Paramount presenta una nuova offerta per comprare Warner Bros. Discovery, già promessa a Netflix

È arrivata una nuova offerta per Warner Bros. Discovery e adesso la decisione finale si avvicina. Nella notte tra il 23 e il 24 febbraio è scaduto il termine di sette giorni che Netflix aveva concesso a Warner Bros. Discovery per parlare con Paramount Skydance e ricevere un’ultima proposta. Proprio allo scadere del tempo, la nuova offerta è stata consegnata. Per capire cosa sta succedendo, si può immaginare una grande azienda come una casa molto importante che due compratori vogliono acquistare. Netflix ha già firmato un accordo per comprare Warner Bros. Discovery per 82,7 miliardi di dollari. Questo accordo è stato accettato dal consiglio di amministrazione, ma deve ancora essere approvato dagli azionisti, cioè dai proprietari delle azioni della società. L’assemblea che dovrà votare è stata convocata per il 20 marzo. Nel frattempo, Paramount Skydance non si è ritirata e ha lavorato a una proposta alternativa. Secondo fonti statunitensi, l’offerta potrebbe superare i 100 miliardi di dollari. Inoltre, PSKY avrebbe previsto anche il pagamento della penale da 2,8 miliardi di dollari che WBD dovrebbe versare a Netflix se decidesse di annullare l’accordo già firmato. Netflix ha spiegato di aver concesso una “waiver”, cioè un permesso temporaneo che sospende alcuni obblighi contrattuali. In pratica, per una settimana Warner Bros. Discovery è stata libera di parlare con Paramount Skydance senza violare l’intesa già sottoscritta. Durante questo periodo, se fosse arrivata una nuova offerta, WBD avrebbe dovuto comunicarla a Netflix. Nel comunicato ufficiale, Netflix ha dichiarato: “Abbiamo l’unico accordo firmato e raccomandato dal board con WBD, ed è il nostro l’unico percorso certo per generare valore per gli azionisti di WBD […] l’operazione Netflix è incentrata su crescita, opportunità e su un rinnovato impegno nella creazione di film e contenuti televisivi di livello mondiale, non su consolidamento e licenziamenti […] al contrario, Paramount Skydance è fuorviante nei confronti degli azionisti di WBD sui reali rischi normativi che l’operazione comporta a livello globale […] I finanziamenti esteri alla base dell’offerta di Paramount Skydance stanno già sollevando serie preoccupazioni in materia di sicurezza nazionale e il gruppo è ben lontano dall’aver ottenuto tutte le autorizzazioni regolatorie necessarie. La sua proposta comporta significative sovrapposizioni orizzontali che preoccuperebbero le autorità antitrust a livello globale […] Paramount Skydance ha promesso una rapida riduzione della leva finanziaria dopo la fusione, obiettivo che potrebbe essere raggiunto solo attraverso tagli occupazionali senza precedenti […] un piano industriale che dipende da 16 miliardi di dollari di risparmi di costo dovrebbe rappresentare un inequivocabile campanello d’allarme per regolatori, decisori politici, sindacati e creativi […] la solida generazione di cassa di Netflix sostiene la nostra struttura di offerta interamente in contanti, preservando al contempo un bilancio sano e la flessibilità necessaria per cogliere future priorità strategiche”. Warner Bros. Discovery ha intanto confermato di aver ricevuto la proposta rivista di PSKY proprio allo scadere dei sette giorni. L’importo non è stato reso pubblico. Il consiglio di amministrazione ha comunicato che sta esaminando l’offerta con i propri consulenti finanziari e legali. Nella nota ufficiale si legge: “A seguito dell’interlocuzione con PSKY durante il periodo di deroga limitata di sette giorni, abbiamo ricevuto una proposta rivista da parte di PSKY per l’acquisizione di WBD, che stiamo esaminando in consultazione con i nostri consulenti finanziari e legali. Aggiorneremo i nostri azionisti dopo la revisione da parte del Board. L’accordo di fusione con Netflix rimane in vigore e il Board continua a raccomandare l’operazione con Netflix. Agli azionisti di WBD si consiglia di non intraprendere alcuna azione in questo momento in merito all’offerta pubblica di acquisto modificata di PSKY”. Adesso la procedura prevede un altro passaggio importante: Netflix ha quattro giorni di tempo per decidere se pareggiare l’offerta rivale o presentare un rilancio. Dopo questo eventuale confronto finale, la parola passerà agli azionisti il 20 marzo. In quella data sarà presa la decisione definitiva sull’operazione di acquisizione.
OpenAI prepara il suo primo device con ChatGpt

OpenAI potrebbe lanciare entro il 2027 il suo primo dispositivo hardware con ChatGpt, un altoparlante intelligente progettato per vedere e interpretare l’ambiente grazie a una fotocamera integrata. Secondo quanto riportato dal sito The Information, l’azienda specializzata in intelligenza artificiale starebbe preparando l’ingresso nel settore dei dispositivi fisici, dopo mesi di indiscrezioni. Il prodotto sarebbe uno smart speaker pensato per competere con gli Amazon Echo di Amazon. Il progetto nascerebbe dalla collaborazione con Jony Ive, ex responsabile del design di Apple e fondatore delle startup LoveFrom e io Products. Secondo le informazioni pubblicate, io Products sarebbe stata acquisita da OpenAI per 6,5 miliardi di dollari. Il nuovo dispositivo dovrebbe avere un prezzo compreso tra i 200 e i 300 dollari. L’elemento centrale sarebbe la presenza di una fotocamera capace di osservare ciò che accade intorno. In modo semplice: lo speaker non solo ascolterebbe la voce, ma potrebbe anche “vedere” una stanza, un oggetto o un documento, e fornire risposte in tempo reale attraverso ChatGpt. Il progetto dello smart speaker non sarebbe l’unico in sviluppo. Sempre secondo The Information, OpenAI starebbe lavorando anche a un paio di occhiali intelligenti, pensati per competere con i Ray-Ban Meta di Meta. Il lancio di questi occhiali non sarebbe previsto prima del 2028. (In foto, Sam Altman, Ceo di OpenAI)
Reporter del Washington Post perquisita, giudice blocca l’analisi del materiale

Un giudice federale ha vietato al Dipartimento di Giustizia di esaminare i dispositivi elettronici sequestrati alla reporter del Washington Post Hannah Natanson e ha stabilito che sarà il tribunale a controllare se al loro interno ci siano documenti collegati a un’indagine sulla sicurezza nazionale. La decisione riguarda il caso della giornalista del The Washington Post, Hannah Natanson, dopo una perquisizione effettuata dall’Federal Bureau of Investigation il 14 gennaio nella sua abitazione. Gli agenti stavano indagando su un consulente esterno del governo accusato di aver trattenuto materiale classificato. Durante l’operazione sono stati sequestrati telefono, computer portatili, un registratore, un disco rigido esterno e un orologio. Il giudice federale William Porter ha deciso che i dispositivi non potranno essere analizzati direttamente dal governo. Sarà invece il tribunale a verificare, in modo controllato, se nei file siano presenti documenti legati all’inchiesta sulla sicurezza nazionale. In questo modo, il controllo avverrà sotto la supervisione della corte. Nel suo provvedimento, Porter ha criticato il governo per non aver citato il Privacy Protection Act del 1980 nella richiesta di mandato di perquisizione. Questa legge serve a proteggere il lavoro dei giornalisti e i materiali raccolti durante le loro attività. Il giudice ha sottolineato che il caso coinvolge diritti garantiti dal Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, che tutela la libertà di stampa. “Questa omissione ha seriamente compromesso la fiducia del tribunale nelle comunicazioni del governo in questo procedimento”, ha scritto Porter nel documento ufficiale. Il giudice ha inoltre evidenziato che un’analisi senza limiti da parte del governo potrebbe violare le tutele costituzionali della giornalista. Nei giorni precedenti, Porter aveva riconosciuto che Natanson era stata “sostanzialmente privata del lavoro di una vita” a causa del sequestro dei suoi strumenti professionali, che per un reporter sono essenziali per comunicare con le fonti e scrivere articoli. L’executive editor del Washington Post, Matt Murray, aveva definito l’operazione dell’FBI “straordinaria e aggressiva” e aveva espresso preoccupazione per il rispetto delle garanzie costituzionali legate al lavoro giornalistico. Dopo la decisione del giudice, il quotidiano ha definito il provvedimento una “vittoria”, sia per la testata sia per Natanson. “Consentire al governo di esaminare il suo telefono metterebbe a rischio l’identità delle sue fonti e potrebbe avere un effetto dissuasivo su future fonti che desiderino parlare con i reporter”, ha dichiarato il giornale.
La Stampa, presidio a Torino per la vendita. I lavoratori chiedono garanzie

La protesta dei giornalisti e dei lavoratori del quotidiano La Stampa si è svolta questa mattina sotto Palazzo Civico a Torino, dove per la prima volta in 150 anni di storia il personale del giornale è sceso in piazza per chiedere certezze sul futuro della testata e sull’assetto proprietario. Il presidio si è tenuto davanti al municipio della città. I giornalisti e i dipendenti hanno partecipato numerosi. Hanno portato striscioni con scritte come “La Stampa è di tutte e tutti” e “Elkann i nostri valori non sono in vendita”. L’iniziativa arriva dopo settimane di indiscrezioni sulla possibile vendita del quotidiano e su cambiamenti nella proprietà. In una nota distribuita durante la manifestazione, il comitato di redazione ha spiegato le ragioni della mobilitazione. “I nostri valori non sono in vendita – sottolinea il comitato di redazione in una nota distribuita in piazza – da mesi lavoratrice lavoratori vivono in una condizione di profonda preoccupazione e chiedono informazioni chiare e ufficiali sul processo di vendita. Un timore che non riguarda soltanto il nostro futuro occupazionale, ma investe la qualità e la pluralità dell’informazione nel Paese”. Nel documento si legge anche: “Ancora oggi – prosegue il documento- durante una trattativa esclusiva viviamo in un continuo flusso di indiscrezioni contraddittorie e spesso silenti: crediamo sia doveroso che la proprietà confermi o smentisca con chiarezza le informazioni in nostro possesso, ovvero che alcuni improntarti imprenditori abbiano manifestato l’interesse per l’acquisizione de La Stampa”. La redazione ha annunciato uno stop simbolico alle attività per chiedere risposte. “La redazione oggi si ferma per chiedere risposte e garanzie sul suo futuro – si legge ancora nella nota – inoltre, riteniamo che chi vende non possa e non debba sottrarsi dall’assicurare garanzie sui livelli occupazionali e salariali, sulla conferma dei contratti in essere su un perimetro ben definito della cessione del ramo d’azienda e sui tempi certi: chiediamo di avere una data precisa di conclusione della due diligence in corso con il gruppo Sae e ancor prima la composizione della accordata acquirente”. Al presidio hanno partecipato rappresentanti politici di maggioranza e opposizione, assessori comunali e regionali, parlamentari e sindacalisti. Erano presenti anche l’Anpi, l’Ordine dei giornalisti del Piemonte e l’Associazione Stampa Subalpina. Intanto è stato fissato un incontro per il 13 marzo in Regione Piemonte, al quale prenderanno parte i sindacati e i rappresentanti dei giornalisti del quotidiano torinese, per è ottenere informazioni ufficiali sul processo di due diligence e sulla possibile acquisizione, oltre a chiarimenti sulle tutele occupazionali e contrattuali.