OpenAI chiude Sora, l’app che crea video con AI, dopo sei mesi dal lancio

OpenAI ha annunciato la chiusura di Sora, l’app per creare video con l’intelligenza artificiale, a sei mesi dal lancio negli Stati Uniti e in Canada. La decisione è stata comunicata con un post su X, dove l’azienda ha scritto: “A tutti coloro che hanno creato con Sora, l’hanno condivisa e hanno contribuito a costruire la community attorno ad essa: grazie. Ciò che avete realizzato è stato importante e sappiamo che questa notizia è deludente”. La piattaforma, sviluppata da OpenAI, permetteva di trasformare testi in video usando sistemi di intelligenza artificiale. Nelle prime settimane dopo il lancio, l’app aveva attirato molta attenzione, diventando uno degli strumenti più discussi nel settore tecnologico e arrivando a creare una concorrenza interna con ChatGPT, altro prodotto della stessa azienda. Il servizio era stato reso disponibile inizialmente negli Stati Uniti e Canada, mentre in altri Paesi, tra cui l’Italia, si attendeva ancora l’arrivo ufficiale. Secondo quanto riportato da diversi media, tra cui CNBC e The Wall Street Journal, la decisione sarebbe legata a una strategia di riduzione dei costi. L’obiettivo dell’azienda sarebbe quello di concentrare le risorse su attività considerate più prioritarie, anche in vista di una possibile quotazione in Borsa. Le stesse fonti indicano una valutazione che potrebbe raggiungere i 730 miliardi di dollari e un possibile debutto entro la fine dell’anno. Nel frattempo, all’interno dell’azienda si è discusso di un cambio di direzione. Fidji Simo, responsabile della divisione applicazioni, avrebbe evidenziato durante una riunione interna la necessità di puntare sul mercato aziendale. Questo significa sviluppare strumenti destinati a imprese e professionisti, con l’obiettivo di competere con realtà come Anthropic, specializzata in soluzioni avanzate per il business. La chiusura di Sora si inserisce quindi in un processo più ampio di riorganizzazione. Nello stesso periodo, OpenAI ha interrotto anche la funzione Instant Checkout, introdotta alla fine del 2025 per facilitare i pagamenti all’interno delle sue applicazioni. Questa piattaforma serviva a rendere più semplice acquistare servizi digitali senza uscire dall’ecosistema dell’azienda. (In foto, Sam Altman, AD di OpenAI)
Accordo OpenAI-Pentagono: ChatGPT +295% rimozioni; Claude +51% download

L’annuncio di una collaborazione tra OpenAI e il Pentagono – riguardo l’utilizzo dei modelli di intelligenza artificiale, tra cui tecnologie simili a ChatGPT, all’interno delle infrastrutture del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti per attività militari e operative – ha provocato un forte aumento delle disinstallazioni di ChatGPT, mentre il chatbot rivale Claude ha registrato una crescita significativa nei download negli Stati Uniti. Secondo i dati diffusi dalla società di analisi SensorTower, subito dopo la notizia della partnership tra OpenAI e il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, molti utenti hanno deciso di rimuovere l’applicazione ChatGPT dai propri dispositivi. Il picco di disinstallazioni ha raggiunto il 295%, un valore molto superiore al livello abituale, che si aggira attorno al 9%. Nello stesso periodo, l’applicazione Claude, sviluppata dalla società Anthropic, ha registrato un aumento dei download negli Stati Uniti. I dati indicano una crescita del 37% su base giornaliera venerdì 27 febbraio e del 51% sabato 28 febbraio. Il fondatore di Anthropic, Dario Amodei, aveva dichiarato in precedenza di non voler accettare alcune richieste del governo degli Stati Uniti riguardo all’utilizzo della tecnologia di intelligenza artificiale. Questa posizione è stata citata da diversi osservatori nel momento in cui l’app Claude è salita nelle classifiche degli store digitali. Di fronte ai dati sulle disinstallazioni, il CEO di OpenAI, Sam Altman, ha pubblicato un messaggio sulla piattaforma X per chiarire alcuni aspetti dell’accordo con il Pentagono. Nel messaggio ha spiegato che il contratto sarà modificato introducendo alcune limitazioni sull’uso del sistema di intelligenza artificiale. Altman ha scritto che il sistema non sarà “utilizzato intenzionalmente per la sorveglianza interna di persone e cittadini statunitensi”. Nelle modifiche previste, ha aggiunto, anche agenzie di intelligence come la National Security Agency non potrebbero utilizzare i sistemi OpenAI senza una “modifica successiva” del contratto.
OpenAI prepara il suo primo device con ChatGpt

OpenAI potrebbe lanciare entro il 2027 il suo primo dispositivo hardware con ChatGpt, un altoparlante intelligente progettato per vedere e interpretare l’ambiente grazie a una fotocamera integrata. Secondo quanto riportato dal sito The Information, l’azienda specializzata in intelligenza artificiale starebbe preparando l’ingresso nel settore dei dispositivi fisici, dopo mesi di indiscrezioni. Il prodotto sarebbe uno smart speaker pensato per competere con gli Amazon Echo di Amazon. Il progetto nascerebbe dalla collaborazione con Jony Ive, ex responsabile del design di Apple e fondatore delle startup LoveFrom e io Products. Secondo le informazioni pubblicate, io Products sarebbe stata acquisita da OpenAI per 6,5 miliardi di dollari. Il nuovo dispositivo dovrebbe avere un prezzo compreso tra i 200 e i 300 dollari. L’elemento centrale sarebbe la presenza di una fotocamera capace di osservare ciò che accade intorno. In modo semplice: lo speaker non solo ascolterebbe la voce, ma potrebbe anche “vedere” una stanza, un oggetto o un documento, e fornire risposte in tempo reale attraverso ChatGpt. Il progetto dello smart speaker non sarebbe l’unico in sviluppo. Sempre secondo The Information, OpenAI starebbe lavorando anche a un paio di occhiali intelligenti, pensati per competere con i Ray-Ban Meta di Meta. Il lancio di questi occhiali non sarebbe previsto prima del 2028. (In foto, Sam Altman, Ceo di OpenAI)
OpenAI presenta ChatGPT Salute: non sostituisce i medici

OpenAI ha annunciato il lancio di ChatGPT Salute, una nuova esperienza separata all’interno di ChatGPT dedicata alle informazioni sanitarie, progettata per aiutare gli utenti a sentirsi più informati, preparati e sicuri nella gestione della propria salute, garantendo al tempo stesso livelli rafforzati di privacy e sicurezza dei dati. La novità è stata presentata come risposta a un uso già molto diffuso del chatbot in ambito medico: secondo l’analisi anonima delle conversazioni, oltre 230 milioni di persone nel mondo pongono ogni settimana domande su salute e benessere. ChatGPT Salute è disponibile inizialmente per un numero limitato di utenti tramite lista d’attesa, con l’obiettivo di estendere progressivamente l’accesso su web e iOS. La nuova sezione nasce come uno spazio dedicato, distinto dalle chat tradizionali. Qui, le conversazioni sanitarie, i file caricati come referti e ricette, le memorie e le app collegate vengono archiviati separatamente e isolati dal resto dell’esperienza su ChatGPT. OpenAI spiega che questo isolamento serve a mantenere le informazioni sanitarie private, evitando che confluiscano nelle chat generiche. Le conversazioni restano visibili nella cronologia dell’utente, ma rimangono confinate all’interno dell’area Salute, con la possibilità di visualizzare o eliminare i dati in qualsiasi momento dalle impostazioni. Dal punto di vista tecnico, ChatGPT Salute si basa sulle protezioni già presenti in ChatGPT, come la crittografia dei dati a riposo e in transito, e introduce ulteriori livelli di tutela pensati specificamente per l’ambito sanitario. Tra questi ci sono sistemi di crittografia dedicati e meccanismi di isolamento che impediscono l’uso delle conversazioni sanitarie per l’addestramento dei modelli di base. L’utente può rafforzare ulteriormente la protezione attivando l’autenticazione a più fattori (MFA). OpenAI precisa che, se una conversazione su ChatGPT riguarda temi di salute, il sistema suggerisce automaticamente di passare alla sezione Salute per beneficiare di queste protezioni aggiuntive. Uno degli elementi centrali della nuova esperienza è la possibilità di collegare in modo sicuro le informazioni sanitarie personali. Gli utenti possono integrare cartelle cliniche elettroniche e app di benessere per ottenere risposte più mirate e contestualizzate. Al momento, le integrazioni con le cartelle cliniche elettroniche sono disponibili solo negli Stati Uniti e per utenti maggiorenni, mentre per collegare Apple Salute è necessario un dispositivo iOS. Le app possono accedere ai dati solo con un consenso esplicito e rispettano requisiti specifici di privacy e sicurezza, inclusa la raccolta dei soli dati minimi necessari. L’accesso può essere revocato in qualsiasi momento. Grazie a queste integrazioni, ChatGPT Salute può aiutare a comprendere i risultati degli esami, a prepararsi a una visita medica, a ricevere indicazioni su alimentazione e attività fisica, oppure a valutare diverse opzioni assicurative in base ai modelli di assistenza sanitaria. Le risposte si basano sempre sulle informazioni che l’utente sceglie di condividere e sul contesto disponibile, con un linguaggio pensato per essere chiaro e accessibile, come se spiegasse concetti complessi anche a un bambino. OpenAI sottolinea che ChatGPT Salute non è uno strumento diagnostico e non sostituisce i medici. La funzione è stata progettata per affiancare l’assistenza sanitaria, aiutando le persone a orientarsi tra domande quotidiane e a capire l’andamento della propria salute nel tempo, così da affrontare con maggiore consapevolezza le conversazioni con i professionisti. Lo sviluppo di ChatGPT Salute è avvenuto in stretta collaborazione con i medici. In due anni di lavoro, OpenAI ha coinvolto oltre 260 medici attivi in 60 Paesi e in numerose specialità, che hanno fornito più di 600.000 feedback sulle risposte del modello. Questo contributo ha portato alla definizione di un sistema di valutazione chiamato HealthBench, un framework che misura la qualità delle risposte secondo standard clinici, dando priorità a sicurezza, chiarezza, corretto invito al follow-up medico e rispetto del contesto individuale. L’obiettivo è garantire che il modello funzioni in modo affidabile nelle attività di supporto informativo, come spiegare un referto o riassumere indicazioni di cura.
OpenAI introduce l’app store per ChatGPT: più servizi in un’unica piattaforma

OpenAI ha annunciato il lancio di un negozio di app per ChatGPT, ampliando le funzioni del chatbot di intelligenza artificiale e avvicinandosi ai modelli operativi dei principali colossi tecnologici, tra cui Google. La novità riguarda utenti e sviluppatori e permette di usare nuovi servizi digitali direttamente all’interno di ChatGPT, senza uscire dalla finestra di conversazione. La società guidata da Sam Altman ha presentato una vetrina di applicazioni che consente agli utenti di collegare i propri account a servizi esterni e chiedere al chatbot di svolgere azioni specifiche. Le app funzionano come strumenti aggiuntivi, che si integrano nel chatbot principale e ampliano ciò che l’intelligenza artificiale può fare in modo diretto. Tra gli esempi indicati ci sono l’integrazione con Spotify e Apple Music, che permette di chiedere a ChatGPT di creare playlist musicali, ma anche collegamenti con Booking e Tripadvisor per la prenotazione di viaggi, oltre all’uso di Photoshop per la modifica delle immagini. Come spiega OpenAI sul proprio blog, “gli sviluppatori possono inviare app per la revisione e la pubblicazione in ChatGpt, consentendo agli utenti di eseguire azioni come ordinare la spesa, trasformare una scaletta in una presentazione o prenotare un appartamento”. Per alcune operazioni, come il pagamento di beni o servizi, sarà ancora necessario completare l’azione sul sito web del fornitore, ma OpenAI ha indicato che in futuro alcune funzioni potrebbero essere gestite interamente all’interno di ChatGPT. L’azienda ha inoltre spiegato che il negozio di app rappresenta anche un passo verso nuove forme di monetizzazione dei servizi. “Stiamo esplorando ulteriori opzioni di monetizzazione nel tempo, inclusi i beni digitali, e ne condivideremo di più man mano che impareremo da come sviluppatori e utenti creano e interagiscono”, ha comunicato OpenAI, riferendosi allo sviluppo futuro della piattaforma.
Il New York Times vuole accedere alle conversazioni di ChatGPT per cercare chi aggira il paywall

Il New York Times ha chiesto in tribunale di ottenere fino a 20 milioni di conversazioni degli utenti di ChatGPT, chiedendo a OpenAI di consegnare messaggi che vanno da storie personali a domande mediche, da dubbi finanziari a contenuti condivisi pensando che restassero privati. Secondo gli avvocati del Times, questi dati servirebbero a cercare esempi di persone che avrebbero usato l’intelligenza artificiale per aggirare il paywall del quotidiano. La richiesta arriva nell’ambito della causa avviata dal giornale contro OpenAI negli Stati Uniti. OpenAI ha spiegato di aver proposto una ricerca limitata alle chat contenenti materiale riconducibile al Times, così da evitare che venissero visionate conversazioni non collegate al caso. Il quotidiano ha rifiutato l’idea e, in precedenza, aveva chiesto ai giudici di impedire agli utenti di cancellare le proprie chat. Aveva anche tentato di ottenere oltre un miliardo di conversazioni, una richiesta respinta dai tribunali. Oggi la disputa prosegue, e riguarda il modo in cui vengono trattati i dati personali quando l’IA è coinvolta in un procedimento legale. OpenAI afferma che la richiesta attuale coinvolgerebbe conversazioni molto delicate e sostiene che “questa richiesta ignora le consolidate tutele della privacy”, ricordando che gli utenti affidano alla piattaforma una grande quantità di informazioni sensibili. L’azienda riferisce che ogni settimana 800 milioni di persone usano ChatGPT per attività quotidiane, studio, creatività e gestione di elementi personali. Il responsabile della sicurezza informatica, Dane Stuckey, dichiara che “le conversazioni private sono tue e non dovrebbero diventare una garanzia in una controversia sull’accesso ai contenuti online”. Secondo quanto comunicato da OpenAI, il campione delle 20 milioni di chat richieste è stato selezionato casualmente tra dicembre 2022 e novembre 2024. L’azienda sostiene che questi dati sarebbero accessibili solo a un ristretto gruppo di legali e tecnici del Times, e che intende insistere affinché eventuale visione avvenga in un ambiente protetto, dopo procedure di anonimizzazione per rimuovere informazioni personali, password e altri elementi sensibili. OpenAI ricorda che la richiesta iniziale del Times era molto più ampia e sottolinea di aver già ottenuto che venisse respinta. L’azienda afferma inoltre che sta accelerando lo sviluppo di funzioni di sicurezza avanzata, incluse tecnologie di crittografia lato client che, una volta operative, dovrebbero rendere inaccessibili le conversazioni persino ai propri sistemi. Al momento, i dati coperti dall’ordinanza giudiziaria sono conservati in un archivio separato e protetto, accessibile solo per adempiere agli obblighi legali. Il Times sostiene che la propria richiesta sia necessaria per sostenere le accuse nella causa in corso e richiama un precedente relativo a un’altra azienda di IA che avrebbe accettato di consegnare chat degli utenti in un caso non collegato. OpenAI dichiara di non considerare questo precedente rilevante e di voler continuare a opporsi. L’esito del procedimento potrebbe incidere sul livello di privacy associato alle conversazioni con strumenti di IA e potrebbe influenzare il modo in cui aziende tecnologiche e tribunali tratteranno in futuro dati generati dagli utenti. L’azienda ribadisce di voler proteggere la riservatezza delle conversazioni e afferma che aggiornerà gli utenti su qualunque sviluppo rilevante dell’ordinanza. La questione resta aperta e coinvolge temi come sicurezza, tutela dei dati e responsabilità nell’uso dell’intelligenza artificiale, mentre tribunali e aziende cercano di stabilire nuovi equilibri in un settore in rapida evoluzione.
ChatGPT inserito per errore in un pezzo del quotidiano Dawn

Ci risiamo. Per la seconda volta in pochi giorni, un contenuto generato da intelligenza artificiale finisce al centro di discussioni pubbliche. Sulla scia di quanto successo a La Provincia, un nuovo episodio ha coinvolto il principale quotidiano in lingua inglese del Pakistan, Dawn, diventato oggetto di grande attenzione il 12 novembre quando i lettori hanno scoperto una frase attribuita a ChatGPT all’interno di un articolo firmato dal giornalista Aamir Shafaat Khan. Il quotidiano, fondato nel 1941 da Muhammad Ali Jinnah, aveva pubblicato un pezzo dedicato all’andamento delle vendite di auto. Tutto sembrava rientrare nelle informazioni economiche riportate dal giornale, fino a quando gli utenti non hanno notato, nel paragrafo finale, una frase fuori contesto. Il testo diceva: “Se vuoi, posso anche creare una versione ancora più accattivante in stile ‘prima pagina’, con statistiche incisive su una sola riga e un layout audace e pronto per l’infografica, perfetto per il massimo impatto sul lettore. Vuoi che faccia anche questo?”. La frase appariva come un passaggio scambiato per errore con un messaggio di editing dell’IA. Una volta scoperta la presenza del testo automatico, l’errore è stato condiviso rapidamente sui social. Molti utenti hanno iniziato a commentare, facendo riferimento al fatto che il messaggio sembrava parte di un processo interno non destinato alla pubblicazione e paragonandolo a un “errore da principianti”. Su Reddit, un lettore pakistano ha scritto: “Mentre leggevo il quotidiano Dawn del 12 novembre, mercoledì, mi sono imbattuto in un articolo in cui ho scoperto l’uso di ChatGPT. È imbarazzante per la carta stampata e, in particolare, per un giornale come DAWN, che gode di un’eccellente reputazione”. Su Instagram, un altro utente ha commentato: “Giornale pakistano sorpreso a usare ChatGPT. Da bambino degli anni ’90, credo che ogni riga del giornale pakistano in inglese sia generata dall’intelligenza artificiale, tranne ‘I ragazzi hanno giocato bene’”. Quando l’ondata di reazioni è arrivata alla direzione del giornale, il quotidiano ha aggiornato immediatamente la versione digitale del pezzo. Nella nota dell’editore ora visibile online si legge che il rapporto “è stato originariamente modificato utilizzando l’intelligenza artificiale, il che viola la nostra attuale politica sull’intelligenza artificiale”, aggiungendo che “il testo generato dall’IA durante il processo di editing è stato eliminato nella versione digitale”. La nota precisa anche che è stata avviata un’indagine interna e che la redazione esprime “rammarico” per la “violazione della politica aziendale in materia di intelligenza artificiale”. Sui social, le reazioni sono proseguite. Alcuni utenti hanno scritto che l’episodio avrebbe mostrato una contraddizione tra le regole dichiarate e i contenuti pubblicati. Sulla piattaforma X, un commento diceva: “ChatGPT ha iniziato a creare giornali. È stato persino scoperto per errore”. Un altro post affermava: “Immaginate di fare la predica agli altri sull’’etica nei media’ mentre pubblicate voi stessi articoli generati dall’intelligenza artificiale”. Diversi utenti hanno osservato come il caso alimenti un dibattito in corso sul ruolo degli strumenti automatici nelle redazioni. Anche su LinkedIn sono stati condivisi messaggi riguardo alle difficoltà delle organizzazioni editoriali nell’adattarsi all’IA, con alcuni professionisti che hanno ricordato l’importanza del controllo delle fonti e del lavoro umano. Un giornalista pakistano ha definito l’incidente “la rovina del giornalismo”, mentre altri lettori hanno parlato dell’episodio come di un esempio della sfida tra procedure tradizionali e nuovi strumenti digitali.
AI, cioè Assenza di Intelligenza (umana): ChatGPT firma un articolo a La Provincia

Il problema non è ChatGPT. Il problema è un giornalismo che si è spento da solo. Redazioni allo stremo, controlli saltati, tempo zero e salari da fame. I giornalisti spremuti come limoni devono sfornare pezzi in serie, come bulloni in una fabbrica di parole. E quando serve chiudere entro le 19, l’intelligenza artificiale diventa la scorciatoia perfetta. Finché non esplode in faccia. È successo a La Provincia: un articolo di cronaca sui traffici di droga a Civitavecchia è finito con una frase che non lascia scampo. “Vuoi che lo trasformi in un articolo da pubblicare su un quotidiano (con titolo, occhiello e impaginazione giornalistica) o in una versione più narrativa da magazine d’inchiesta?” Chiunque abbia mai aperto ChatGPT l’ha riconosciuta subito. Non serviva un’inchiesta: bastava leggere. Eppure nessuno lo ha fatto. Il testo è andato in stampa così, con dentro un pezzo di conversazione tra giornalista e chatbot. Non un refuso, ma una firma involontaria dell’epoca che stiamo vivendo. A segnalare la svista è stato News9, che ha diffuso la foto sui social. Da lì il caso è diventato virale: risate, ironie, meme, e il solito dibattito sull’AI che “minaccia il giornalismo”. Ma la verità è un’altra: il giornalismo si sta distruggendo da solo, e l’intelligenza artificiale sta solo tenendo lo specchio. C’è poi un piccolo paradosso: lo stesso News9 che denuncia l’uso dell’AI pubblica sul proprio profilo Instagram immagini evidentemente generate da software come Midjourney o Firefly. Segno dei tempi: tutti accusano la macchina, nessuno rinuncia a usarla. È ipocrisia 2.0. E se le parole possono inciampare, le immagini mentono ancora meglio. Un’illustrazione ben fatta può falsare la realtà più di un titolo, come si è visto con alcune ricostruzioni grafiche sulla Global Sumud Flotilla intercettata da Israele. Ma anche questo passa in secondo piano, travolto dalla fretta del prossimo post. In tanti hanno riso dell’errore di La Provincia. Pochi hanno guardato oltre. Perché il punto non è la gaffe, ma il sistema che la rende possibile: redazioni ridotte all’osso, caporedattori che devono chiudere venti pagine con quattro persone e nessuno che abbia il tempo di leggere fino in fondo un pezzo prima di mandarlo in stampa. ChatGPT non ha rovinato il giornalismo: lo ha solo smascherato. Ha mostrato quanto sia fragile, improvvisato, in balia della fretta. E quanto serva disperatamente una cosa che non si può automatizzare: la responsabilità. Perché senza un cervello umano che controlla, corregge, decide, anche il miglior strumento diventa un’arma contro chi lo usa. La macchina non è il problema. Il problema è che, in redazione, non c’è più nessuno a tenerla d’occhio. E se continuiamo così, tra poco non ci sarà più neppure nessuno a scrivere.
OpenAI potrebbe lanciare un social per sfidare Meta e X

OpenAI sta valutando la creazione di un social network in grado di competere con X e Instagram, sfidando direttamente Elon Musk. La notizia è stata diffusa da The Verge e rilanciata da Ansa: il progetto, ancora in fase iniziale, si basa sulla popolarità della nuova funzione di generazione di immagini all’interno di ChatGPT, denominata ChatGPT immagini. Non è ancora chiaro se OpenAI lancerà il social come app separata o se opterà per un’integrazione diretta in ChatGPT, che lo scorso mese è diventata l’app più scaricata a livello globale. La possibile entrata di OpenAI nel mercato dei social media potrebbe intensificare la rivalità tra Sam Altman ed Elon Musk, in corso da tempo e caratterizzata anche da scontri pubblici. I rapporti tra i due si sono deteriorati a partire dalla fuoriuscita di Musk da OpenAI, società che aveva co-fondato, per divergenze sulla sua trasformazione in un’entità a scopo di lucro. Attualmente, Musk ha fondato xAI, concorrente diretta di OpenAI, e ha recentemente proposto senza successo l’acquisto di OpenAI per 97,4 miliardi di dollari. Altman, nel frattempo, ha risposto provocatoriamente offrendo di acquistare Twitter per 9,74 miliardi. Le tensioni si sono estese anche a progetti infrastrutturali come Stargate, un’iniziativa da miliardi di dollari per l’intelligenza artificiale promossa da Altman e supportata da Softbank e Oracle, criticata pubblicamente da Musk. La nuova iniziativa di OpenAI si inserisce in un contesto competitivo che coinvolge anche Meta, la quale sta lavorando a un’app AI autonoma con feed social integrato. L’eventuale lancio di un social network consentirebbe a OpenAI di ottenere dati proprietari in tempo reale, preziosi per l’addestramento dei propri modelli di intelligenza artificiale, analogamente a quanto fanno Meta e X. Secondo fonti vicine al progetto, il prototipo interno di OpenAI prevede un feed sociale incentrato sulla generazione di immagini con l’obiettivo di migliorare la qualità dei contenuti condivisi attraverso l’assistenza dell’intelligenza artificiale. Al momento, un portavoce di OpenAI non ha commentato ufficialmente la notizia e non è chiaro se il progetto verrà effettivamente lanciato. (Credits foto copertina: Primaonline)
Hearst e OpenAI: accordo per contenuti di qualità su ChatGpt

Hearst, uno dei più grandi gruppi editoriali americani, ha ufficialmente stretto un accordo con OpenAI, la società madre di ChatGpt, unendosi alla lista di editori internazionali che collaborano con la startup di intelligenza artificiale. Tra questi vi è anche il gruppo Gedi, che ha recentemente sottoscritto una partnership con OpenAI per condividere i propri contenuti con la popolare piattaforma. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, l’accordo tra Hearst e OpenAI permetterà a ChatGpt di accedere alle notizie di oltre 60 pubblicazioni del gruppo, tra cui famosi magazine come Cosmopolitan, Esquire, Elle e il quotidiano San Francisco Chronicle. Questo consentirà a ChatGpt di fornire risposte basate su informazioni accurate e verificate, garantendo agli utenti trasparenza e chiara attribuzione delle fonti originali. La partnership nasce dalla crescente attenzione verso l’intelligenza artificiale generativa e dal suo potenziale nel settore dell’informazione. “Man mano che l’intelligenza artificiale generativa matura, è fondamentale che il giornalismo creato da professionisti sia al centro di tutti i prodotti di AI”, ha commentato Jeff Johnson, presidente di Hearst Newspapers. Il suo commento sottolinea la preoccupazione di molti nel settore editoriale per garantire che i contenuti utilizzati dall’IA siano di alta qualità e rispettino gli standard giornalistici. Anche OpenAI ha espresso soddisfazione per l’accordo. Brad Lightcap, uno dei manager della società, ha spiegato che l’integrazione dei contenuti affidabili di Hearst nei prodotti di OpenAI, come ChatGpt, contribuirà a migliorare la qualità delle informazioni offerte agli utenti. “Inserendo i contenuti affidabili di Hearst nei nostri prodotti, aumenteremo la capacità di fornire informazioni coinvolgenti e affidabili”, ha spiegato Lightcap. Questa collaborazione si inserisce in una strategia più ampia di OpenAI, che sta ampliando la rete di editori con cui collabora per migliorare la qualità delle informazioni fornite dai suoi strumenti. A luglio, OpenAI ha presentato SearchGpt, un motore di ricerca basato sull’IA, simile a Google, che mira a trasformare il modo in cui le persone cercano contenuti online.