Corriere, scontro sugli strumenti di intelligenza artificiale. Cdr: “Serve confronto prima dell’utilizzo”

Corriere redazione

Il Comitato di redazione del Corriere della Sera ha chiesto il blocco immediato dell’utilizzo di strumenti di Intelligenza artificiale per i giornalisti, dopo una comunicazione aziendale inviata ai dipendenti di Rcs MediaGroup con le istruzioni per usare Microsoft 365 Copilot Chat, inserito nel quadro di un “programma aziendale Rcs di adozione di nuovi strumenti di Intelligenza Artificiale”. Secondo quanto riferito, il Cdr ha contestato l’introduzione dello strumento perché “non è stato firmato alcun accordo sugli Strumenti AI”, ricordando che sul tema è già stato avviato un confronto sindacale. Il Comitato ha invitato i giornalisti “a segnalare qualsiasi comunicazione aziendale relativa all’introduzione dell’Intelligenza artificiale, in quanto non ancora regolata con accordo sindacale”. Il riferimento è al mandato ricevuto dall’assemblea dei giornalisti del Corriere della Sera, che ha incaricato all’unanimità il Cdr di trovare un accordo con l’Azienda sull’uso dell’Intelligenza artificiale in redazione. Il mandato nasce dopo che la direzione ha annunciato, circa quindici giorni prima, l’introduzione nel sistema editoriale di tre nuovi strumenti basati su AI: sistemi per cercare informazioni specifiche in grandi archivi, aggiornare articoli con gli ultimi eventi e correggere automaticamente errori. Tecnologie sviluppate con il contributo di piattaforme come Google Gemini e OpenAI. Il Cdr ha spiegato all’assemblea che queste innovazioni dovrebbero rientrare nell’articolo 42 del Contratto nazionale di lavoro giornalistico, che prevede una consultazione sindacale preventiva per l’introduzione di nuove tecnologie, e non una semplice comunicazione interna. Per questo motivo l’assemblea ha deciso di affidare al Comitato il compito di negoziare un inserimento regolato e trasparente, con limiti precisi per l’utilizzo della tecnologia. Tra i punti indicati nel mandato figura la definizione di un decalogo professionale, cioè un insieme di regole chiare su cosa si può fare con l’Intelligenza artificiale, quali conoscenze servono per utilizzarla correttamente, quali precauzioni adottare e quali attività restano vietate. Il confronto tra Azienda e rappresentanti dei giornalisti non è nuovo. Nell’agosto 2024 era stato avviato un primo tavolo con l’obiettivo di “realizzare un codice di condotta e stabilire le regole per introdurre le nuove tecnologie generative al Corriere della Sera”. In quella fase, però, le iniziative già avviate non erano state sospese, nonostante la richiesta dei rappresentanti sindacali. La decisione di avviare un dialogo strutturato è arrivata anche dopo un accordo tra Rcs e OpenAI per la fornitura di servizi legati all’App Economia. In quell’occasione il Cdr aveva protestato e chiesto al direttore Luciano Fontana il blocco delle nuove funzioni destinate ai lettori. Il direttore aveva risposto che si trattava soltanto di “supporti tecnici”. Nel frattempo, alcune applicazioni basate su Intelligenza artificiale sono già operative. Tra queste, l’“Assistente Virtuale”, che permette ai lettori di cercare articoli, accedere agli archivi e ottenere sintesi dei contenuti principali. È attiva anche la piattaforma “Chiedi all’esperto”, che consente agli abbonati di inviare quesiti in ambito fiscale o giuridico a professionisti qualificati, ricevendo risposte personalizzate. Il tema della consultazione sindacale è stato ribadito anche a livello nazionale. L’articolo 42 del contratto, ricordato dalla segretaria della Fnsi Alessandra Costante in una comunicazione ai Cdr, stabilisce che ogni innovazione tecnologica deve essere discussa con le rappresentanze dei giornalisti. Secondo quanto segnalato, questa procedura non sarebbe stata seguita nel caso del Corriere.

L’Espresso pubblica “L’abuso”: foto prima contestata e poi verificata

L'Espresso - L'Abuso

La foto de L’Espresso intitolata “L’abuso”, pubblicata il 10 aprile 2026, è autentica e non generata con intelligenza artificiale, come confermato dal fotografo autore dello scatto e da ulteriori immagini dello stesso evento. Nel giro di poche ore dalla pubblicazione, l’immagine – che mostra un colono israeliano armato mentre riprende con il telefono una donna palestinese – è diventata virale sui social, aprendo un acceso dibattito sulla sua veridicità. Diversi utenti hanno parlato di “fake photo”, sostenendo che alcuni dettagli, come l’aspetto dell’uomo o la sua uniforme, apparissero “innaturali” o non coerenti. A intervenire è stato anche l’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, che ha dichiarato: “Condanniamo fermamente l’uso manipolatorio della recente copertina de L’Espresso. L’immagine distorce la complessa realtà con cui Israele deve convivere, promuovendo stereotipi e odio. Un giornalismo responsabile deve essere equilibrato e corretto”. Lo scatto è stato realizzato dal fotoreporter Pietro Masturzo il 12 ottobre 2025. “Ebbene no, la foto in questione non è frutto di Intelligenza artificiale! Ho scattato questa foto nel villaggio palestinese di Idhna (a ovest di Hebron) lo scorso 12 ottobre, nel primo giorno di raccolta delle olive”, scrive il fotoreporter nella didascalia al video pubblicato sul suo profilo Instagram. E ancora: “Doveva essere un giorno di festa. Oltre ai proprietari del terreno e alle diverse famiglie di palestinesi venuti ad aiutare nella raccolta, sul luogo erano presenti anche le autorità palestinesi locali, un gruppo di attivisti internazionali e diversi giornalisti palestinesi e internazionali, compreso il New York Times. Proprio all’inizio della raccolta è sopraggiunto un gruppo di coloni israeliani armati (alcuni dei quali indossavano l’uniforme dell’esercito, come il colono in questione) e accompagnati da veri soldati (con il volto coperto), che hanno impedito ai palestinesi di raccogliere le proprie olive. L’espressione del colono ritratto e la conseguenza del gesto ripetuto dallo stesso, mimando il verso che fa il pastore per radunare il proprio gregge, rivolgendosi ai palestinesi come alle proprie bestie”. La donna ritratta nella foto è Meead Abu al-Rub, 35 anni, avvocata impegnata in attività contro la colonizzazione dei territori palestinesi. In un’intervista ha raccontato: “Alcuni dei coloni indossavano uniformi militari e portavano armi. Ci hanno minacciato, insultato e filmato”. La donna ha aggiunto che il colono che la stava riprendendo “diceva che ci avrebbe arrestati tutti, anche se non avevamo fatto nulla di sbagliato”. Secondo la sua testimonianza, quel giorno più di venti coloni, insieme a soldati israeliani, sarebbero arrivati nell’area durante una protesta pacifica legata alla raccolta delle olive. “Hanno cercato di intimidirci e ci hanno minacciato di arrestarci. Se non avessimo annullato l’evento e ci fossimo ritirati, i coloni non avrebbero esitato a spararci direttamente e ucciderci perché le loro armi erano pronte”, afferma l’avvocata. La diffusione della copertina ha avuto un impatto globale: l’immagine è stata ripresa da media internazionali e ha superato i 150 milioni di visualizzazioni online, diventando un caso mediatico e diplomatico. Parallelamente, si è riacceso il dibattito sulla verifica delle immagini, soprattutto in contesti di conflitto, dove spesso contenuti reali vengono messi in dubbio o etichettati come propaganda. Non è la prima volta che fotografie provenienti da Gaza o dalla Cisgiordania vengono contestate pubblicamente. In rete circolano anche espressioni come “Pallywood”, utilizzate per insinuare che immagini e video siano costruiti artificialmente. Tuttavia, in questo caso specifico, la presenza di più scatti dello stesso episodio, realizzati da diversi fotografi, ha contribuito a confermare l’autenticità della scena.

Google presenta le nuove funzioni per la ricerca online

Google-Chiostro-del-Bramante

L’Intelligenza Artificiale di Google cambia il modo di cercare informazioni online e introduce nuovi strumenti per il commercio digitale.  Nel corso dell’incontro ospitato al Chiostro del Bramante a Roma, i rappresentanti italiani di Google hanno illustrato come l’evoluzione dell’Intelligenza Artificiale stia trasformando la tradizionale ricerca online in un sistema più avanzato, capace di accompagnare gli utenti lungo tutto il percorso informativo. La partecipazione ha coinvolto professionisti della comunicazione, imprese e istituzioni, con un focus specifico sulle applicazioni nell’e-commerce. Secondo quanto presentato, il motore di ricerca non si limita più a fornire link, ma si sta evolvendo in un assistente digitale in grado di comprendere richieste sia semplici sia complesse. Tra le novità illustrate figurano AI overview, che offre risposte rapide e sintetiche, e AI Mode, progettata per ricerche più articolate. I dati mostrati indicano che le query degli utenti risultano oggi fino a tre volte più lunghe rispetto al passato, segnale di una maggiore capacità dell’IA di interpretare domande complesse. Tra gli strumenti più recenti compare anche Live Search, una funzione che consente di utilizzare la fotocamera dello smartphone per inquadrare un oggetto e ottenere informazioni in tempo reale tramite comandi vocali. Questa modalità introduce una ricerca definita “live”, che integra elementi visivi e audio. Nel corso dell’evento, la Country Manager di Google in Italia, Melissa Ferretti Peretti, ha dichiarato: “Ormai il clamore legato alla novità dell’IA è passato. Il dibattito ora si sposta sui vantaggi concreti e misurabili che questa tecnologia può portare. Una tecnologia che sta imparando a parlare e a ragionare come noi. Per quanto riguarda la ricerca, questa si sta trasformando sempre più nell’interazione con un assistente in grado di esaudire i nostri bisogni. E che tra un po’ sarà in grado di lavorare per noi come un vero agente”. Una spiegazione operativa è stata fornita anche da Gail Kent, che ha utilizzato una metafora per descrivere l’evoluzione: “Prima la ricerca su browser era come un bibliotecario, che ci poteva solamente portare allo scaffale giusto. Ora l’IA è andata oltre, e comincia a collaborare con noi nella risoluzione di problemi. Non solo in modalità testuale ma anche tramite ricerca visiva”. L’attenzione si è concentrata anche sull’impatto dell’IA sull’e-commerce, ambito considerato strategico soprattutto nel mercato italiano. Diego Ciulli ha spiegato: “La nostra missione è quella di mettere in contatto le persone con le informazioni che cercano e con chi queste le produce. E molte di queste informazioni hanno a che fare con cose da comprare. Non è un caso che questo nostro evento avvenga nella giornata del Made in Italy: sull’e-commerce l’Italia è arrivata tardi ma è una rivoluzione epocale che ora non può farsi sfuggire. La partita la vincono i paesi che permettono alle imprese di usare la tecnologia nel modo migliore. E questa è la missione che ci siamo dati anche noi, nel nostro lavoro con le istituzioni”. Un elemento centrale di questa trasformazione è rappresentato dalla cosiddetta IA agentica, ovvero sistemi in grado di svolgere azioni per conto degli utenti. Jacopo Allegrini ha chiarito che questi strumenti possono semplificare il processo di acquisto online, riducendo quello che viene definito “attrito del processo”. In pratica, l’utente può indicare le caratteristiche desiderate di un prodotto e lasciare al sistema il compito di cercare, confrontare e valutare le opzioni disponibili. Tra le soluzioni annunciate figura l’Universal Commerce Protocol (UCP), uno standard open source che consente ai sistemi digitali di comunicare tra loro durante tutte le fasi dell’acquisto, e Business Agent, un assistente virtuale attivo 24 ore su 24 per supportare le vendite e rispondere alle domande dei consumatori.

AP propone uscite volontarie a 120 giornalisti negli Stati Uniti e investe in video e AI

Associated Press

L’Associated Press ha offerto a più di 120 giornalisti la possibilità di uscire volontariamente dall’azienda in cambio di un compenso economico, una misura chiamata “incentivo all’esodo”. Questa decisione nasce da un cambiamento nel settore dell’informazione. Per molti anni, l’Associated Press ha prodotto contenuti soprattutto per i giornali di carta. Oggi però questo tipo di attività è diminuito, perché sempre più persone leggono notizie online o guardano video. Per questo motivo, infatti, l’agenzia sta spostando il suo lavoro verso il video giornalismo e le piattaforme digitali, cercando nuove fonti di guadagno. Attualmente, i grandi editori di giornali rappresentano solo il 10% del fatturato totale. “Non siamo un’azienda editoriale e non lo siamo da parecchio tempo”, ha dichiarato Julie Pace, dirigente dell’agenzia. Negli ultimi quattro anni, i ricavi provenienti dai giornali sono diminuiti del 25%, mentre dal 2022 è aumentato il numero di giornalisti che lavorano con i video. Alcuni grandi gruppi editoriali hanno anche interrotto i rapporti con l’Associated Press. Gannett e McClatchy hanno lasciato nel 2024. Inoltre, Lee Enterprises ha chiesto di uscire prima da un accordo che scade nel 2026. Questo significa che l’agenzia ha meno clienti tra i giornali. L’obiettivo dichiarato è ridurre il numero totale dei dipendenti di meno del 5% a livello globale. Julie Pace ha spiegato che l’azienda “non è in difficoltà” e che queste scelte vengono fatte “da una posizione di forza”. Un altro tema riguarda l’intelligenza artificiale, cioè strumenti tecnologici che possono aiutare nella produzione delle notizie. Il sindacato ha accusato l’agenzia di non fornire una formazione adeguata ai giornalisti su questi strumenti, nonostante l’azienda stia sviluppando accordi per utilizzarli. Secondo il News Media Guild, il sindacato che rappresenta i giornalisti dell’agenzia, l’AP non intende negoziare su questo tema e starebbe rinunciando a personale esperto per “flirtare con l’AI”.

Wikipedia vieta contenuti IA: rischio errori e dati fuorvianti

Wikipedia

Wikipedia ha deciso di vietare la pubblicazione di articoli scritti con intelligenza artificiale, aggiornando ufficialmente le proprie linee guida e introducendo regole più restrittive per i contributori. Secondo quanto riportato, la piattaforma Wikipedia ha stabilito che i contenuti generati da modelli linguistici di grandi dimensioni (Llm) non potranno essere pubblicati direttamente perché “spesso violano” i principi fondamentali dell’enciclopedia, che richiedono verificabilità, affidabilità delle fonti e controllo umano. La decisione è stata presa dopo un confronto interno tra gli editor volontari, che hanno votato a favore del divieto. La nuova regola prevede due eccezioni precise. Gli strumenti di intelligenza artificiale possono essere utilizzati per fare traduzioni e per apportare piccole modifiche a testi già esistenti, ma solo con una revisione attenta da parte di una persona. Il tema dell’uso dell’IA è al centro di un dibattito tra i contributori della piattaforma, perché questi strumenti possono produrre errori o informazioni non corrette. Il fondatore di Wikipedia, Jimmy Wales, ha descritto questi problemi come un “pasticcio”, riferendosi ai casi in cui l’intelligenza artificiale genera contenuti fuorvianti o inventati, fenomeno spesso chiamato “allucinazione” dell’IA. Nel frattempo, cresce anche la competizione tra Wikipedia e gli strumenti basati su intelligenza artificiale. Secondo dati della società di analisi Similarweb, servizi come ChatGPT stanno aumentando il numero di utenti e, in alcuni casi, stanno superando o riducendo il traffico verso Wikipedia, soprattutto negli Stati Uniti.

Il New York Times licenzia un freelance per una recensione scritta con l’AI

logo NYT

Il New York Times ha interrotto la collaborazione con il giornalista freelance Alex Preston dopo aver scoperto che una sua recensione conteneva parti molto simili a un articolo pubblicato mesi prima dal Guardian e firmato da Christobel Kent. La vicenda riguarda il romanzo “Watching Over Her” dello scrittore Jean-Baptiste Andrea. A gennaio, Preston aveva pubblicato una recensione sul quotidiano statunitense. Alcuni lettori attenti hanno però notato somiglianze evidenti con una recensione uscita ad agosto sul giornale britannico. Le frasi risultavano molto simili, con piccoli cambiamenti nell’ordine delle parole o nelle espressioni utilizzate. Dopo la segnalazione, il New York Times ha avviato un’indagine interna. È emerso che il giornalista aveva utilizzato uno strumento di intelligenza artificiale per scrivere la bozza del testo. Secondo quanto dichiarato dallo stesso Preston, il sistema avrebbe inserito contenuti già esistenti senza che lui si accorgesse della loro origine. Il giornale ha pubblicato una nota ufficiale spiegando l’accaduto: “Un lettore ha recentemente segnalato al Times che questa recensione conteneva linguaggio e dettagli simili a quelli presenti in una recensione dello stesso libro pubblicata sul Guardian. Abbiamo parlato con l’autore, un recensore freelance, che ci ha detto di aver utilizzato uno strumento di IA che ha incorporato materiale dalla recensione del Guardian nella sua bozza, senza che lui lo identificasse e lo rimuovesse. Il suo affidamento all’IA e l’uso di contenuti non attribuiti a un altro autore rappresentano una chiara violazione degli standard del Times”. Le somiglianze tra i due articoli erano numerose e facilmente riconoscibili. In entrambi i testi, ad esempio, il personaggio di Stefano veniva descritto con gli stessi aggettivi, semplicemente invertiti. Anche il giudizio finale sul romanzo risultava quasi identico, con descrizioni dell’Italia come “un paese di contraddizioni” segnato dalla guerra e rappresentato attraverso immagini molto simili. Una frase pubblicata dal Guardian recitava: “soprattutto una canzone d’amore per un paese di contraddizioni, ferito, devastato dalla guerra, diviso, smarrito e miracoloso: un’Italia dove la vita è costume e rappresentazione artistica, e dove i circhi nascono nelle terre abbandonate”. Nella versione del Times, il contenuto appariva praticamente uguale, con minime modifiche nella struttura della frase. Dopo aver accertato i fatti, il quotidiano statunitense ha deciso di interrompere ogni rapporto con Preston. La direzione ha inoltre informato il Guardian dell’accaduto e ha aggiunto una segnalazione in fondo alla recensione, includendo anche un collegamento all’articolo originale. Il giornalista ha riconosciuto l’errore e ha rilasciato una dichiarazione: “Sono enormemente imbarazzato da quanto accaduto e realmente dispiaciuto.  “Ho commesso un grave errore usando uno strumento di AI su una bozza di recensione che avevo scritto, e non sono riuscito a identificare e rimuovere il linguaggio sovrapposto di un’altra recensione che l’AI ha inserito. Ho assunto immediatamente la responsabilità e mi sono scusato con il New York Times, e voglio anche scusarmi con Christobel Kent e con il Guardian”.

Meta licenzia 700 dipendenti e investe 115 miliardi nell’AI

Meta Zuckerberg

Meta avvia una nuova riorganizzazione interna con il possibile licenziamento di circa 700 dipendenti, concentrati soprattutto nella divisione Reality Labs, secondo quanto riportato dal New York Times. La decisione si inserisce in un piano più ampio che punta a spostare risorse verso lo sviluppo dell’intelligenza artificiale generativa e della cosiddetta super intelligenza, ambiti considerati centrali per il futuro dell’azienda. La divisione Reality Labs, nota per i progetti legati al metaverso, è già stata interessata nei mesi precedenti da interventi simili. All’inizio dell’anno, come riferito da Bloomberg, erano stati ridotti circa 1.000 posti di lavoro nella stessa area, con una riallocazione delle risorse verso nuove strutture dedicate all’IA, tra cui il laboratorio denominato “Tbd Lab”. Questo percorso indica un cambiamento progressivo nelle priorità tecnologiche della società. “I team di Meta si ristrutturano o implementano regolarmente modifiche per garantire di essere nella posizione migliore per raggiungere i propri obiettivi”, ha spiegato un portavoce di Meta al giornale. “Laddove possibile, stiamo trovando altre opportunità per i dipendenti le cui posizioni potrebbero essere interessate”. Mark Zuckerberg prevede che entro il 2026 l’intelligenza artificiale permetterà a singoli lavoratori di svolgere attività oggi affidate a interi team. Per supportare questa trasformazione, Meta investirà almeno 115 miliardi di dollari, soprattutto in data center e infrastrutture tecnologiche.

OpenAI chiude Sora, l’app che crea video con AI, dopo sei mesi dal lancio

Sam Altman

OpenAI ha annunciato la chiusura di Sora, l’app per creare video con l’intelligenza artificiale, a sei mesi dal lancio negli Stati Uniti e in Canada. La decisione è stata comunicata con un post su X, dove l’azienda ha scritto: “A tutti coloro che hanno creato con Sora, l’hanno condivisa e hanno contribuito a costruire la community attorno ad essa: grazie. Ciò che avete realizzato è stato importante e sappiamo che questa notizia è deludente”. La piattaforma, sviluppata da OpenAI, permetteva di trasformare testi in video usando sistemi di intelligenza artificiale. Nelle prime settimane dopo il lancio, l’app aveva attirato molta attenzione, diventando uno degli strumenti più discussi nel settore tecnologico e arrivando a creare una concorrenza interna con ChatGPT, altro prodotto della stessa azienda. Il servizio era stato reso disponibile inizialmente negli Stati Uniti e Canada, mentre in altri Paesi, tra cui l’Italia, si attendeva ancora l’arrivo ufficiale. Secondo quanto riportato da diversi media, tra cui CNBC e The Wall Street Journal, la decisione sarebbe legata a una strategia di riduzione dei costi. L’obiettivo dell’azienda sarebbe quello di concentrare le risorse su attività considerate più prioritarie, anche in vista di una possibile quotazione in Borsa. Le stesse fonti indicano una valutazione che potrebbe raggiungere i 730 miliardi di dollari e un possibile debutto entro la fine dell’anno. Nel frattempo, all’interno dell’azienda si è discusso di un cambio di direzione. Fidji Simo, responsabile della divisione applicazioni, avrebbe evidenziato durante una riunione interna la necessità di puntare sul mercato aziendale. Questo significa sviluppare strumenti destinati a imprese e professionisti, con l’obiettivo di competere con realtà come Anthropic, specializzata in soluzioni avanzate per il business. La chiusura di Sora si inserisce quindi in un processo più ampio di riorganizzazione. Nello stesso periodo, OpenAI ha interrotto anche la funzione Instant Checkout, introdotta alla fine del 2025 per facilitare i pagamenti all’interno delle sue applicazioni. Questa piattaforma serviva a rendere più semplice acquistare servizi digitali senza uscire dall’ecosistema dell’azienda. (In foto, Sam Altman, AD di OpenAI)

Clickout Media compra siti di videogiochi, licenzia 20 giornalisti e adotta “autori AI”

ChatGPT Image 4 mar 2026, 06_20_15

Diversi giornalisti di siti di videogiochi sono stati licenziati e sostituiti da autori creati con intelligenza artificiale, presentati online con nomi, fotografie e biografie che non appartengono a persone reali. Il caso riguarda alcune testate molto note nel settore dei videogiochi, tra cui The Escapist, Videogamer ed Esports Insider. Negli ultimi mesi questi siti sono stati acquistati dalla società Clickout Media, un’azienda che lavora nel campo del marketing digitale e della SEO, cioè le tecniche usate per far comparire i siti più in alto nei risultati dei motori di ricerca. Secondo diverse testimonianze provenienti dall’interno delle redazioni, dopo l’acquisizione circa 20 lavoratori tra redattori e collaboratori sarebbero stati licenziati. Alcuni freelance hanno raccontato che verso la fine dello scorso anno i siti hanno iniziato a pubblicare molti articoli su casinò online e scommesse, scritti con programmi di intelligenza artificiale. Successivamente, secondo le stesse fonti, i budget editoriali sono stati bloccati. Al personale rimasto sarebbe stato chiesto di candidarsi per nuovi ruoli in cui il compito principale sarebbe stato quello di formare e supervisionare autori generati dall’intelligenza artificiale. Uno dei siti coinvolti, Videogamer, esiste da oltre vent’anni e pubblica recensioni e guide dedicate ai videogiochi. In cima agli articoli compare un messaggio rivolto ai lettori che dice:“Puoi fidarti di VideoGamer. Il nostro team di esperti di gaming dedica ore a testare e recensire i giochi più recenti, per garantire che tu stia leggendo la guida più completa possibile. Non preoccuparti, tutte le immagini e i consigli sono unici e originali”. Negli ultimi mesi, tra gli autori del sito è apparso il nome Brian Merrygold. Nella sua biografia viene descritto come “un analista esperto di iGaming e scommesse sportive” e “un giocatore da sempre nel cuore”. Tuttavia alcuni servizi utilizzati per verificare immagini e testi indicano che la fotografia del profilo sarebbe stata creata con intelligenza artificiale. Anche la biografia e gli articoli pubblicati con il suo nome risulterebbero generati automaticamente. Un altro autore presentato sul sito si chiama Callum Mercer. Secondo strumenti di controllo simili, anche la sua immagine e i testi pubblicati risultano prodotti con intelligenza artificiale. Secondo una fonte informata sui cambiamenti avvenuti nelle redazioni, la reazione di parte del personale ai nuovi metodi di lavoro è stata descritta come “assoluto disgusto”. Le conseguenze dei cambiamenti sono emerse anche pubblicamente. Il collaboratore di The Escapist, Lloyd Coombes, ha scritto sui social: “Mi dispiace dire che il mio ruolo a The Escapist è in scadenza. Cerco altri ruoli nei media o nelle pubbliche relazioni dedicate ai videogiochi, e sono anche molto disponibile per opportunità freelance e simulazioni di recensioni!”. Anche il sito Esports News UK, che secondo alcune ricostruzioni sarebbe stato acquisito dalla stessa società, ha pubblicato un messaggio sulla piattaforma X: “Non ci sono parole per descrivere quanto sia frustrato e sconvolto dal fatto che i redattori siano stati licenziati dagli attuali proprietari di Esports News UK”. Uno degli episodi che ha attirato più attenzione riguarda una recensione del videogioco Resident Evil Requiem, pubblicata su Videogamer e firmata proprio dall’autore Brian Merrygold. La recensione è stata inserita anche su Metacritic, una piattaforma molto utilizzata dall’industria dei videogiochi che raccoglie le recensioni pubblicate dai media e calcola una media dei voti assegnati ai giochi. Dopo la pubblicazione, alcuni osservatori hanno segnalato che il testo mostrava caratteristiche tipiche dei contenuti prodotti con intelligenza artificiale. In seguito alla segnalazione, Metacritic ha deciso di rimuovere la recensione dal proprio sito. Il co-fondatore della piattaforma, Marc Doyle, ha spiegato in una dichiarazione: “Metacritic è una fonte di recensioni affidabile da un quarto di secolo e ha mantenuto un rigoroso processo di selezione quando ha aggiunto nuove pubblicazioni alla nostra lista di critici. Tuttavia, in alcuni casi, come la vendita di una pubblicazione o la sostituzione di uno staff di redattori, possono sorgere problemi come plagio, furto o altre forme di frode, tra cui le recensioni generate dall’intelligenza artificiale”. “La politica di Metacritic è quella di non includere mai una recensione di un critico generata dall’intelligenza artificiale su Metacritic e, se scopriamo che ne è stata pubblicata una, la rimuoveremo immediatamente e interromperemo i legami con quella pubblicazione a tempo indeterminato, in attesa di un’indagine approfondita.” La società Clickout Media si descrive come un’agenzia di pubbliche relazioni e marketing. Negli ultimi anni ha acquisito diversi siti legati alla tecnologia e ai videogiochi, tra cui Techopedia e Adventure Gamers. Secondo diversi rapporti del settore, dopo alcune acquisizioni le redazioni sono state ridotte e i siti hanno iniziato a pubblicare contenuti soprattutto su casinò online, criptovalute e poker, spesso prodotti con sistemi automatici. Il sito di videogiochi Kotaku ha descritto Clickout Media come un’azienda “particolarmente timida”, perché il suo nome appare raramente nelle pagine dei siti che acquista. Alcuni report hanno inoltre parlato di una pratica chiamata SEO parassitaria. In termini semplici significa acquistare siti già molto conosciuti e ben posizionati nei risultati dei motori di ricerca per usarli poi per pubblicare nuovi contenuti su argomenti diversi, come gioco online o criptovalute. Altri rapporti hanno suggerito che un gruppo di aziende collegato a Clickout Media avrebbe legami con piattaforme offshore di poker e criptovalute con licenza ad Anjouan, nelle Isole Comore. Molti di questi siti generano entrate attraverso link affiliati che portano i lettori verso piattaforme di casinò online. La rivista specializzata Press Gazette ha provato a contattare Clickout Media tramite gli indirizzi email disponibili e attraverso un modulo presente sul sito ufficiale dell’azienda, ma non ha ricevuto risposta. Secondo Patrick Garratt, caporedattore della newsletter sul settore dei videogiochi Knowledge, la situazione riflette una difficoltà più ampia nel mondo dei media. Ha dichiarato: “Come in tutti i media, la parola d’ordine attuale è ‘sopravvivenza’. La precarietà in questo ambiente è in costante peggioramento da molti anni e l’intelligenza artificiale generativa, come dimostra l’annuncio di Videogamer, sta diventando troppo allettante perché alcuni la ignorino in nome dell”efficienza’. “Questa riduzione del personale nei media dedicati al gioco è diffusa e negli ultimi anni abbiamo assistito a un duro colpo per diverse grandi operazioni americane”. (Foto creata con AI)

UK, Google valuta lo stop alle AI Overviews per gli editori senza penalità nei risultati web

shutterstock_2468813507-e1746807289551

L’autorità britannica per la concorrenza ha chiesto che gli editori possano decidere se i loro articoli vengano usati nelle panoramiche AI di Google, senza subire effetti negativi nei normali risultati di ricerca. La richiesta arriva dalla Competition and Markets Authority (CMA), che nel Regno Unito controlla il rispetto delle regole del mercato. Secondo l’autorità, oggi gli editori “attualmente non hanno sufficiente scelta” su come i loro contenuti vengano utilizzati nelle risposte generate dall’intelligenza artificiale di Google. Quindi, se un sito vuole restare visibile su Google, deve accettare che i propri testi possano essere letti e riassunti dall’AI. Le AI Overviews sono riassunti automatici che compaiono in alto nella pagina dei risultati. Sono creati dall’intelligenza artificiale e spiegano velocemente un argomento, usando informazioni prese da più siti. La CMA sostiene che un editore dovrebbe poter dire “non voglio che il mio contenuto venga usato per questi riassunti” senza perdere posizione nella ricerca tradizionale. La questione è rilevante perché nel Regno Unito oltre il 90% delle ricerche online passa da Google. A ottobre la CMA ha designato Google come piattaforma con “status di mercato strategico” in base al Digital Markets, Competition and Consumers Act 2024, una legge che attribuisce nuovi poteri al regolatore per controllare le grandi aziende digitali. Google è la prima società tecnologica a essere sottoposta a questi requisiti. Secondo la CMA, gli editori non hanno “alcuna alternativa realistica” se non consentire la scansione dei propri contenuti, proprio per la posizione dominante di Google. L’autorità afferma che, senza controlli adeguati, Google può limitare la capacità degli editori di monetizzare i propri articoli, mentre utilizza gli stessi contenuti per generare risposte con l’intelligenza artificiale. Google, attraverso Ron Eden, responsabile della gestione dei prodotti, ha dichiarato: “Abbiamo aggiunto controlli per elementi come gli snippet in evidenza e le anteprime delle immagini (che si applicano anche alle panoramiche AI). E più recentemente, abbiamo introdotto Google-Extended, un nuovo controllo che consente ai siti web di gestire il modo in cui i loro contenuti vengono utilizzati per addestrare i nostri modelli Gemini”. Eden ha aggiunto: “Stiamo ora valutando aggiornamenti ai nostri controlli per consentire ai siti di disattivare specificamente le funzionalità di intelligenza artificiale generativa della ricerca”. Attualmente gli editori possono usare strumenti tecnici, come il meta tag NOSNIPPET, per evitare che i loro testi vengano mostrati nei riassunti. Tuttavia, secondo la CMA, questo può ridurre la visibilità nei risultati normali, perché viene eliminata la descrizione che aiuta gli utenti a decidere se cliccare. L’autorità cita uno studio interno di Google che avrebbe rilevato una riduzione del traffico del 45% quando i dettagli dei contenuti vengono limitati. Un altro punto centrale riguarda la trasparenza. La CMA afferma che gli editori hanno “trasparenza limitata” su come i loro contenuti vengano utilizzati per addestrare e “fondare” sistemi di intelligenza artificiale come Gemini e Vertex, e su come gli utenti interagiscano con quei contenuti nelle funzionalità AI. Per questo propone che Google pubblichi informazioni “chiare e dettagliate” e fornisca dati separati su impressioni, clic e tasso di clic legati alle panoramiche AI. L’autorità chiede inoltre che Google non introduca segnali di ranking per penalizzare chi sceglie di non partecipare alle panoramiche AI, e che non aggiri la scelta degli editori acquisendo i contenuti tramite altre fonti. Ritiene invece “ragionevole” l’uso di set di dati open source ottenuti legalmente. La CMA sottolinea anche l’importanza dell’attribuzione delle fonti. Indicare chiaramente da dove provengono le informazioni nelle risposte AI è considerato utile sia per i consumatori, che possono verificare la correttezza dei contenuti, sia per gli editori, che possono mantenere il valore del proprio marchio. L’autorità riconosce che le risposte generate dall’intelligenza artificiale non possono essere sempre completamente accurate, ma chiede che Google spieghi come gestisce eventuali inesattezze e quali metriche utilizza per misurare la correttezza delle informazioni. Le proposte sono in consultazione pubblica fino al 25 febbraio. Al termine di questa fase, la CMA adotterà una decisione definitiva. Anche le associazioni di categoria hanno commentato l’iniziativa. Owen Meredith, amministratore delegato della News Media Association, ha dichiarato: “Accogliamo con grande favore le proposte della CMA di consentire agli editori di notizie di controllare se i loro contenuti vengono utilizzati nelle panoramiche AI pur rimanendo visibili nei risultati di ricerca di Google”. Altre organizzazioni, come Foxglove e Movement for an Open Web, hanno definito le misure insufficienti e hanno sollecitato interventi più incisivi. Secondo un’analisi della Press Gazette, Google ricaverebbe almeno 20 miliardi di sterline all’anno dagli inserzionisti nel Regno Unito.