Agcom porta Google AI Overviews davanti alla Commissione Ue per tutelare gli editori

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L’Agcom ha inviato alla Commissione europea una richiesta di valutazione sui servizi Google AI Overviews e AI Mode per verificare una possibile violazione del Digital Services Act. La decisione è arrivata dopo una segnalazione della Fieg, la Federazione Italiana Editori Giornali, che ha contestato il funzionamento dei nuovi strumenti di ricerca basati sull’intelligenza artificiale. L’iniziativa dell’authority guidata da Giacomo Lasorella ha preso avvio da una segnalazione da parte della Federazione Italiana Editori Giornali (Fieg), secondo la quale tali servizi hanno determinato una significativa riduzione della visibilità e reperibilità dei contenuti editoriali in Italia. La Fieg ha presentato un reclamo formale all’Agcom nel suo ruolo di Coordinatore nazionale dei Servizi Digitali contro il servizio AI Overviews di Google. In una nota, la Federazione ha spiegato che una iniziativa simile, promossa da Enpa, è già in corso presso altri Coordinatori dei Servizi Digitali dell’Unione europea. L’obiettivo indicato dagli editori è ottenere dalla Commissione europea l’apertura di un procedimento previsto dal DSA. Il servizio AI Overviews, disponibile in Italia da marzo 2025, utilizza l’intelligenza artificiale per creare automaticamente un riassunto delle informazioni cercate dagli utenti e mostrarlo nella parte alta della pagina dei risultati. Secondo la Fieg, insieme alla funzione AI Mode, questo sistema ridurrebbe il numero di visite ai siti editoriali perché gli utenti riceverebbero direttamente una risposta sintetica senza aprire le pagine originali. “Google stia diventando un ‘traffic killer’”, ha scritto la Fieg in una nota tecnica. “Sta anteponendo le sue risposte AI alle query degli utenti integrandole direttamente nell’elenco dei risultati, senza dover cliccare sulle fonti originali, ossia i siti degli editori”. Secondo gli editori, la riduzione della visibilità dei contenuti potrebbe avere effetti economici sui giornali, soprattutto su quelli più piccoli e indipendenti, perché meno accessi ai siti significherebbero anche minori entrate pubblicitarie. “Stiamo parlando di un prodotto – è il punto sostenuto dalla Fieg – che non solo si pone in diretta concorrenza con i contenuti prodotti dalle aziende editoriali ma che determina anche una riduzione della loro visibilità e reperibilità, e quindi dei relativi introiti pubblicitari, minacciando il loro rifinanziamento”. La federazione ha inoltre segnalato possibili effetti sul pluralismo dell’informazione e sulla libertà di espressione. Tra i punti evidenziati c’è anche il rischio che le risposte generate dall’intelligenza artificiale possano contenere errori, informazioni imprecise oppure contenuti inventati, definiti “allucinazioni”, senza permettere agli utenti di verificare facilmente le fonti originali. Dopo avere acquisito informazioni fornite da Google e avere svolto audizioni con Google, Fieg e Fisc, la Federazione Italiana Settimanali Cattolici, l’Agcom ha deciso di sottoporre il caso alla Commissione europea ai sensi dell’articolo 65 del Digital Services Act. L’Autorità chiede di verificare una possibile violazione degli obblighi previsti per le piattaforme online e i motori di ricerca di grandi dimensioni, in particolare sulle misure di mitigazione dei rischi sistemici, sulla tutela della libertà di informazione e sulla trasparenza dei sistemi di raccomandazione. L’Agcom ha precisato che la decisione è stata approvata con il voto contrario della commissaria Elisa Giomi. Nella stessa seduta del 29 aprile, il Consiglio dell’Autorità ha anche deciso di creare un tavolo permanente di confronto tra Google, eventuali altre piattaforme interessate e gli editori, per sviluppare un dialogo sui temi del copyright, dell’intelligenza artificiale e della tutela del pluralismo dell’informazione. La Fieg ha espresso apprezzamento per la decisione dell’Agcom. Il presidente Andrea Riffeser Monti ha dichiarato che l’iniziativa “giunge al termine di un’istruttoria articolata e approfondita e testimonia l’attenzione dell’Autorità rispetto agli effetti di questi sistemi sul traffico verso i siti editoriali e, più in generale, sulle dinamiche del settore”. La federazione degli editori ha inoltre confermato la disponibilità a partecipare a un confronto con le piattaforme digitali sull’utilizzo dei contenuti editoriali nei sistemi di intelligenza artificiale. “La proposta dell’Agcom di istituire un tavolo permanente di confronto”, ha continuato Riffeser, “rappresenta un elemento distintivo e di rilievo nel panorama europeo e costituisce, nelle more delle iniziative a livello dell’Unione, un segnale operativo di attenzione al settore”. Tra i temi indicati dalla Fieg ci sono la tutela economica dei contenuti editoriali utilizzati per addestrare i sistemi di IA, il rispetto dei meccanismi di opt-out senza penalizzazioni nella visibilità online e l’efficacia degli accordi di licenza anche rispetto alla protezione dei dati personali e della riservatezza. “È importante – ha concluso Riffeser – un approccio regolatorio coerente con l’evoluzione tecnologica, idoneo a garantire equilibrio tra innovazione e tutela dei diritti, a salvaguardia del pluralismo informativo e della sostenibilità del sistema editoriale”. (Foto creata con AI)

AGCOM, AI Act e Digital Services Act: come cambia la lotta contro disinformazione online e fake news

Regolamentazione AI

Nel sistema europeo che regola internet e l’intelligenza artificiale, AGCOM è oggi uno dei punti chiave per controllare i contenuti online generati o manipolati artificialmente, soprattutto quando questi possono influenzare democrazia, informazione e opinione pubblica. È quanto emerge dall’analisi firmata da Elisa Giomi, Commissaria dell’Autorità per le comunicazioni, che mette in relazione il Digital Services Act e l’AI Act, spiegando quali strumenti esistono già per contrastare disinformazione e deepfake, senza fermare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. AGCOM è stata designata Coordinatore dei Servizi Digitali in base al Digital Services Act, il regolamento europeo entrato in vigore nel novembre 2022 che stabilisce regole comuni per le piattaforme online, come social network, motori di ricerca e siti di condivisione video. Questo ruolo assegna all’Autorità il compito di vigilare sul funzionamento dell’ecosistema digitale e sulla protezione degli utenti. Meno conosciuto è il fatto che queste competenze si intrecciano con l’AI Act, il primo regolamento europeo pensato per disciplinare l’uso dell’intelligenza artificiale, soprattutto quando viene impiegata nei servizi online. Uno degli ambiti più delicati riguarda i contenuti manipolati artificialmente, cioè testi, immagini o video creati o modificati con l’AI, che possono sembrare veri anche quando non lo sono. Nel maggio del 2023 hanno circolato online video in cui attori famosi come Emma Stone e Brad Pitt sembravano sostenere la propaganda russa contro l’Ucraina. In realtà si trattava di interviste deepfake, generate con l’intelligenza artificiale e doppiate in francese e tedesco. Prima di essere rimosse, queste clip hanno raccolto migliaia di visualizzazioni sui social network e sulle piattaforme video. Di fronte a contenuti di questo tipo, diventa sempre più difficile capire cosa sia vero. Come scrive Lee McIntyre nel libro “Post-verità” (edito da Utet), è richiesta una vera e propria “fatica epistemica”, cioè uno sforzo mentale per distinguere la realtà da ciò che la imita. Un contenuto può riportare informazioni corrette, ma essere prodotto artificialmente, come avviene nel caso dell’automated journalism, dove articoli vengono scritti da software basati su AI. In questi casi i fatti possono essere veri, ma la scrittura non è umana. Esistono però situazioni ancora più complesse. Un’inchiesta di Newsguard, pubblicata nell’aprile 2024, ha individuato numerose content farm capaci di creare interi siti web automatizzati. Con costi che vanno da 30 a 350 dollari, questi sistemi pubblicano decine di articoli al giorno usando AI generativa, producendo notizie false o parzialmente vere su politici specifici. I testi sono spesso riscritture di notizie reali, senza citare la fonte, con dettagli inventati o spostati di contesto per sembrare credibili. Questa situazione rende difficile capire dove finisce la realtà e dove inizia la sua imitazione. Oltre alla fatica di verifica, si parla di “rischio epistemico”, cioè della difficoltà, se non impossibilità, di controllare la verità di un contenuto confrontandolo con fatti reali. Secondo l’analisi, l’AI contribuisce a un processo di “de-referenzializzazione” della conoscenza, perché produce contenuti molto verosimili, più di quanto sia mai successo con le tecnologie del passato. Allo stesso tempo, molte persone tendono a fidarsi automaticamente delle risposte fornite dalle chatbot. Questo atteggiamento è stato definito “epistemia” da alcuni studiosi, ovvero l’illusione che ciò che viene generato dall’AI sia conoscenza vera, quando invece si tratta di testi costruiti su pattern statistici, che danno un’impressione di coerenza e autorevolezza. L’uso dell’intelligenza artificiale, però, non riguarda solo i rischi. L’AI è già ampiamente utilizzata nel giornalismo e nel fact checking, aiutando a individuare notizie false più velocemente di quanto potrebbe fare un essere umano. Per questo motivo, l’obiettivo dei regolamenti europei non è bloccare la tecnologia, ma limitare gli usi distorti e rafforzare le tutele. L’AI Act chiarisce che quando l’intelligenza artificiale viene usata per fornire servizi intermediari, come piattaforme online o motori di ricerca, si applicano anche le regole del Digital Services Act. In pratica, se un motore di ricerca utilizza l’AI per produrre risultati, chi lo gestisce deve rispettare entrambe le normative. Inoltre, per i sistemi di AI integrati in piattaforme molto grandi, l’AI Act rimanda al DSA per la gestione dei rischi sistemici, cioè quelli che possono incidere su diritti fondamentali, elezioni, sicurezza pubblica e dibattito democratico. Il Digital Services Act impone alle very large online platforms e ai very large online search engines di valutare ogni anno gli effetti negativi dei loro servizi e di adottare misure per ridurli. In Italia, il soggetto incaricato di vigilare sul rispetto di queste regole è AGCOM, in qualità di Digital Services Coordinator. Tuttavia, per le piattaforme di dimensioni molto grandi, la competenza diretta spetta alla Commissione europea. Esistono però delle eccezioni. In caso di violazioni gravi del DSA che possano causare danni seri ai diritti fondamentali o alla sicurezza, AGCOM può adottare misure temporanee, anche nei confronti di piattaforme non stabilite in Italia, e segnalarle alla Commissione europea, che decide come procedere. Applicando questo schema ai video deepfake con attori famosi, se contenuti simili fossero diffusi in lingua italiana e rivolti al pubblico nazionale, potrebbero essere considerati un rischio sistemico per la formazione dell’opinione pubblica. In questi casi, anche se pubblicati su grandi piattaforme come YouTube, Facebook o TikTok, AGCOM potrebbe intervenire in via temporanea per limitarne la circolazione, in attesa di una decisione europea. Oltre agli strumenti europei, l’Autorità dispone anche di strumenti nazionali. Il regolamento attuativo dell’articolo 41.7 del Testo unico dei servizi di media audiovisivi consente ad AGCOM di intervenire contro contenuti audiovisivi diffusi da piattaforme di video sharing stabilite in altri Stati membri, quando vi sia un pregiudizio grave, imminente e irreparabile per i diritti degli utenti italiani. Questo include anche video generati o manipolati con l’AI. (Foto creata con AI)