Il New York Times difende il WSJ escluso dalla Casa Bianca

Il New York Times difende il Wall Street Journal dopo l’esclusione dal pool stampa della Casa Bianca da parte dell’amministrazione Trump. La misura è stata presa in seguito alla pubblicazione di un’inchiesta che collega l’ex presidente Donald Trump a Jeffrey Epstein. Il fatto è avvenuto martedì 22 luglio 2025 a Washington, quando il WSJ è stato escluso dal viaggio presidenziale in Scozia. Il New York Times, con una dichiarazione pubblica, ha definito la decisione “una semplice ritorsione da parte di un presidente nei confronti di un’organizzazione giornalistica per aver fatto un’informazione che non gli piace”. La polemica è scoppiata dopo la pubblicazione da parte del WSJ di un articolo secondo cui Trump avrebbe inviato nel 2003 una lettera di compleanno “oscena” a Epstein, all’interno di un libro rilegato in pelle con contenuti sessualmente allusivi. In risposta, Trump ha negato i fatti e ha avviato una causa per diffamazione da 10 miliardi di dollari contro la testata, che ha però confermato la fondatezza del proprio lavoro investigativo. Secondo il portavoce del Times, il comportamento della Casa Bianca “priva gli americani di informazioni su come opera il loro governo” e costituisce “un attacco ai principi costituzionali fondamentali che sostengono la libertà di parola e la libertà di stampa“. Il Times ha inoltre sottolineato che “gli americani, a prescindere dal partito, meritano di conoscere e comprendere le azioni del presidente”. Anche Weijia Jiang, presidente della White House Correspondents’ Association, ha espresso forte preoccupazione per la decisione, definendola “ritorsione governativa” e segnalando che la misura mina le tutele previste dal Primo Emendamento.
Trump posta video AI con arresto fittizio di Obama

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha pubblicato sul proprio social network Truth Social un video generato con intelligenza artificiale che raffigura l’ex presidente Barack Obama mentre viene arrestato da agenti dell’FBI all’interno della Casa Bianca. Nella ricostruzione, i due sono seduti fianco a fianco nello Studio Ovale quando sopraggiungono tre agenti che ammanettano Obama. La scena prosegue con Trump che osserva sorridendo. Il video si conclude con l’ex presidente chiuso in una cella e vestito con una tuta arancione simile a quelle dei detenuti di Guantanamo. Il filmato è accompagnato dalla scritta: “Nessuno è al di sopra della legge“. Poco dopo la pubblicazione, Trump ha rilanciato anche una clip TikTok in cui appaiono diversi esponenti del Partito Democratico, tra cui Obama, Nancy Pelosi e altri leader. Il contenuto, condiviso senza contesto esplicito, ha suscitato reazioni immediate e diffuse, alimentando interrogativi sulle sue implicazioni politiche e simboliche. Il gesto del presidente arriva pochi giorni dopo le dichiarazioni rilasciate da Tulsi Gabbard, attuale direttrice dell’intelligence nazionale, che ha accusato Barack Obama e alcuni alti funzionari dell’intelligence di aver “orchestrato una narrazione ingannevole” riguardo alla presunta collusione tra Trump e la Russia durante le elezioni presidenziali del 2016. Secondo Gabbard, “Obama e il suo team dirigente non volevano accettare la volontà del popolo americano e hanno ordito una cospirazione traditrice per lanciare un colpo di Stato durato anni”. Trump ha successivamente ripubblicato le dichiarazioni di Gabbard, accompagnandole con un commento riferito a un segmento andato in onda su Fox News: “Ottimo lavoro del giovane e talentuoso Harrison Fields. Il panel è stato fantastico nel perseguire Obama e i ‘criminali’ che sono appena stati inequivocabilmente smascherati per frode elettorale di altissimo livello. Congratulazioni a Tulsi Gabbard. Continua così!“ Il video ha rapidamente fatto il giro del mondo e generato forti reazioni, sia negli ambienti istituzionali sia sui social media. Alcuni osservatori hanno evidenziato il carattere provocatorio del contenuto, altri hanno espresso preoccupazione per l’uso politico delle tecnologie di sintesi visiva, in un contesto già segnato da tensioni istituzionali e indagini federali in corso. Tra i commenti italiani, si segnala quello di Enrico Mentana, direttore del TgLa7, che ha dichiarato: “L’aspetto grave e clamoroso è che a postarlo sul proprio profilo nel social di sua proprietà sia stato lo stesso presidente degli Stati Uniti, mai caduti così in basso”. Il contenuto appare anche in un momento in cui cresce l’attenzione sulle connessioni tra le alte sfere della politica e la figura di Jeffrey Epstein, con pressioni crescenti su varie agenzie per rendere pubblici i documenti ancora secretati. Nonostante le recenti tensioni interne, il movimento MAGA continua a sostenere Trump, seppur attraversato da segnali di inquietudine e richieste di trasparenza. Il video diffuso dal presidente è solo l’ultima di una serie di azioni che mettono al centro dell’arena politica statunitense la disinformazione digitale, l’uso dell’intelligenza artificiale generativa e le tensioni tra poteri costituzionali.
AP fuori dal pool stampa, la Corte accoglie l’appello Trump

Il presidente Donald Trump può escludere per ora i giornalisti dell’Associated Press da alcuni eventi alla Casa Bianca. Lo ha stabilito la Corte d’appello del Distretto di Columbia, con una decisione a maggioranza (2 a 1), accogliendo parzialmente la richiesta dell’amministrazione di sospendere l’ordinanza di un tribunale inferiore. Il provvedimento, emesso venerdì, ha sospeso l’obbligo precedentemente imposto alla Casa Bianca di garantire all’AP lo stesso accesso riservato ad altri media. In particolare, la corte ha riconosciuto che luoghi come lo Studio Ovale, l’Air Force One e la Cabinet Room sono ambienti ristretti dove l’accesso può essere regolato dalla presidenza, anche sulla base del punto di vista editoriale dei giornalisti. La disputa giudiziaria ha avuto origine nel febbraio scorso, quando la Casa Bianca ha cominciato a escludere i reporter dell’Associated Press da eventi e viaggi ufficiali. Secondo quanto riportato nei documenti processuali, l’esclusione sarebbe avvenuta in seguito al rifiuto dell’agenzia di adottare la denominazione “Golfo d’America”, preferita da Trump rispetto al tradizionale “Golfo del Messico”. Il cambiamento ha modificato la composizione dello storico White House Press Pool, tradizionalmente coordinato dalla White House Correspondents’ Association, escludendo regolarmente testate mainstream in favore di media più vicini all’amministrazione. La AP, fondata 179 anni fa e fornitrice di contenuti a oltre 3.000 testate in tutto il mondo, ha contestato il provvedimento in tribunale, sostenendo che si trattasse di una forma di discriminazione basata su scelte editoriali. In aprile, il giudice distrettuale Trevor McFadden aveva accolto il ricorso dell’agenzia, ordinando il reintegro dell’accesso. Ma successivamente, la Casa Bianca ha continuato a esercitare il proprio controllo sugli accrediti e sulla selezione dei giornalisti ammessi agli eventi. Nella sentenza della Corte d’appello, la giudice Neomi Rao, nominata da Trump, ha scritto: “La Casa Bianca mantiene pertanto la discrezionalità nel determinare, anche sulla base del proprio punto di vista, quali giornalisti saranno ammessi”. Il collega Gregory G. Katsas, anch’egli nominato dall’ex presidente, ha condiviso l’opinione. Secondo i giudici, l’Associated Press avrebbe accettato la legittimità di eventi con partecipazione limitata, come interviste esclusive, riconoscendo quindi l’esistenza di criteri selettivi applicabili anche al press pool. “Le concessioni dell’AP svelano il gioco, perché tali scenari non possono essere distinti dai cosiddetti eventi di press pool”, ha osservato Rao. Nell’opinione dissenziente, la giudice Cornelia Pillard, nominata da Obama, ha affermato che la decisione mina la libertà di stampa. “La sospensione dell’ingiunzione preliminare da parte del collegio non può essere conciliata con il precedente di lunga data del Primo Emendamento”, ha scritto, evidenziando il rischio che la Casa Bianca possa agire “in base alle loro opinioni che esulano dal novero di quelle disapprovate dal presidente”. La stessa corte, nei mesi precedenti, aveva già emesso sentenze in materia di libertà di stampa, tra cui la temporanea sospensione del reintegro dei giornalisti di Voice of America e la revoca dei fondi federali a media come Radio Free Europe. Tuttavia, su quest’ultimo caso, la Corte plenaria ha successivamente corretto la decisione ordinando il pagamento di circa 25 milioni di dollari a beneficio delle emittenti internazionali finanziate dagli Stati Uniti. (In foto, Karoline Leavitt, addetta stampa della Casa Bianca. Credits: Doug Mills/Il New York Times)
NY Post, reporter sospeso dopo accuse al capo per articolo sul candidato di Trump

Il New York Post ha sospeso il giornalista Josh Kosman, con sedici anni di esperienza nella redazione, dopo che quest’ultimo ha accusato il caporedattore Keith Poole di aver modificato profondamente un suo articolo su Terry Cole, candidato scelto dall’ex presidente Donald Trump per guidare la Drug Enforcement Administration (DEA). La sospensione è avvenuta martedì, dopo che la newsletter Breaker ha contattato il Post per un commento sul caso. Kosman ha riferito che il suo articolo, incentrato su segnalazioni interne alla DEA e sul “passato travagliato” di Cole, era stato riscritto da Poole senza il suo consenso. “Non c’è un modo giusto per dirlo, quindi lo dirò e basta: KP [Keith Poole] ha modificato la storia”, si legge in un’e-mail inviata a Kosman dal direttore politico del giornale. “Gli ho inviato la copia più recente e la sua risposta è stata ‘No. Non lo pubblicherò’, in un modo che chiariva che non gli avrei fatto cambiare idea… Mi dispiace molto. Pensavo che avessimo la storia… ma a volte le decisioni vengono prese al di sopra delle mie competenze”. Secondo Breaker, l’articolo conteneva riferimenti a una presunta operazione fallita gestita da una squadra colombiana legata agli Stati Uniti, che avrebbe portato alla morte di 10 agenti locali, seguita da una brutale rappresaglia da parte di un cartello messicano che ha causato decine di vittime civili. Fonti della CNN hanno confermato le preoccupazioni di diversi ex funzionari DEA in merito alla nomina di Cole. Due settimane dopo il rifiuto dell’articolo, il caporedattore economico del Post avrebbe comunicato a Kosman la necessità di aderire a un piano di miglioramento delle prestazioni oppure “prendersi del tempo per cercare un altro lavoro”, secondo quanto riferito dal co-fondatore di Breaker, Lachlan Cartwright. “Purtroppo, quando Keith agisce in questo modo, stai mettendo a tacere una storia”, ha detto Kosman a Breaker. “Poi due settimane dopo mi dici di andarmene. L’ho sicuramente interpretato come una ritorsione. La tempistica non mi è sembrata casuale”. Un portavoce del New York Post ha però smentito le accuse in una dichiarazione a Breaker: “Le accuse di ‘cattura e uccidi’ e di ritorsione contro Josh Kosman sono assolutamente, categoricamente false. Oltre a ciò, non commentiamo questioni relative al personale”. Il caso si inserisce in un contesto più ampio di rapporti tra media e politica. All’inizio del mese, Trump ha espresso pubblicamente sostegno a Poole, lodando il suo lavoro al Post e invitando Rupert Murdoch a fargli gestire anche il Wall Street Journal. “Raccomando vivamente a Keith Poole, caporedattore del New York Post di grande successo, di prendere in mano l’intera gestione del Wall Street Journal, un giornale altamente impreciso e ‘incentrato sulla Cina’”, ha scritto Trump sui suoi canali ufficiali. “È una mossa facile per Rupert, e ne apprezzerà i risultati”. (In copertina, foto AP/Evan Vucci)
Pentagono, nuove regole limitano l’accesso ai media per prevenire fughe di notizie

Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha annunciato nuove restrizioni per i giornalisti accreditati presso il Pentagono, limitandone l’accesso agli spazi non classificati del quartier generale del Dipartimento della Difesa. Le disposizioni, entrate in vigore immediatamente, impongono che i reporter siano scortati da personale ufficiale per muoversi all’interno dell’edificio di Arlington, in Virginia, a meno che non dispongano di un’autorizzazione specifica. Nel memorandum ufficiale, Hegseth ha sottolineato l’impegno del Dipartimento nel mantenere la trasparenza, ribadendo però la necessità di tutelare informazioni classificate e dati sensibili, la cui diffusione non autorizzata potrebbe rappresentare un rischio per la sicurezza dei militari statunitensi. Il provvedimento si inserisce in un contesto più ampio di contrasto alle fughe di notizie, considerato una priorità dell’amministrazione guidata da Donald Trump. La stretta sulla stampa riguarda anche misure già in atto, come l’utilizzo del poligrafo per identificare le fonti di divulgazione non autorizzata. Secondo fonti interne, alcuni funzionari del Dipartimento della Sicurezza Interna sono stati informati della possibilità di essere licenziati in caso di rifiuto a sottoporsi alla macchina della verità. Le nuove linee guida sono state criticate dalla Pentagon Press Association, l’organizzazione che rappresenta i giornalisti specializzati in affari militari, che ha definito le restrizioni un “attacco diretto alla libertà di stampa”. In una nota ufficiale, l’associazione ha ricordato che per decenni i reporter hanno avuto accesso regolare agli spazi non classificati del Pentagono, anche in periodi di elevata tensione nazionale, come dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, senza che ciò fosse ritenuto un rischio per la sicurezza operativa. Le limitazioni coincidono con l’inizio del secondo mandato di Trump, insediatosi a gennaio, in un contesto di crescente tensione tra l’amministrazione e la stampa. Nel nuovo assetto, alcune testate tradizionali sono state costrette a lasciare i propri uffici all’interno del Pentagono, nell’ambito di un sistema di rotazione che, secondo le autorità, intende offrire opportunità eque ad altri organi di informazione. Tra i media coinvolti figurano il New York Times, il Washington Post, la Cnn e Nbc News, insieme a testate vicine all’attuale amministrazione come il New York Post, Breitbart, Daily Caller e One America News Network. (In foto, Donald Trump e Pete Hegseth)
Joe Kahn (New York Times): “Su Trump un articolo ogni 30 minuti”

Il direttore esecutivo del New York Times, Joe Kahn, ha dichiarato che la testata ha pubblicato in media un articolo su Donald Trump ogni mezz’ora negli ultimi mesi. L’affermazione è arrivata nel corso del terzo Sir Harry Evans Investigative Journalism Summit, durante un confronto sul ruolo dei media nell’epoca della presidenza Trump. Rispondendo alla domanda se l’ex presidente stesse deliberatamente sovrastando l’agenda mediatica, Kahn ha precisato che i giornalisti devono confrontarsi con la realtà: “Il presidente degli Stati Uniti sarà sempre una notizia, qualunque cosa faccia”. Durante il dibattito, moderato da Jon Sopel del podcast The News Agents, è stato evidenziato come Trump continui a generare una quantità massiccia di contenuti, tra dichiarazioni pubbliche e proposte, come la riapertura di Alcatraz, la promessa di 1.000 dollari per il rimpatrio degli immigrati clandestini, e l’ipotesi di trasferire il draft della NFL a Washington DC. Sopel ha chiesto se tutto ciò contribuisca a creare un “disturbo da deficit di attenzione” nell’agenda dell’informazione. Alessandra Galloni, direttrice editoriale di Reuters, ha ribadito che la copertura mediatica su Trump non è eccessiva, ma necessaria: “Sta ristrutturando l’ordine economico e geopolitico mondiale. E quindi dobbiamo occuparcene”. Kahn ha concordato, sottolineando che storie come l’ipotetica deportazione in Libia restano una priorità per la stampa. Ha aggiunto che il ritmo della copertura giornalistica su Trump rimane alto, con un articolo ogni 30 minuti in media, giorno e notte. Un ulteriore tema del panel ha riguardato l’accesso della stampa alla Casa Bianca. Sopel ha chiesto a Galloni della decisione di estendere il pool stampa da poche agenzie selezionate a circa 30 organizzazioni, rendendo più difficile la presenza regolare a bordo dell’Air Force One. Galloni ha spiegato che molte redazioni, a causa dei costi, si affidano sempre più alle agenzie come Reuters per la copertura delle notizie ufficiali. Brian Stelter, analista della CNN, ha sostenuto che l’informazione riesce ancora a raggiungere il pubblico, anche in un contesto molto rumoroso. Ha osservato che, nonostante la mole di notizie, gli indici di gradimento di Trump sono comunque variati, segno che la copertura ha ancora un impatto. Kahn ha ribadito la necessità di rafforzare il giornalismo locale e investigativo, e di puntare su notizie verificate e rilevanti. Durante il summit, Kahn ha citato un caso concreto in cui un articolo del New York Times ha portato Trump a bloccare un briefing del Pentagono per Elon Musk su una possibile guerra con la Cina. L’episodio dimostrerebbe che un’inchiesta giornalistica può ancora incidere, anche in tempo reale, sulle decisioni dell’amministrazione. Kahn ha anche discusso della neutralità politica del quotidiano, affermando che il New York Times ha numerosi abbonati in stati e contee a maggioranza repubblicana. Il quotidiano punta sempre più su contenuti fruibili in formato video, newsletter e social media, avvicinando i lettori con un linguaggio più colloquiale e diretto. Infine, Kahn ha parlato dell’indipendenza economica e istituzionale del New York Times, definendola un punto di forza unico. La testata non riceve finanziamenti statali, né entrate pubblicitarie governative, e non è controllata da gruppi industriali o miliardari con interessi terzi. La proprietà familiare garantisce, secondo Kahn, una linea editoriale autonoma e focalizzata esclusivamente sulla missione giornalistica. (In foto, Joe Kahn, direttore esecutivo del New York Times)
Guerra, droga, attentati e diritti. Pulitzer 2025: trionfo per New York Times e Washington Post

Lunedì 5 maggio 2025, la Columbia University ha annunciato i vincitori dei Premi Pulitzer: 4 RICONOSCIMENTI AL NEW YORK TIMES Il New York Times è stato premiato, con quattro riconoscimenti, per le sue inchieste sulla guerra civile in Sudan, sul ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan, sulla crisi degli oppioidi in collaborazione con il Baltimore Banner e per le fotografie scattate durante il tentato assassinio di Donald Trump in Pennsylvania. Il premio per il giornalismo internazionale è stato attribuito a Declan Walsh e allo staff del Times per la copertura del conflitto sudanese, che ha documentato il coinvolgimento degli Emirati Arabi Uniti e il bilancio crescente delle vittime. Nella categoria giornalismo esplicativo, Azam Ahmed, Christina Goldbaum e Matthieu Aikins sono stati premiati per un’inchiesta sulle sparizioni forzate da parte di un generale afghano sostenuto dalle forze statunitensi durante la ritirata americana. Il premio per il giornalismo locale è andato al team formato da Alissa Zhu, Nick Thieme e Jessica Gallagher, insieme alla redazione del Baltimore Banner, per un’indagine che ha evidenziato l’ampiezza della crisi del fentanyl a Baltimora, città diventata epicentro delle overdose negli Stati Uniti. Nella categoria fotografia dell’ultima ora, Doug Mills del New York Times ha ricevuto il riconoscimento per le immagini scattate al comizio di Butler, in Pennsylvania, durante l’attentato fallito a Trump, tra cui una fotografia che mostra il passaggio di un proiettile WASHINGTON POST: CRONACA IN DIRETTA Il Washington Post si è aggiudicato il Premio Pulitzer 2025 per il giornalismo d’informazione grazie alla sua copertura tempestiva e approfondita del tentativo di assassinare Donald Trump, avvenuto il 13 luglio 2024 durante un comizio elettorale a Butler, Pennsylvania. L’attacco si è consumato in pochi secondi, mentre l’ex presidente parlava sul palco: colpi di arma da fuoco hanno ferito Trump all’orecchio, scatenando il panico tra la folla. Gli agenti dei Servizi Segreti lo hanno subito portato al riparo, mentre le prime notizie cominciavano a rimbalzare online. Alle 18:21, il Post ha pubblicato il primo aggiornamento in tempo reale, seguito da un avviso push mobile, un banner in homepage, e alle 18:44 le prime immagini scioccanti del fotoreporter Jabin Botsford, che ritraevano Trump col volto insanguinato. Alle 18:51, il giornale ha riferito che Trump era in salvo, secondo fonti ufficiali. Il lavoro del team del Post è stato fulmineo ma anche meticoloso. Botsford, presente a pochi metri dal palco, ha continuato a scattare foto e a filmare la scena con occhiali Ray-Ban Meta. Contemporaneamente, il giornalista Isaac Arnsdorf inviava aggiornamenti dalla postazione stampa, arricchendo la copertura live. Alle 21:18, appena tre ore dopo l’attacco, il Post ha pubblicato un dettagliato resoconto firmato Arnsdorf e Botsford, che ha superato per vividezza e precisione quello di molte testate concorrenti. Nei giorni successivi, il Post ha approfondito l’evento con un’inchiesta visiva e forense. Tre giorni dopo, ha rivelato che Thomas Matthew Crooks, l’attentatore, era riuscito a eludere i cecchini salendo su un tetto la cui inclinazione e vegetazione circostante ne avevano nascosto la visuale. Il team del Post ha ricostruito digitalmente la scena in 3D, utilizzando immagini satellitari e dati lidar dell’US Geological Survey per ottenere misure precise di edifici e pendenze. In un’altra inchiesta, il Post ha analizzato l’audio della sparatoria, identificando dieci colpi in 16 secondi. Gli otto colpi iniziali sono stati attribuiti a Crooks. Gli ultimi due, distinti per firma acustica, provenivano da fonti diverse: il decimo da un cecchino dei Servizi Segreti, il nono da un agente delle forze dell’ordine locali, che ha probabilmente interrotto l’azione dell’attentatore prima che questi venisse ucciso. Un altro riconoscimento è andato a Ann Telnaes, ex vignettista del Washington Post, è stata premiata per il giornalismo illustrato, dopo essersi dimessa dal giornale in seguito alla censura di una vignetta sul proprietario Jeff Bezos. GLI ALTRI VINCITORI ProPublica ha ricevuto il premio per il servizio pubblico, il più prestigioso dei Pulitzer, per l’inchiesta sulle morti evitabili causate dai divieti sull’aborto, con l’uso di dati ufficiali e testimonianze raccolte da Kavitha Surana, Lizzie Presser, Cassandra Jaramillo e la fotografa Stacy Kranitz. Nella categoria giornalismo investigativo, il premio è stato assegnato a Reuters per “Fentanyl Express”, un’inchiesta sul traffico di sostanze dalla Cina agli Stati Uniti via Messico, illustrando le falle nei controlli doganali. Il Wall Street Journal è stato premiato per il miglior giornalismo nazionale con un’inchiesta su Elon Musk, che ha rivelato aspetti della sua influenza politica, dell’uso di droghe illegali e dei rapporti con Vladimir Putin. Il New Yorker ha ottenuto tre premi: per il commento, per la fotografia di servizio e per il reportage audio con il podcast “In the Dark”, che ha indagato sull’omicidio di civili iracheni da parte dei Marines. Il collaboratore Mosab Abu Toha ha vinto per i suoi saggi sulla vita nella Striscia di Gaza, mentre Moises Saman ha ricevuto il premio per la fotografia con immagini dalla Siria. Il premio per la miglior scrittura è stato assegnato a Mark Warren per un articolo su un pastore suicida in Alabama pubblicato da Esquire. Il riconoscimento per la critica è andato ad Alexandra Lange di Bloomberg CityLab, per i suoi articoli su spazi pubblici e architettura. Il Houston Chronicle ha ricevuto il premio per la scrittura editoriale per un’inchiesta sui passaggi ferroviari pericolosi. Nelle categorie arti e lettere, “James” di Percival Everett ha vinto per la narrativa, mentre “Purpose” di Branden Jacobs-Jenkins è stato premiato nella drammaturgia. I premi per la storia sono andati a Kathleen DuVal e a Edda L. Fields-Black, la biografia è stata vinta da Jason Roberts, l’autobiografia da Tessa Hulls e la saggistica generale da Benjamin Nathans. Marie Howe ha vinto per la poesia con “New and Selected Poems”, e Susie Ibarra per la musica con “Sky Islands”. Una menzione speciale è stata conferita a Chuck Stone, pioniere del giornalismo afroamericano, per il suo contributo al movimento per i diritti civili e la co-fondazione della National Association of Black Journalists. (In copertina, l’immagine di Doug Mills/NYTimes che ha vinto il Pulitzer)
Washington Post: premio Pulitzer per breaking news e vignette politiche
Il Washington Post ha ricevuto due Premi Pulitzer lunedì 5 maggio, tra cui quello per il breaking news reporting relativo alla copertura dell’attentato fallito a Donald Trump avvenuto a luglio 2024 in Pennsylvania. Il riconoscimento è stato assegnato per l’immediatezza, l’accuratezza e la completezza dell’informazione fornita durante le ore successive all’episodio, che ha visto il candidato repubblicano scampare a un colpo d’arma da fuoco durante un comizio elettorale. La giuria dei Pulitzer Prizes ha sottolineato l’efficienza della redazione del quotidiano nella diffusione di contenuti verificati attraverso piattaforme digitali, video e reportage sul campo, contribuendo a fornire un quadro chiaro e tempestivo dell’evento. Il secondo riconoscimento è stato assegnato alla vignettista Ann Telnaes, fino a poco tempo fa collaboratrice della sezione Opinioni del giornale, premiata nella categoria Editorial Cartooning. Per Telnaes si tratta del secondo Pulitzer in carriera, ottenuto grazie a una serie di illustrazioni satiriche pubblicate nel corso del 2024, considerate innovative nel linguaggio visivo e rilevanti nel contesto politico statunitense.
Meme con mitra e croce: Trump fa infuriare la Chiesa
Donald Trump ha pubblicato sui social un meme che lo ritrae vestito da papa, con mitra dorata e crocifisso al collo, mentre alza il dito in segno di ammonimento. L’immagine, rilanciata sul suo social Truth, è apparsa a pochi giorni dall’apertura del conclave che dovrà scegliere il successore di Papa Francesco. Il contenuto ha suscitato forti reazioni nel mondo cattolico: la Conferenza dei vescovi di New York ha dichiarato che “non c’è niente di intelligente o divertente” nell’iniziativa. Secondo fonti vicine alla Chiesa, molti fedeli hanno percepito l’immagine come blasfema e irrispettosa.
La Casa Bianca lancia sito ufficiale con news pro-Trump “per trovare le vere notizie”

L’amministrazione Trump ha lanciato un nuovo sito web, chiamato White House Wire, che pubblica esclusivamente contenuti favorevoli al presidente. Il portale è accessibile tramite l’indirizzo ufficiale WH.gov/wire e adotta una grafica essenziale ispirata al sito conservatore Drudge Report, con una lista di titoli provenienti da fonti di destra che lodano l’attività del governo. Il sito include anche comunicati stampa, post sui social media di funzionari e altri materiali prodotti direttamente dalla Casa Bianca, con l’obiettivo dichiarato di offrire “trasparenza” a chi sostiene l’agenda presidenziale. Un funzionario, citato da Axios, ha descritto White House Wire come “un luogo per trovare le vere notizie”. Si tratta della prima volta che un’amministrazione statunitense utilizza risorse pubbliche per creare una piattaforma ospitata su un dominio ufficiale della Casa Bianca dedicata a contenuti partigiani. In passato, governi precedenti avevano distribuito newsletter o email istituzionali, ma non avevano messo online un sito strutturato con l’esclusivo scopo di promuovere una narrazione politica unilaterale. Il lancio del sito avviene mentre la stampa tradizionale subisce limitazioni nell’accesso agli eventi ufficiali. Nonostante una recente sentenza abbia ordinato la riammissione dei media indipendenti, i giornalisti della Associated Press non sono stati riaccreditati per gli incontri nello Studio Ovale, a causa del loro rifiuto di utilizzare il termine “Golfo d’America” al posto di “Golfo del Messico”, come richiesto dalla Casa Bianca. In parallelo, la portavoce Karoline Leavitt ha avviato una nuova modalità di comunicazione: briefing riservati ai cosiddetti “Maga influencers”, figure vicine alla linea dell’amministrazione. A queste sessioni hanno accesso solo commentatori o reporter favorevoli a Trump, e le domande poste sono generalmente orientate a sostenere i messaggi governativi. L’esclusione dei media tradizionali e l’uso selettivo dell’informazione hanno già sollevato critiche da parte di giornalisti e organizzazioni che si occupano di libertà di stampa. (In foto, la portavoce Karoline Leavitt)