I polli misurano l’indipendenza dei media: Bloomberg virtuosa, New York Times vulnerabile

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Martedì 29 luglio, l’organizzazione non profit Free Press ha pubblicato il nuovo Media Capitulation Index, una classifica che misura quanto le maggiori aziende media e tech statunitensi abbiano ceduto alle pressioni politiche o economiche, specialmente in relazione all’amministrazione Trump. Il report valuta 35 aziende secondo una scala visiva da uno a cinque polli (🐔), simbolo ironico ma chiaro di capitolazione. Solo due aziende – Bloomberg e Netflix – ricevono una stella (⭐) per l’indipendenza. Free Press, fondata nel 2003, lavora per garantire un sistema mediatico più giusto, democratico e inclusivo. L’organizzazione si batte per un giornalismo indipendente, l’accesso equo alla tecnologia, la proprietà diversificata dei media e la libertà di espressione, con un’attenzione particolare alla giustizia razziale e alla trasparenza del potere. Non accetta fondi da aziende, governi o partiti politici, ed è sostenuta esclusivamente da donatori privati. Secondo Free Press, le grandi aziende mediatiche hanno un’influenza enorme sulle decisioni politiche e sul dibattito pubblico. Molte dipendono da favori governativi come appalti, fusioni approvate o incentivi fiscali. Questo legame spiega, in molti casi, il motivo per cui tante realtà del settore abbiano ridotto la propria indipendenza editoriale. “In molti casi, la domanda non è ‘chi possiede i media?’, ma ‘chi possiede i proprietari dei media?’”, scrive Free Press. “Questo tracker fornisce ai lettori una risposta spesso inquietante”. Nel Media Capitulation Index, ogni azienda è valutata per il suo livello di indipendenza editoriale, trasparenza, pressione politica e influenza economica. La scala va da ⭐ (indipendente) a 🐔🐔🐔🐔🐔 (propaganda). La virtuosa Bloomberg Tra i pochi casi virtuosi ci sono Bloomberg, una delle pochissime aziende editoriali a opporsi apertamente all’amministrazione Trump. Il fondatore Michael Bloomberg ha condannato la corruzione e gli abusi del primo mandato di Trump, invitando le istituzioni a reagire. Dopo il ritiro dagli Accordi di Parigi, si è impegnato a coprire le quote americane. Ha definito Trump “inadatto a una carica di alto livello” e ha criticato duramente l’assalto al Campidoglio. L’azienda, privata, è attiva nel giornalismo e nei servizi finanziari digitali (agenzia stampa, tv, radio, riviste). Promuove ufficialmente inclusione e pari opportunità. Politicamente, Bloomberg è passato dai Repubblicani ai Democratici, finanziando campagne progressiste. Nel 2020 si è candidato alle primarie democratiche. La sua società ha speso 370.000 dollari in lobbying e i dipendenti hanno contribuito con oltre 64 milioni di dollari ai candidati politici nel ciclo 2024. NYTimes valutato “vulnerabile” Nel Media Capitulation Index di Free Press, The New York Times Company è classificata con un pollo (🐔), indicata come “vulnerabile”. La valutazione si basa soprattutto su un elemento ricorrente: i titoli degli articoli, considerati da Free Press un tentativo maldestro di “obiettività da entrambe le parti”, che finisce però per normalizzare il trumpismo anche nei suoi aspetti più estremi. Un esempio citato risale all’ottobre 2024: il titolo “In alcune dichiarazioni sui migranti, Donald Trump ha invocato la sua antica passione per i geni e la genetica”. Secondo l’ex redattrice del Times Margaret Sullivan, quel titolo trasforma un’affermazione carica di implicazioni razziste in una curiosità intellettuale. Altro episodio rilevante riguarda un caso di presunta corruzione internazionale: dopo che Trump ha accettato un jet di lusso da 400 milioni di dollari dalla famiglia reale del Qatar, il titolo scelto dal Times ha descritto la vicenda dicendo che l’operazione “supera i limiti della decenza”, evitando espressioni più chiare sul significato politico dell’accaduto. Nel 2024, l’editore del Times AG Sulzberger ha spiegato questa impostazione editoriale dichiarando che non è responsabilità del giornale “mettere in guardia i lettori” da derive autoritarie: “L’allarme sembra così forte e così costante che gran parte del pubblico ha ormai messo i tappi nelle orecchie”, ha detto in un discorso pubblico. Anche se nel 2025 ha poi adottato toni più duri in difesa della stampa indipendente, Free Press rileva una continuità nel tono neutro della copertura, anche su fatti gravi. Un altro aspetto criticato riguarda la sezione Stile, accusata di trattare con leggerezza figure legate all’amministrazione Trump, pubblicando articoli che elogiano scelte sartoriali e look di esponenti dell’autoritarismo, come se l’estetica fosse separata dalla politica. “È come se il Times stesse dicendo ai lettori che la fine della democrazia non è importante, finché si indossano abiti Givenchy”, osserva Free Press nel rapporto. Il New York Times Co., con una capitalizzazione di mercato di 9,07 miliardi di dollari, possiede il quotidiano omonimo, l’International Herald Tribune, diversi podcast prodotti anche in collaborazione con Serial Productions, e conta quasi 11 milioni di abbonati (dato aggiornato a maggio 2024). Sul proprio sito, la società afferma l’impegno verso un ambiente di lavoro diversificato, equo e inclusivo, in linea con la propria missione di “cercare la verità e aiutare le persone a comprendere il mondo”. Dal punto di vista politico, secondo il Center for Responsive Politics, i dipendenti del New York Times hanno donato complessivamente 247.284 dollari durante il ciclo elettorale 2024, di cui oltre il 94% è andato a candidati Democratici. Questo dato non influisce direttamente sul punteggio dell’indice, ma viene riportato nel quadro più ampio dei legami tra media e politica. Altri casi degni di nota Tra gli altri casi analizzati nel rapporto, Meta ottiene quattro polli, accusata di “aver abbracciato tutto ciò che riguarda Trump”. Alphabet, società madre di Google, riceve due polli per contratti governativi e investimenti comuni nel settore della difesa. Warner Bros. Discovery ottiene tre polli per le presunte pressioni esercitate sulla CNN. Trump Media e X/SpaceX sono classificate al massimo della scala: cinque polli per allineamento propagandistico. Degna di nota è anche Netflix, il cui CEO ha mantenuto una linea indipendente, criticando pubblicamente Trump e sostenendo la sua opposizione. Il rapporto è accompagnato da una pubblicazione aggiuntiva, “A More Perfect Media”, che propone una serie di raccomandazioni concrete per la costruzione di un sistema mediatico più libero e democratico. L’autore Tim Karr ha dichiarato: “Queste aziende esistono grazie alle politiche pubbliche. Esiste un autentico movimento popolare per creare un sistema mediatico più democratico. La gente dovrebbe partecipare attivamente a questo dibattito”.

Metro chiude dopo 23 anni: crisi e declino della freepress

Metro cessa le pubblicazioni

Il quotidiano Metro, uno dei pionieri della freepress in Italia, cesserà ogni pubblicazione, sia in formato cartaceo sia online sul sito metronews.it. La notizia è stata comunicata il 23 dicembre dalla società editrice New Media Enterprise ai giornalisti del giornale, segnando la fine di un’avventura editoriale iniziata nel 2000 e che ha lasciato il segno nelle principali città italiane. Metro, già da anni in crisi, aveva affrontato numerosi cambi di proprietà e una significativa riduzione dell’organico, culminata con la chiusura di alcune edizioni locali. Nato come parte di un progetto editoriale internazionale, il giornale italiano esordì a Roma, espandendosi poi a Milano e altre città come Torino, Bologna, Firenze e Genova. Nel periodo di massimo splendore, tra il 2005 e il 2006, Metro stampava circa un milione di copie al giorno e vantava una redazione composta da 25-26 professionisti. Distribuito in punti strategici come fermate della metropolitana e altri luoghi ad alta frequentazione, il quotidiano divenne presto familiare per i pendolari delle grandi città del nord e del centro Italia. La sua popolarità ispirò l’avvio di altri giornali gratuiti, tra cui il concorrente Leggo, ancora in attività con una tiratura dichiarata di 180mila copie al giorno e un sito che raggiunge 500mila utenti unici al mese. Nonostante il ruolo rivoluzionario nel panorama editoriale italiano, la crisi economica e il calo di interesse per il formato cartaceo hanno segnato la fine di Metro, simbolo di un’epoca in cui il giornalismo gratuito sembrava destinato a durare.