Bbc, Davies direttore generale “ad interim” dopo le dimissioni di Davie per il caso Trump

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La Bbc ha nominato un direttore generale ad interim dopo le dimissioni di Tim Davie, costretto a lasciare l’incarico in seguito al caso del montaggio artefatto del discorso di Donald Trump, vicenda che ha portato il presidente americano ad avviare una causa miliardaria contro l’emittente pubblica britannica. La scelta è ricaduta su Rhodri Talfan Davies, 54 anni, dirigente con una lunga esperienza interna alla televisione di Stato del Regno Unito. Davies ha guidato Bbc Galles per nove anni e attualmente è responsabile della programmazione nelle quattro nazioni del Regno Unito: Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord. Secondo quanto comunicato dall’emittente, Davie lascerà ufficialmente l’incarico il 2 aprile, mentre Davies “fungerà da direttore generale ad interim fino all’inizio del mandato di un nuovo direttore generale permanente”. Il nuovo responsabile entrerà nel consiglio di amministrazione già dal 1° febbraio e avrà il compito di “consentire una transizione graduale” nella fase di passaggio. Il cambio al vertice arriva in un momento considerato particolarmente complesso per la Bbc. Oltre alla causa legale avviata da Donald Trump in Florida, per la quale l’emittente ha presentato richiesta di archiviazione, l’azienda è coinvolta anche in un processo istituzionale di lungo periodo. Il governo laburista britannico ha infatti avviato la revisione decennale della royal charter, il contratto che definisce il ruolo e i compiti di servizio pubblico della Bbc.

Trump insulta giornalista durante un botta e risposta sugli Epstein files: “Stai zitta, maialina”

Trump insulta giornalista sull'Air Force One

Negli Stati Uniti a bordo dell’Air Force One, il presidente Donald Trump ha insultato la giornalista di Bloomberg Catherine Lucey dopo una domanda sugli Epstein files, generando nuove polemiche su un episodio considerato sessista da numerosi osservatori. L’episodio è avvenuto mentre il presidente tornava verso la residenza di Mar-a-Lago, durante un incontro con i reporter che seguono abitualmente i suoi spostamenti. I fascicoli Epstein raccolgono tutto il materiale nato da una lunga serie di denunce, indagini e testimonianze su Jeffrey Epstein e sulla sua collaboratrice Ghislaine Maxwell. Nel tempo molte ragazze raccontarono di essere state attirate con la scusa di lavori come i massaggi e poi coinvolte in comportamenti inappropriati. Per anni vari segnali e segnalazioni non portarono a risultati concreti, finché il caso non tornò al centro dell’attenzione con nuove inchieste e l’arresto di Epstein, trovato poco dopo morto in cella. Maxwell è stata poi condannata, e negli anni successivi migliaia di documenti sono stati resi pubblici, mettendo in luce i rapporti di Epstein con persone molto conosciute, tra cui Donald Trump. Quando Lucey ha chiesto: “Se non c’è niente di incriminante negli Epstein files, perché non agire per pubblicarli?”, Trump le ha risposto con tono canzonatorio dicendo di stare “zitta” e rivolgendole l’insulto “maialina”, indicandola con il dito. La reporter ha tentato di continuare chiedendo un commento sull’intervista di Tucker Carlson al nazionalista Nick Fuentes, ma il presidente ha aggiunto: “Sei di Bloomberg, giusto? Sei la peggiore, non so nemmeno perché ti tengano”. Catherine Lucey, che in passato ha lavorato al Wall Street Journal e ha seguito la Casa Bianca durante le presidenze Trump e Biden, non ha rilasciato dichiarazioni dopo essere stata contattata dal Telegraph. Lo scambio è avvenuto in un momento delicato per l’amministrazione, impegnata a gestire le tensioni legate allo scandalo Jeffrey Epstein. La Camera Usa ha approvato una legge che obbliga il Dipartimento di Giustizia a pubblicare tutti i documenti del caso entro 30 giorni dall’entrata in vigore, ma ora la decisione passa al Senato, controllato dai Repubblicani, che dovrà votare sulla divulgazione. Trump ha annunciato di essere pronto a firmare il provvedimento, dopo aver mostrato posizioni altalenanti sull’argomento. La vicenda ha creato fratture anche nella base MAGA, storicamente compatta, con segnali di distanza tra Trump e figure considerate fino a poco tempo fa a lui vicine, come Marjorie Taylor Greene, definita dal presidente “traditrice”. Trump sostiene che gli Epstein files rappresentino un “inganno dei democratici”. Nel frattempo lo scandalo continua a produrre conseguenze negli Stati Uniti. L’ex segretario al Tesoro Larry Summers ha annunciato il ritiro dagli impegni pubblici dopo la diffusione di nuove email legate al suo rapporto con Epstein. “Mi vergogno profondamente delle mie azioni e riconosco il dolore che hanno causato”, ha dichiarato, aggiungendo di volersi concentrare sulla ricostruzione della fiducia personale pur continuando il proprio lavoro accademico ad Harvard, dove insegna più corsi universitari e di dottorato. La decisione di mantenere la cattedra ha generato malumori all’interno dell’ateneo.

Scandalo sul caso Trump, si dimettono i vertici della BBC

BBC logo

A Londra, nella serata di ieri, il direttore generale della BBC, Tim Davie, e la responsabile dei servizi giornalistici, Deborah Turness, si sono dimessi dopo una settimana di polemiche scoppiate nel Regno Unito, negli Stati Uniti e all’interno del dibattito politico britannico. La vicenda nasce da accuse rivolte all’emittente pubblica secondo cui un suo documentario avrebbe modificato alcune parti del discorso tenuto da Donald Trump il 6 gennaio 2021, inducendo gli spettatori a credere che l’allora presidente avesse incitato in modo diretto l’assalto al Campidoglio. L’episodio è emerso quando il Telegraph ha pubblicato un documento di 19 pagine preparato da un ex consulente sugli standard editoriali della BBC, che segnalava presunte manipolazioni nella copertura della presidenza Trump, del conflitto a Gaza e delle questioni trans. Nel documento si indicava che, nel programma dedicato al 6 gennaio, alcune frasi del discorso di Trump sarebbero state montate in modo tale da far apparire l’intervento più diretto e aggressivo rispetto alla versione originale. Nella clip integrale, Trump aveva invitato i sostenitori a camminare con lui “per sostenere i nostri coraggiosi senatori e deputati”, mentre nel documentario risultava al centro un passaggio che sembrava collegarlo più esplicitamente alla folla diretta al Campidoglio. Alla pubblicazione delle accuse è seguita una reazione immediata da parte della Casa Bianca. La portavoce Karoline Leavitt ha definito la BBC “una fonte di notizie false al 100%” e una “macchina di propaganda”, aggiungendo che la clip del documentario era “selettivamente modificata” e che avrebbe “tratto in inganno completamente” gli spettatori. La polemica è cresciuta quando l’ex primo ministro Boris Johnson ha invitato i cittadini a boicottare il canone televisivo finché Davie non avesse lasciato l’incarico. Parallelamente, alcuni commentatori sostenevano che le critiche contro la BBC fossero alimentate anche da rivalità politiche interne al Regno Unito. La posizione di Davie si è ulteriormente indebolita quando, durante un’intervista trasmessa proprio dalla BBC, la ministra britannica della Cultura, Lisa Nandy, ha affermato che “le decisioni sugli standard editoriali, le linee guida e il linguaggio utilizzato sono del tutto incoerenti”, spiegando che la copertura giornalistica non sempre rispetta “gli standard migliori”. Le sue parole hanno contribuito a rendere inevitabile il passo indietro dei vertici dell’emittente. Turness, presentando le proprie dimissioni, ha dichiarato che la controversia sul documentario “ha raggiunto uno livello tale da danneggiare la BBC, un’istituzione che amo”. Ha aggiunto: “La responsabilità ricade su di me. Sebbene siano stati commessi degli errori, voglio essere assolutamente chiara: le recenti accuse secondo cui BBC News sarebbe istituzionalmente faziosa sono sbagliate”. Davie, da parte sua, ha riconosciuto: “Ci sono stati degli errori e in quanto direttore generale devo assumerne la responsabilità ultima”. Ha ricordato inoltre il ruolo della BBC in un Paese “gentile, tollerante e curioso”, affermando che l’emittente deve essere “aperta, trasparente e responsabile”.

La Casa Bianca chiude l’Upper Press ai giornalisti senza appuntamento

Karoline Leavitt

L’amministrazione Trump ha introdotto una nuova restrizione per i giornalisti della Casa Bianca, limitando l’accesso all’area conosciuta come Upper Press, una zona dell’Ala Ovest dove lavorano i principali portavoce del governo. La decisione, comunicata attraverso un memorandum ufficiale, impedisce ai cronisti di entrare liberamente negli uffici senza un appuntamento, interrompendo una prassi seguita da decenni da giornalisti di entrambe le parti politiche. Il documento diffuso dalla Casa Bianca spiega che la misura nasce da preoccupazioni di sicurezza riguardanti la presenza di materiale sensibile legato al Consiglio di Sicurezza Nazionale, ora gestito direttamente dal personale dell’ufficio stampa. Nel testo si legge: “Questa politica garantirà il rispetto delle migliori pratiche relative all’accesso a materiale sensibile”. La nota precisa che l’area è “adiacente allo Studio Ovale”, anche se in realtà si trova a qualche stanza di distanza. La nuova regola limita così la possibilità dei reporter di porre domande dirette ai funzionari o di ottenere informazioni in tempo reale. Ai giornalisti resta accessibile soltanto il cosiddetto Lower Press, uno spazio più piccolo dove lavorano assistenti stampa di livello inferiore. La White House Correspondents’ Association (WHCA), l’associazione che riunisce i giornalisti accreditati alla Casa Bianca, ha espresso una ferma opposizione alla misura. In un comunicato ufficiale, la presidente Weijia Jiang della CBS News ha dichiarato che “le nuove restrizioni ostacolano la capacità della stampa di interrogare i funzionari, garantire la trasparenza e chiedere conto al governo, a scapito del pubblico americano”. In risposta, il direttore delle comunicazioni del presidente, Steven Cheung, ha spiegato sui social che “alcuni giornalisti sono stati sorpresi a registrare segretamente video, audio e foto di informazioni sensibili, senza autorizzazione”. La Casa Bianca, dunque, sostiene che la misura sia un provvedimento di sicurezza, non una limitazione alla libertà di stampa. La decisione si inserisce in un contesto più ampio di tensioni tra l’amministrazione Trump e i media, già acuitosi negli ultimi mesi. Il presidente ha spesso accusato la stampa tradizionale di parzialità, arrivando a minacciare la revoca di licenze di trasmissione e a citare in giudizio alcune organizzazioni giornalistiche. Già in passato, altre istituzioni governative avevano introdotto restrizioni simili. A ottobre, decine di cronisti che seguono il Pentagono avevano rinunciato ai loro pass stampa per protesta contro nuove regole che limitavano la possibilità di richiedere informazioni ai funzionari del Dipartimento della Difesa. Anche all’interno della Casa Bianca, i giornalisti hanno notato cambiamenti progressivi. Da inizio anno, i collaboratori di Trump hanno iniziato a selezionare con maggiore attenzione quali testate possono partecipare al pool stampa giornaliero, e hanno eliminato uno spazio riservato ad agenzie storiche come l’Associated Press. Il nuovo provvedimento segna quindi la fine di una tradizione durata decenni. Il corridoio dell’Upper Press, spesso affollato di cronisti provenienti da redazioni più piccole, era considerato un simbolo di accessibilità e trasparenza. Ora, quell’accesso è possibile solo su appuntamento, riportando alla mente un episodio simile del 1993, quando l’amministrazione Clinton introdusse una regola analoga poi revocata dopo le proteste. Nel 2017, al suo primo mandato, Donald Trump aveva già ridotto le conferenze stampa quotidiane e revocato temporaneamente le credenziali al giornalista della CNN Jim Acosta. Allora, come oggi, la Casa Bianca aveva giustificato la scelta con motivi organizzativi. Secondo alcuni assistenti presidenziali, la nuova politica punta a offrire maggiore spazio ai media emergenti, come podcast, piattaforme digitali e servizi di streaming, ampliando la rappresentanza mediatica oltre le testate tradizionali. Allo stesso tempo, gli stessi collaboratori difendono il presidente, definendolo “il più trasparente e accessibile nella storia americana”, grazie alle sue frequenti sessioni improvvisate di domande e risposte con i cronisti. (In foto, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt)

I reporter USA lasciano il Pentagono: sostituiti i media tradizionali con influencer

Reporter fuori dal Pentagono

A Washington, i principali media americani hanno lasciato i loro uffici all’interno del Pentagono dopo decenni di presenza stabile. La decisione è arrivata quando testate come NBC, ABC, CNN, NPR, Associated Press, Washington Post, New York Times e Fox News hanno rifiutato di firmare le nuove linee guida imposte dal Dipartimento della Difesa. Queste regole, volute dal segretario alla Difesa Pete Hegseth, richiedono ai giornalisti di indossare sempre il badge identificativo, di essere scortati dal personale militare in alcune aree e di ottenere autorizzazioni preventive per interviste e spostamenti, limitando la libertà di movimento che i reporter avevano in passato. Secondo il Pentagono, le nuove regole servono a evitare “leak”, cioè fughe di notizie, anche su temi non classificati. Ora i funzionari devono chiedere il permesso per parlare con la stampa o con il Congresso. I giornalisti possono continuare a fare domande, ma il documento avverte che le fonti non autorizzate potrebbero subire “conseguenze”, e che esiste una “distinzione critica tra chiedere informazioni legalmente o incoraggiare una violazione della legge”. Per il Dipartimento, chi diffonde contenuti confidenziali può essere considerato un rischio alla sicurezza nazionale. I portavoce del Pentagono hanno definito la scelta dei media tradizionali un errore: “Saranno loro a perderci”, hanno dichiarato, annunciando l’arrivo di una nuova generazione di 60 reporter, che si aggiungeranno ai 26 rimasti. Tra i nuovi accreditati figurano testate appartenenti ai “new media” conservatori come The Gateway Pundit, Human Events, Timcast, Frontlines di Turning Point USA, LindellTV, National Pulse ed Epoch Times. Alcuni di questi siti e podcast sono stati in passato coinvolti in controversie legali o accuse di disinformazione, ma ora avranno pieno accesso alle informazioni del Pentagono. Anche nel fronte conservatore, però, non tutti sono d’accordo. La rete OAN (One America News) ha accettato di firmare le regole, ma in estate ha licenziato la propria corrispondente dal Pentagono, Gabrielle Cuccia, che si definiva una “Maga Girl” ma aveva criticato le restrizioni imposte da Hegseth. Alla Casa Bianca, invece, non è richiesto ai giornalisti di firmare documenti simili. Il presidente Donald Trump ha sostenuto il capo del Pentagono affermando che «la stampa è molto disonesta». Trump mantiene comunque un rapporto diretto con i giornalisti: risponde spesso alle domande del pool presidenziale, e le sue partenze e arrivi sono aperti a tutti i media, compresi quelli tradizionali come ABC, CNN e Axios. Allo stesso tempo, non esita ad accusare le redazioni di diffondere “fake news” e ha intentato cause legali contro alcune reti televisive. Il presidente ha inoltre ordinato la chiusura di Voice of America, la storica emittente pubblica che trasmetteva in 49 lingue. L’Associazione dei Corrispondenti della Casa Bianca, indipendente, continua a gestire i posti nella briefing room: nelle prime file siedono i media tradizionali, ma negli ultimi mesi è cresciuta la presenza di giornalisti indipendenti e media pro-Trump come Daily Signal, The Daily Wire, Real America’s Voice e Turning Point USA. Secondo il New York Times, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha dato spazio anche ai nuovi media: circa un quarto delle domande durante le conferenze stampa è arrivato da giornalisti non tradizionali. Dal mese di gennaio, un posto a sedere è riservato a rotazione a un rappresentante dei new media, che può porre la prima domanda. Il sistema di rotazione, ora gestito direttamente dalla Casa Bianca, regola anche l’accesso agli spazi riservati come lo Studio Ovale e l’Air Force One. Dopo una causa legale intentata dall’Associated Press, la Corte d’appello ha dato ragione alla Casa Bianca, permettendo di includere le agenzie di stampa nella rotazione senza riservare loro un posto fisso.

Giudice respinge la causa di Trump da 85 pagine contro il New York Times

Donald Trump

Un giudice federale della Florida ha respinto la causa per diffamazione presentata da Donald Trump contro il New York Times, definendola “impropria e inammissibile”. La decisione è arrivata dal giudice Steven Merryday, nominato nel 1991 dall’ex presidente George H.W. Bush, che ha criticato la denuncia per la sua eccessiva lunghezza e mancanza di chiarezza. Trump sosteneva che il quotidiano avesse danneggiato la sua reputazione come uomo d’affari e chiedeva un risarcimento di 15 miliardi di dollari. Secondo Merryday, il documento di 85 pagine preparato dai legali dell’ex presidente era “inutile e divagante”, con un’accusa formale introdotta solo alla pagina 80 e preceduta da decine di pagine che elogiavano Trump. Il giudice ha stabilito che i legali hanno violato “in modo inequivocabile e imperdonabile” le regole del tribunale, riempiendo la denuncia di contenuti “ripetitivi e superflui”. Ha inoltre sottolineato che un tribunale non deve essere usato come “megafono per le pubbliche relazioni o podio per comizi politici”. Merryday ha però concesso agli avvocati 28 giorni per presentare una nuova denuncia, purché non superi le 40 pagine. Al momento, la Casa Bianca non ha rilasciato commenti sulla vicenda, riportata anche dall’agenzia Bloomberg.

Trump porta in tribunale il New York Times per 15 miliardi

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avviato una causa per diffamazione e calunnia contro il New York Times, quattro giornalisti della testata e la casa editrice Penguin Random House, chiedendo un risarcimento di 15 miliardi di dollari. L’azione legale è stata depositata in Florida e riguarda alcuni articoli pubblicati dal quotidiano americano e il libro Lucky Loser, scritto da due giornalisti del Times e pubblicato dall’editore internazionale. Trump ha reso pubblica la decisione con un post sul social Truth Social, in cui ha dichiarato: “Il loro sostegno a Kamala Harris è stato addirittura messo in primo piano sulla prima pagina del New York Times, cosa mai vista prima! Il Times ha mentito per decenni sul vostro presidente preferito (IO!), sulla mia famiglia, sui miei affari, sul movimento America First, sul MAGA e sulla nostra nazione nel suo complesso”. Ha aggiunto inoltre che la causa “è stata intentata nel grande Stato della Florida” e ha concluso il messaggio con lo slogan “Rendete di nuovo grande l’America!”. Secondo la denuncia, i contenuti oggetto della causa farebbero parte di una strategia editoriale volta a danneggiare intenzionalmente l’immagine dell’attuale presidente. Nel documento depositato in tribunale, il New York Times viene descritto come “un vero e proprio portavoce del Partito Democratico“. I giornalisti citati sono Susanne Craig e Russ Buettner, vincitori del premio Pulitzer nel 2019 per un’inchiesta sulle finanze di Trump, e autori del libro Lucky Loser, in cui raccontano presunti errori nella gestione della ricchezza ereditata dal padre. Nella causa compaiono anche Peter Baker, corrispondente dalla Casa Bianca, e Michael S. Schmidt, che si è occupato di numerose indagini giudiziarie sul presidente e vincitore di due Pulitzer nel 2018. Il New York Times non ha ancora commentato ufficialmente la vicenda. La casa editrice Penguin Random House, che ha pubblicato Lucky Loser, è anch’essa parte del procedimento. Non si tratta della prima azione legale intentata da Trump contro i media. Nel luglio scorso aveva denunciato per diffamazione anche il Wall Street Journal, due suoi giornalisti e le società editrici del quotidiano, tra cui la Dow Jones e la News Corp del magnate Rupert Murdoch. In quel caso, il presidente aveva chiesto almeno 10 miliardi di dollari di risarcimento per un articolo riguardante un messaggio che avrebbe scritto a Jeffrey Epstein nel 2003.

Associated Press esclusa dalla Casa Bianca: i giudici danno ragione a Trump

Karoline Leavitt

Una corte d’appello ha respinto la richiesta dell’Associated Press di revocare le restrizioni imposte dalla precedente amministrazione Trump sull’accesso dei suoi giornalisti alla Casa Bianca. La decisione conferma quanto stabilito il 6 giugno da un collegio di tre giudici, secondo cui l’amministrazione può legalmente limitare l’accesso dell’agenzia di stampa agli eventi nello Studio Ovale e in altri spazi ufficiali sotto il controllo della Casa Bianca, compresi l’Air Force One e i briefing presidenziali. Il contenzioso si trascina da febbraio, quando l’Associated Press si è rifiutata di adottare la dicitura “Golfo d’America” al posto del tradizionale “Golfo del Messico“, come richiesto dall’allora presidente.

Il New York Times difende il WSJ escluso dalla Casa Bianca

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Il New York Times difende il Wall Street Journal dopo l’esclusione dal pool stampa della Casa Bianca da parte dell’amministrazione Trump. La misura è stata presa in seguito alla pubblicazione di un’inchiesta che collega l’ex presidente Donald Trump a Jeffrey Epstein. Il fatto è avvenuto martedì 22 luglio 2025 a Washington, quando il WSJ è stato escluso dal viaggio presidenziale in Scozia. Il New York Times, con una dichiarazione pubblica, ha definito la decisione “una semplice ritorsione da parte di un presidente nei confronti di un’organizzazione giornalistica per aver fatto un’informazione che non gli piace”. La polemica è scoppiata dopo la pubblicazione da parte del WSJ di un articolo secondo cui Trump avrebbe inviato nel 2003 una lettera di compleanno “oscena” a Epstein, all’interno di un libro rilegato in pelle con contenuti sessualmente allusivi. In risposta, Trump ha negato i fatti e ha avviato una causa per diffamazione da 10 miliardi di dollari contro la testata, che ha però confermato la fondatezza del proprio lavoro investigativo. Secondo il portavoce del Times, il comportamento della Casa Bianca “priva gli americani di informazioni su come opera il loro governo” e costituisce “un attacco ai principi costituzionali fondamentali che sostengono la libertà di parola e la libertà di stampa“. Il Times ha inoltre sottolineato che “gli americani, a prescindere dal partito, meritano di conoscere e comprendere le azioni del presidente”. Anche Weijia Jiang, presidente della White House Correspondents’ Association, ha espresso forte preoccupazione per la decisione, definendola “ritorsione governativa” e segnalando che la misura mina le tutele previste dal Primo Emendamento.

Trump posta video AI con arresto fittizio di Obama

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha pubblicato sul proprio social network Truth Social un video generato con intelligenza artificiale che raffigura l’ex presidente Barack Obama mentre viene arrestato da agenti dell’FBI all’interno della Casa Bianca. Nella ricostruzione, i due sono seduti fianco a fianco nello Studio Ovale quando sopraggiungono tre agenti che ammanettano Obama. La scena prosegue con Trump che osserva sorridendo. Il video si conclude con l’ex presidente chiuso in una cella e vestito con una tuta arancione simile a quelle dei detenuti di Guantanamo. Il filmato è accompagnato dalla scritta: “Nessuno è al di sopra della legge“. Poco dopo la pubblicazione, Trump ha rilanciato anche una clip TikTok in cui appaiono diversi esponenti del Partito Democratico, tra cui Obama, Nancy Pelosi e altri leader. Il contenuto, condiviso senza contesto esplicito, ha suscitato reazioni immediate e diffuse, alimentando interrogativi sulle sue implicazioni politiche e simboliche. Il gesto del presidente arriva pochi giorni dopo le dichiarazioni rilasciate da Tulsi Gabbard, attuale direttrice dell’intelligence nazionale, che ha accusato Barack Obama e alcuni alti funzionari dell’intelligence di aver “orchestrato una narrazione ingannevole” riguardo alla presunta collusione tra Trump e la Russia durante le elezioni presidenziali del 2016. Secondo Gabbard, “Obama e il suo team dirigente non volevano accettare la volontà del popolo americano e hanno ordito una cospirazione traditrice per lanciare un colpo di Stato durato anni”. Trump ha successivamente ripubblicato le dichiarazioni di Gabbard, accompagnandole con un commento riferito a un segmento andato in onda su Fox News: “Ottimo lavoro del giovane e talentuoso Harrison Fields. Il panel è stato fantastico nel perseguire Obama e i ‘criminali’ che sono appena stati inequivocabilmente smascherati per frode elettorale di altissimo livello. Congratulazioni a Tulsi Gabbard. Continua così!“ Il video ha rapidamente fatto il giro del mondo e generato forti reazioni, sia negli ambienti istituzionali sia sui social media. Alcuni osservatori hanno evidenziato il carattere provocatorio del contenuto, altri hanno espresso preoccupazione per l’uso politico delle tecnologie di sintesi visiva, in un contesto già segnato da tensioni istituzionali e indagini federali in corso. Tra i commenti italiani, si segnala quello di Enrico Mentana, direttore del TgLa7, che ha dichiarato: “L’aspetto grave e clamoroso è che a postarlo sul proprio profilo nel social di sua proprietà sia stato lo stesso presidente degli Stati Uniti, mai caduti così in basso”. Il contenuto appare anche in un momento in cui cresce l’attenzione sulle connessioni tra le alte sfere della politica e la figura di Jeffrey Epstein, con pressioni crescenti su varie agenzie per rendere pubblici i documenti ancora secretati. Nonostante le recenti tensioni interne, il movimento MAGA continua a sostenere Trump, seppur attraversato da segnali di inquietudine e richieste di trasparenza. Il video diffuso dal presidente è solo l’ultima di una serie di azioni che mettono al centro dell’arena politica statunitense la disinformazione digitale, l’uso dell’intelligenza artificiale generativa e le tensioni tra poteri costituzionali.