi basati su IA, in violazione di diritti d’autore e marchi registrati. Nella causa si afferma inoltre che Perplexity avrebbe attribuito al giornale contenuti inventati, descritte come “allucinazioni”, mostrandoli insieme a loghi e nomi della testata. La presenza dei marchi del New York Times accanto a contenuti non verificati avrebbe creato il rischio di confusione per i lettori. Il portavoce del quotidiano, Graham James, ha dichiarato: “Pur credendo nell’uso e nello sviluppo etico e responsabile dell’IA, ci opponiamo fermamente all’utilizzo non autorizzato dei nostri contenuti da parte di Perplexity”. L’azione legale richiede risarcimenti, misure ingiuntive e interventi per impedire ulteriori utilizzi non autorizzati dei materiali. Da parte sua, Perplexity ha respinto le accuse attraverso il responsabile della comunicazione, Jesse Dwyer, definendo la causa “una tattica inefficace” usata dagli editori contro tecnologie emergenti. La startup sostiene di non creare modelli tramite scraping, ma di limitarsi a indicizzare pagine web e a fornire citazioni verificabili. La disputa arriva in un contesto di crescente frizione tra editori e aziende tecnologiche che utilizzano contenuti online per addestrare sistemi generativi. Perplexity è coinvolta in altri contenziosi con Encyclopedia Britannica, con Dow Jones e con il New York Post, mentre a ottobre la piattaforma Reddit ha presentato una causa federale accusando Perplexity e altre società di raccolta non autorizzata di dati. Il Chicago Tribune ha avviato un’azione simile il 4 dicembre. Le tensioni nel settore crescono insieme all’espansione dell’IA. Secondo Reuters, alcune società avrebbero ignorato gli strumenti adottati dagli editori per limitare lo scraping dei contenuti protetti. Il New York Times ha concesso licenze per l’uso di materiale editoriale ad aziende come Amazon, per applicazioni come Alexa, ma è parte di un contenzioso anche con OpenAI, che sviluppa ChatGPT. Nonostante le azioni legali, Perplexity, con sede a San Francisco, ha raccolto circa 1,5 miliardi di dollari in tre anni, ottenendo investimenti da società e imprenditori come Nvidia e Jeff Bezos. La startup è oggi valutata intorno ai 20 miliardi di dollari. La notizia della causa ha avuto un immediato impatto sul mercato: le azioni del New York Times sono aumentate dell’1,8% dopo la presentazione del ricorso.

Il New York Times fa causa al Pentagono: stretta su accesso e sanzioni ai reporter

Times insegna

Il New York Times ha presentato una causa federale a Washington, contro il Dipartimento della Difesa e il segretario Pete Hegseth, dopo l’introduzione di nuove regole che limitano il lavoro dei giornalisti assegnati al Pentagono. L’azione legale è stata avviata perché le disposizioni vengono considerate dal quotidiano una violazione della libertà di stampa garantita dal Primo Emendamento. Secondo il giornale, le regole decidono cosa i reporter possano o non possano chiedere e pubblicare, riducendo il loro accesso alle informazioni pubbliche su attività militari e decisioni governative. La causa è stata depositata nel tribunale distrettuale della capitale, spiegando che i nuovi limiti obbligano i reporter a firmare un modulo di 21 pagine. Quel documento vieta di “sollecitare dipendenti governativi a violare la legge fornendo informazioni governative riservate” e riduce la libertà di movimento all’interno del quartier generale del Pentagono. Il NYT sostiene che la politica possa portare a sanzioni se viene pubblicata “qualsiasi informazione non approvata dai funzionari del dipartimento”, anche quando raccolta fuori dal Pentagono. Il portavoce del quotidiano Charlie Stadtlander ha parlato di “un tentativo di esercitare controllo sul reporting che il governo non gradisce”, dichiarando che il giornale “intende difendersi con vigore contro la violazione di questi diritti”. La reazione dei media è stata immediata. In ottobre, le principali agenzie e testate statunitensi, tra cui Associated Press, Reuters, Washington Post, Guardian, Atlantic, hanno restituito gli accrediti, spiegando che la nuova policy è “senza precedenti” e che “minaccia protezioni giornalistiche fondamentali”. Le reti televisive Abc, Cbs, Cnn, Nbc, Fox News e la conservatrice NewsMax hanno comunicato che continueranno a seguire le notizie riguardanti le forze armate, affermando di voler sostenere i principi di una stampa libera e indipendente. Le uniche testate che hanno accettato e firmato le nuove regole sono One America News Network, il New York Post e Breitbart News. Il Pentagono ha respinto le accuse. Il portavoce Sean Parnell ha dichiarato che la policy “non chiede loro di essere d’accordo, solo di riconoscere di aver capito qual è la nostra politica”. Secondo Parnell, la reazione dei giornalisti sarebbe stata eccessiva: “Questo ha portato i reporter ad avere un crollo totale e a piangersi addosso online. Sosteniamo la nostra politica perché è ciò che è meglio per le nostre truppe e per la sicurezza nazionale di questo paese”. Il cambio di atmosfera è apparso evidente nei briefing più recenti nella sala stampa del Pentagono, dove sono stati visti soprattutto esponenti dei media di destra e commentatori considerati più vicini all’amministrazione, mentre gran parte del tradizionale corpo stampa non era presente dopo aver rifiutato di accettare le norme. Il rapporto tra il New York Times e l’amministrazione Trump è già stato segnato da conflitti. In passato il presidente ha definito il giornale “uno dei giornali peggiori e più degenerati nella storia del nostro Paese” e “portavoce del Partito Democratico di Sinistra Radicale”. Il quotidiano era intervenuto a luglio a sostegno del Wall Street Journal, non ammesso a seguire il presidente in Scozia dopo articoli sul caso Epstein; mentre a settembre Trump ha fatto causa al NYT per 15 miliardi di dollari per presunta diffamazione. Nel nuovo documento giudiziario, la causa sostiene che la politica del Pentagono “incarna esattamente quel tipo di limitazione alla libertà di parola e di stampa” che le corti hanno già riconosciuto come illegittima. Le regole stabilite dal segretario alla Guerra Pete Hegseth codificano limiti severi all’accesso e introducono la possibilità di revocare le credenziali semplicemente per aver chiesto informazioni di interesse pubblico. Il Pentagono dichiara che le nuove restrizioni servono a proteggere la sicurezza nazionale, mentre i media affermano che si rischia di “criminalizzare l’attività giornalistica relativa alla sicurezza nazionale”.

Trump insulta la giornalista Cbs Nancy Cordes per i controlli sugli afghani trasferiti negli Stati Uniti

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L’episodio è avvenuto venerdì a Mar-a-Lago, in Florida, quando Donald Trump ha rivolto nuove offese alla giornalista Nancy Cordes della Cbs, dopo le critiche espresse contro l’amministrazione di Joe Biden per i controlli sugli afghani trasferiti negli Stati Uniti al termine del ritiro americano. L’intervento dell’ex presidente è arrivato mentre commentava l’attacco avvenuto mercoledì a Washington, in cui due membri della Guardia Nazionale sono stati colpiti da Rahmanullah Lakanwal, un cittadino afghano arrivato nel Paese attraverso l’operazione Allies Welcome. Durante lo scambio con la stampa, Cordes ha ricordato che “il dipartimento di Giustizia aveva riferito che l’Fbi e il dipartimento per la sicurezza interna hanno effettuato controlli approfonditi sugli afghani portati negli Stati Uniti”. Dopo questa osservazione, Trump ha reagito dicendo alla cronista: “Sei stupida? Sei una persona stupida?”, aggiungendo che gli evacuati erano “arrivati su un aereo insieme a migliaia di altre persone che non dovrebbero essere qui”. Le offese rivolte a Cordes seguono altri episodi che hanno coinvolto diverse giornaliste, già definite da Trump “cicciona” e “brutta dentro e fuori” durante incontri pubblici nei giorni precedenti. Nel frattempo emergono nuovi dettagli sul caso di Washington: Lakanwal, che aveva collaborato con la Cia in Afghanistan, ha aperto il fuoco contro due soldati, causando la morte della militare Sarah Beckstrom, deceduta giovedì per le ferite riportate, mentre il sergente Andrew Wolfe resta in condizioni critiche secondo quanto comunicato dalle autorità.

L’editore del Daily Mail punta al controllo del Telegraph per 500 milioni di sterline

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L’editore del gruppo di Lord Rothermere comunica di aver firmato nel Regno Unito un accordo con il fondo americano RedBird per acquistare il Telegraph, definendo il prezzo, i protagonisti, le ragioni dell’operazione e il possibile impatto sul settore dei media. Il Daily Mail General Trust (DMGT) spiega in una nota: “Dmgt ha firmato un accordo con Redbird IMI per l’acquisizione di Telegraph Media Group per 500 milioni di sterline”, sottolineando l’obiettivo di definire l’intesa “rapidamente”. Secondo l’editore, questa operazione darebbe “la fiducia” di cui i dipendenti del quotidiano “hanno bisogno”, offrendo una prospettiva di “prosperità sostenibile sulla scena mondiale”. L’operazione dovrà essere esaminata dalle autorità Antitrust, che potranno richiedere la cessione di alcuni asset prima dell’autorizzazione finale. Il gruppo DMGT, proprietario anche dei quotidiani Daily Mail e Metro, aveva mostrato interesse per il Telegraph con l’idea di avvicinare due grandi testate rivolte a un pubblico conservatore. L’eventuale creazione di un nuovo polo mediatico potrebbe ridisegnare gli equilibri nel panorama dell’informazione del Regno Unito, in un contesto politico in cui crescono partiti e movimenti che stanno modificando la distribuzione del consenso elettorale. Il processo di vendita del Telegraph è stato caratterizzato da numerosi passaggi. Il fondo guidato da Gerry Cardinale aveva scelto di non proseguire nella propria offerta, riaprendo il dossier. Il quotidiano, di proprietà della famiglia Barclay dal 2004, era stato messo in vendita dalla banca Lloyds per coprire debiti particolarmente elevati. Successivamente, la joint venture RedBird IMI, sostenuta anche da un fondo con sede ad Abu Dhabi, aveva già raggiunto un accordo con i Barclay e ripagato il debito, ottenendo un’opzione per assumere il controllo della testata. La prospettiva che un gruppo legato a uno stato straniero potesse guidare uno dei giornali più influenti del paese aveva sollevato l’interesse delle istituzioni, che avevano scelto di intervenire con una normativa volta a limitare l’ingresso diretto di soggetti statali esteri nel settore dei media britannici.

Trump insulta giornalista durante un botta e risposta sugli Epstein files: “Stai zitta, maialina”

Trump insulta giornalista sull'Air Force One

Negli Stati Uniti a bordo dell’Air Force One, il presidente Donald Trump ha insultato la giornalista di Bloomberg Catherine Lucey dopo una domanda sugli Epstein files, generando nuove polemiche su un episodio considerato sessista da numerosi osservatori. L’episodio è avvenuto mentre il presidente tornava verso la residenza di Mar-a-Lago, durante un incontro con i reporter che seguono abitualmente i suoi spostamenti. I fascicoli Epstein raccolgono tutto il materiale nato da una lunga serie di denunce, indagini e testimonianze su Jeffrey Epstein e sulla sua collaboratrice Ghislaine Maxwell. Nel tempo molte ragazze raccontarono di essere state attirate con la scusa di lavori come i massaggi e poi coinvolte in comportamenti inappropriati. Per anni vari segnali e segnalazioni non portarono a risultati concreti, finché il caso non tornò al centro dell’attenzione con nuove inchieste e l’arresto di Epstein, trovato poco dopo morto in cella. Maxwell è stata poi condannata, e negli anni successivi migliaia di documenti sono stati resi pubblici, mettendo in luce i rapporti di Epstein con persone molto conosciute, tra cui Donald Trump. Quando Lucey ha chiesto: “Se non c’è niente di incriminante negli Epstein files, perché non agire per pubblicarli?”, Trump le ha risposto con tono canzonatorio dicendo di stare “zitta” e rivolgendole l’insulto “maialina”, indicandola con il dito. La reporter ha tentato di continuare chiedendo un commento sull’intervista di Tucker Carlson al nazionalista Nick Fuentes, ma il presidente ha aggiunto: “Sei di Bloomberg, giusto? Sei la peggiore, non so nemmeno perché ti tengano”. Catherine Lucey, che in passato ha lavorato al Wall Street Journal e ha seguito la Casa Bianca durante le presidenze Trump e Biden, non ha rilasciato dichiarazioni dopo essere stata contattata dal Telegraph. Lo scambio è avvenuto in un momento delicato per l’amministrazione, impegnata a gestire le tensioni legate allo scandalo Jeffrey Epstein. La Camera Usa ha approvato una legge che obbliga il Dipartimento di Giustizia a pubblicare tutti i documenti del caso entro 30 giorni dall’entrata in vigore, ma ora la decisione passa al Senato, controllato dai Repubblicani, che dovrà votare sulla divulgazione. Trump ha annunciato di essere pronto a firmare il provvedimento, dopo aver mostrato posizioni altalenanti sull’argomento. La vicenda ha creato fratture anche nella base MAGA, storicamente compatta, con segnali di distanza tra Trump e figure considerate fino a poco tempo fa a lui vicine, come Marjorie Taylor Greene, definita dal presidente “traditrice”. Trump sostiene che gli Epstein files rappresentino un “inganno dei democratici”. Nel frattempo lo scandalo continua a produrre conseguenze negli Stati Uniti. L’ex segretario al Tesoro Larry Summers ha annunciato il ritiro dagli impegni pubblici dopo la diffusione di nuove email legate al suo rapporto con Epstein. “Mi vergogno profondamente delle mie azioni e riconosco il dolore che hanno causato”, ha dichiarato, aggiungendo di volersi concentrare sulla ricostruzione della fiducia personale pur continuando il proprio lavoro accademico ad Harvard, dove insegna più corsi universitari e di dottorato. La decisione di mantenere la cattedra ha generato malumori all’interno dell’ateneo.

Il New York Times vuole accedere alle conversazioni di ChatGPT per cercare chi aggira il paywall

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Il New York Times ha chiesto in tribunale di ottenere fino a 20 milioni di conversazioni degli utenti di ChatGPT, chiedendo a OpenAI di consegnare messaggi che vanno da storie personali a domande mediche, da dubbi finanziari a contenuti condivisi pensando che restassero privati. Secondo gli avvocati del Times, questi dati servirebbero a cercare esempi di persone che avrebbero usato l’intelligenza artificiale per aggirare il paywall del quotidiano. La richiesta arriva nell’ambito della causa avviata dal giornale contro OpenAI negli Stati Uniti. OpenAI ha spiegato di aver proposto una ricerca limitata alle chat contenenti materiale riconducibile al Times, così da evitare che venissero visionate conversazioni non collegate al caso. Il quotidiano ha rifiutato l’idea e, in precedenza, aveva chiesto ai giudici di impedire agli utenti di cancellare le proprie chat. Aveva anche tentato di ottenere oltre un miliardo di conversazioni, una richiesta respinta dai tribunali. Oggi la disputa prosegue, e riguarda il modo in cui vengono trattati i dati personali quando l’IA è coinvolta in un procedimento legale. OpenAI afferma che la richiesta attuale coinvolgerebbe conversazioni molto delicate e sostiene che “questa richiesta ignora le consolidate tutele della privacy”, ricordando che gli utenti affidano alla piattaforma una grande quantità di informazioni sensibili. L’azienda riferisce che ogni settimana 800 milioni di persone usano ChatGPT per attività quotidiane, studio, creatività e gestione di elementi personali. Il responsabile della sicurezza informatica, Dane Stuckey, dichiara che “le conversazioni private sono tue e non dovrebbero diventare una garanzia in una controversia sull’accesso ai contenuti online”. Secondo quanto comunicato da OpenAI, il campione delle 20 milioni di chat richieste è stato selezionato casualmente tra dicembre 2022 e novembre 2024. L’azienda sostiene che questi dati sarebbero accessibili solo a un ristretto gruppo di legali e tecnici del Times, e che intende insistere affinché eventuale visione avvenga in un ambiente protetto, dopo procedure di anonimizzazione per rimuovere informazioni personali, password e altri elementi sensibili. OpenAI ricorda che la richiesta iniziale del Times era molto più ampia e sottolinea di aver già ottenuto che venisse respinta. L’azienda afferma inoltre che sta accelerando lo sviluppo di funzioni di sicurezza avanzata, incluse tecnologie di crittografia lato client che, una volta operative, dovrebbero rendere inaccessibili le conversazioni persino ai propri sistemi. Al momento, i dati coperti dall’ordinanza giudiziaria sono conservati in un archivio separato e protetto, accessibile solo per adempiere agli obblighi legali. Il Times sostiene che la propria richiesta sia necessaria per sostenere le accuse nella causa in corso e richiama un precedente relativo a un’altra azienda di IA che avrebbe accettato di consegnare chat degli utenti in un caso non collegato. OpenAI dichiara di non considerare questo precedente rilevante e di voler continuare a opporsi. L’esito del procedimento potrebbe incidere sul livello di privacy associato alle conversazioni con strumenti di IA e potrebbe influenzare il modo in cui aziende tecnologiche e tribunali tratteranno in futuro dati generati dagli utenti. L’azienda ribadisce di voler proteggere la riservatezza delle conversazioni e afferma che aggiornerà gli utenti su qualunque sviluppo rilevante dell’ordinanza. La questione resta aperta e coinvolge temi come sicurezza, tutela dei dati e responsabilità nell’uso dell’intelligenza artificiale, mentre tribunali e aziende cercano di stabilire nuovi equilibri in un settore in rapida evoluzione.