A Perugia sono partiti i corsi del diciottesimo biennio della Scuola di giornalismo, che ha sede a Ponte Felcino ed è sostenuta dalla Rai e dall’Università degli Studi di Perugia. All’apertura il presidente della Scuola, Flavio Mucciante, si è rivolto alle istituzioni e ha chiesto di aiutare chi oggi vuole diventare giornalista.
Mucciante è partito da una constatazione: “Ci sono tanti giovani che riconoscono ancora nel giornalismo un’attività necessaria, che vogliono capire il mondo e assumersi la responsabilità di raccontarlo. A loro dobbiamo offrire strumenti, opportunità e prospettive all’altezza di un impegno civile e professionale così importante”. In parole semplici, molti ragazzi vogliono ancora fare questo mestiere, cioè scoprire cosa succede e spiegarlo agli altri. Per questo, secondo il presidente, va dato loro il necessario per farlo bene.
Le istituzioni, cioè gli enti pubblici che prendono le decisioni, devono puntare secondo Mucciante su tre cose: “percorsi di formazione accessibili e qualificati, un ingresso nella professione fondato sul merito, condizioni che consentano di esercitare il giornalismo con autonomia e dignità”. Vuol dire scuole di buon livello aperte a molti e una professione in cui si entra perché si è bravi. Vuol dire anche poter lavorare liberi e in condizioni giuste.
Il mondo dell’informazione sta cambiando molto. Cambiano il modo in cui i giornali guadagnano, il modo in cui si lavora nelle redazioni e il modo in cui le persone leggono, guardano e ascoltano. I giornalisti devono produrre sempre più contenuti, sempre più in fretta e su sempre più canali, come siti, social e televisione. Per Mucciante le scuole “hanno il dovere di innovarsi, aggiornando le competenze e preparando i giovani alle trasformazioni delle redazioni e ai nuovi scenari tecnologici”.
Per questo a Perugia la Scuola sta preparando “nuovi percorsi didattici sulla verifica delle fonti aperte, sull’analisi delle immagini, sui linguaggi social e sui formati brevi, sugli ambienti digitali e sulla produzione audiovisiva”. Gli studenti imparano quindi a controllare che le informazioni trovate su internet siano vere e a capire se una foto è autentica. Imparano anche a raccontare le notizie sui social e in video. Il risultato, spiega il presidente, deve vedersi nel lavoro di tutti i giorni: “nella qualità delle fonti, nell’accuratezza del racconto, nella separazione tra informazione e pubblicità”. Per arrivarci servono insegnanti che lavorano ogni giorno nelle redazioni, contatti con il mondo del lavoro, strumenti adatti e uno studio continuo.
Il presidente ha poi parlato di un problema che riguarda tutto il sistema dell’informazione: la sostenibilità delle scuole di giornalismo, cioè la possibilità per queste scuole di andare avanti nel tempo con i soldi necessari. Una formazione seria ha dei costi e, per Mucciante, va protetta perché resti rigorosa, aggiornata e alla portata di tutti. “Se il peso ricade sempre di più sulle famiglie, rischiamo di selezionare i futuri giornalisti anche sulla base delle loro possibilità economiche, mentre l’informazione ha bisogno di voci che provengano da esperienze, territori e contesti sociali differenti”. Se studiare costa troppo, potrebbe diventare giornalista solo chi ha più soldi. Così si perderebbero le storie e i punti di vista di chi viene da luoghi e situazioni diverse.
Secondo il presidente questa responsabilità va divisa tra istituzioni, editori (le aziende che pubblicano giornali e notiziari) e organismi della professione. Ogni scuola, ha aggiunto, deve essere giudicata con attenzione per i risultati e la qualità che raggiunge, ma deve anche avere le risorse giuste per lavorare. Mucciante ha definito le scuole di giornalismo “un presidio della democrazia”, perché è proprio “dalla qualità dell’informazione che dipende la capacità dei cittadini di comprendere il mondo e compiere scelte consapevoli”.