
Ieri pomeriggio, a Torino, durante la giornata di sciopero generale che aveva portato in strada oltre duemila persone, la redazione della Stampa in via Lugaro è stata presa di mira da un gruppo di manifestanti pro-Palestina, molti dei quali ritenuti dagli inquirenti appartenenti all’area anarchica. L’assalto ha segnato la conclusione del corteo, che intorno alle 13.30 ha deviato il percorso ufficiale: lo “spezzone sociale”, composto da più di duecento persone, invece di dirigersi verso l’Ufficio scolastico regionale ha proseguito lungo corso Stati Uniti, si è inoltrato nel quartiere San Salvario e, correndo attraverso via Rosmini, ha raggiunto la sede del quotidiano.
Arrivati davanti all’edificio, i manifestanti hanno lanciato secchi di letame contro i cancelli e imbrattato la facciata di via Lugaro con scritte ostili — “vi restituiamo la merda che offrite ogni giorno”, “Fuck Stampa”, “Free Shahin”. Quest’ultima espressione è un riferimento a Mohamed Shahin, l’imam torinese di San Salvario trattenuto nel Cpr di Caltanissetta, il cui provvedimento di espulsione era stato confermato poche ore prima dalla Corte d’Appello di Torino. Nell’azione, gli attivisti accusavano il giornale di averlo “dipinto come un terrorista” e di “schierarsi sempre dalla parte sbagliata”.
Circa cinquanta persone, alcune a volto scoperto e altre col passamontagna, sono riuscite a entrare negli uffici passando dal bar e forzando due porte dell’edificio, senza essere intercettate dalle forze dell’ordine. Le bariste hanno subito avvertito gli intrusi che la redazione era vuota, poiché giornalisti e giornaliste avevano aderito allo sciopero nazionale proclamato dalla Fnsi per il mancato rinnovo del contratto. Nonostante ciò, l’azione è proseguita: una cinquantina di manifestanti ha raggiunto gli spazi redazionali, rovesciando libri, taccuini e documenti, mentre venivano intonati slogan come “Giornalista terrorista, sei il primo della lista”.
All’esterno, due attivisti hanno aggredito un operatore che stava documentando il blitz: sono partite minacce di morte e un fumogeno spento è stato lanciato verso l’uomo, senza colpirlo.
Il blitz è terminato poco dopo le 14, quando circa cinquanta agenti in tenuta antisommossa sono arrivati in via Rosmini. Non è stato necessario intervenire: gli attivisti hanno scavalcato i cancelli e abbandonato autonomamente la sede del quotidiano. L’inchiesta, affidata alla Digos, ha già portato all’identificazione e alla denuncia di 34 persone.
Le reazioni di sostegno sono arrivate subito da più istituzioni e organismi professionali. La Federazione Nazionale della Stampa, l’Ordine dei Giornalisti, la Stampa Subalpina e varie associazioni di categoria hanno fatto sapere di essere vicine ai lavoratori del quotidiano. Il ministro dell’Interno ha condannato il gesto, definendolo “un’azione gravissima e del tutto inaccettabile”, e ha comunicato di aver avviato una verifica su come si siano svolti i fatti. Sono stati segnalati i primi identificati, una trentina, collegati all’area antagonista torinese.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha inviato al direttore Andrea Malaguti un messaggio di solidarietà, condannando l’irruzione come un atto violento contro un luogo di lavoro. Anche il presidente della Regione Piemonte e il sindaco di Torino hanno fatto visita alla redazione offrendo sostegno ai giornalisti.
Ulteriori dichiarazioni sono arrivate dalla FNSI, dalla Subalpina e dagli Ordini regionali e nazionali dei giornalisti, che hanno parlato di comportamenti che riportano a metodi del passato e che rischiano di limitare la libertà di stampa attraverso intimidazioni. Le organizzazioni hanno chiesto maggiore vigilanza intorno alle redazioni, ricordando che episodi simili sono già avvenuti in altre città italiane.
Solidarietà anche dal Cdr di Repubblica, che ha definito l’irruzione una “pratica squadrista” e ha osservato come l’azione sia avvenuta proprio mentre la categoria scioperava per tutelare diritti e qualità dell’informazione. Il comitato ha inoltre segnalato la necessità di chiarire il ruolo delle forze dell’ordine e le ragioni per cui non sia stato impedito l’accesso alla sede del giornale.
Le giornaliste e i giornalisti del Tg3 hanno espresso vicinanza ai colleghi torinesi e hanno chiesto che i responsabili vengano individuati e consegnati alla giustizia, ricordando come episodi di violenza contro chi raccoglie e verifica notizie mettano a rischio i principi che sostengono la democrazia.