BBC, AFP, AP e Reuters presentano un corto per chiedere ingresso ai media a Gaza

La BBC, insieme ad Agence France-Presse, Associated Press e Reuters, ha lanciato un cortometraggio per chiedere alle autorità israeliane di consentire l’ingresso ai giornalisti internazionali nella Striscia di Gaza. Il film è stato narrato dal giornalista della BBC David Dimbleby e raccoglie immagini di cronaca che mostrano come il giornalismo indipendente sia stato fondamentale nei momenti chiave della storia recente. La richiesta arriva a quasi due anni dal 7 ottobre, data in cui il mondo ha visto le atrocità di Hamas e da cui è iniziata una guerra che continua ancora oggi. Dalla metà del 2021, infatti, ai giornalisti stranieri indipendenti non è permesso entrare a Gaza, dove il racconto del conflitto è affidato quasi interamente ai cronisti palestinesi che operano in condizioni difficili e rischiose. Nel cortometraggio è presente anche l’intervento della CEO di BBC News, Deborah Turness, che ha affermato: “Come giornalisti, registriamo la prima bozza della storia. Ma in questo conflitto, il lavoro di cronaca è affidato esclusivamente a un piccolo numero di giornalisti palestinesi, che stanno pagando un prezzo terribile. Sono passati quasi due anni dal 7 ottobre, quando il mondo ha assistito alle atrocità di Hamas. Da allora, a Gaza infuria una guerra, ma ai giornalisti internazionali non è permesso entrare. Ora dobbiamo essere lasciati entrare a Gaza. Dobbiamo lavorare a fianco dei giornalisti locali, così possiamo tutti portare i fatti al mondo”. Il film è stato presentato in anteprima a New York il 24 settembre, durante un evento del Comitato per la protezione dei giornalisti, in contemporanea con l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Oggi l’accesso dei giornalisti internazionali indipendenti a Gaza resta vietato.
Appello dei giornalisti AFP a Gaza: “Ci rifiutiamo di vederli morire”

Il 21 luglio 2025, l’SDJ, sindacato dei giornalisti dell’agenzia France Presse (AFP), ha lanciato un appello urgente per i propri collaboratori freelance attivi nella Striscia di Gaza, denunciando un rischio concreto di morte per fame. Attualmente, AFP opera nell’enclave con un team composto da un cronista, tre fotografi e sei videomaker, tutti locali. L’accesso ai media internazionali è interdetto dal 2023, e la copertura giornalistica è garantita solo da operatori sul campo. “Ci rifiutiamo di vederli morire”, si legge nel comunicato diffuso dal consiglio direttivo uscente del sindacato. I giornalisti locali lavorano in condizioni estreme, vivendo sotto i bombardamenti, privi di alimentazione adeguata, assistenza sanitaria e accesso a beni di prima necessità. Uno di loro, Bashar, collabora con AFP dal 2010 e ricopre il ruolo di fotografo principale dal 2024. Il 19 luglio ha scritto pubblicamente: “Non ho più la forza di lavorare per i media. Il mio corpo è debilitato e non riesco più a muovermi”. Bashar vive con la famiglia tra le rovine della sua abitazione a Gaza City, senza elettricità, acqua o letti. Il 20 luglio ha riferito la morte per fame di uno dei suoi fratelli. “Per la prima volta, mi sento sconfitto”, ha dichiarato. “Vorrei che Macron mi aiutasse a uscire da questo inferno”. Secondo SDJ, anche i giornalisti regolarmente pagati non possono acquistare beni: i prezzi sono esorbitanti, il sistema bancario è inattivo, e il cambio tra valuta elettronica e contante comporta commissioni fino al 40%. L’agenzia non è più in grado di usare veicoli per spostare il personale, a causa dell’impossibilità di reperire carburante e del rischio di essere colpiti dall’aviazione israeliana. Le trasferte avvengono quindi a piedi o su carretti trainati da animali. Ahlam, una videomaker attiva nel sud della Striscia, continua a lavorare. “Ogni volta che esco per documentare qualcosa, non so se tornerò viva”, ha dichiarato. “Il problema principale è la mancanza di cibo e acqua”. Il sindacato denuncia che i giornalisti sono esausti, malnutriti, spesso incapaci di camminare per coprire gli eventi. “Le loro richieste d’aiuto sono quotidiane”, si legge nel testo diffuso da SDJ. “La loro vita è appesa a un filo. Il coraggio che li ha sostenuti per mesi non basta più”. Nonostante tutto, Ahlam prosegue. “Cerco di continuare a fare il mio lavoro, dare voce alla popolazione, documentare la verità. Resistere non è una scelta: è una necessità”. SDJ ricorda che, dalla fondazione dell’agenzia nel 1944, alcuni reporter AFP sono stati uccisi, feriti o imprigionati in zone di conflitto. Ma mai prima d’ora era accaduto che colleghi rischiassero di morire di fame sotto gli occhi della redazione.
Kari Lake, consulente di Trump, propone lo stop ai contratti con Ap, Reuters e Afp

La consulente speciale di Trump nella US Agency for Global Media (Usagm), Kari Lake, ha annunciato la proposta di cancellare i contratti con agenzie di stampa come Associated Press, Reuters e Afp. Secondo Lake, con un budget di quasi un miliardo di dollari, la Usagm dovrebbe produrre autonomamente le proprie notizie, senza dipendere da fornitori esterni. L’annuncio, pubblicato sulla piattaforma X, ha immediatamente acceso il dibattito sul controllo governativo dell’informazione e sul rischio di una narrativa filtrata dal potere. La Usagm è l’organismo governativo responsabile della diffusione internazionale di notizie, supervisionando testate come Voice of America, Radio Free Europe e Radio Free Asia. Da sempre, il suo obiettivo è quello di fornire informazione in modo imparziale, ma la nuova strategia di Trump solleva interrogativi su un possibile allineamento politico delle notizie diffuse. Parallelamente, la Casa Bianca ha deciso di rivedere le regole del press pool, il gruppo ristretto di giornalisti che segue il presidente anche negli spazi più riservati, come lo Studio Ovale e l’Air Force One. Per decenni, questo sistema è stato gestito dalla White House Correspondents’ Association (Whca), garantendo una copertura indipendente degli eventi presidenziali. Ma l’amministrazione Trump ha annunciato l’intenzione di assumerne il controllo diretto. La Whca ha reagito con fermezza, dichiarando: “In un Paese libero non sono le autorità a scegliersi i giornalisti”. Il press pool è composto da 13 giornalisti selezionati a rotazione, includendo rappresentanti delle principali testate e agenzie di stampa. La nuova regolamentazione potrebbe ridurre la diversità delle fonti e limitare l’accesso a informazioni cruciali. Le agenzie Ap, Reuters e Bloomberg, membri permanenti del press pool, hanno diffuso un comunicato congiunto firmato dai rispettivi editori, sottolineando il ruolo essenziale di una stampa indipendente e libera. Hanno avvertito che limitare l’accesso alle informazioni presidenziali minaccia la trasparenza e ostacola la diffusione di notizie affidabili, con ripercussioni non solo negli Stati Uniti ma anche a livello globale.