Nuovo assetto per i giornali del gruppo Monfir: Del Vecchio punta su QN, Giorno, Nazione e Resto del Carlino

Leonardo Maria Del Vecchio

Il progetto di Leonardo Maria Del Vecchio per creare un nuovo grande gruppo italiano dell’informazione va avanti con un nuovo passo importante. Il consiglio di amministrazione di Lmdv Capital, la sua società di investimento, ha presentato un’offerta vincolante per comprare la maggioranza di EN – Editoriale Nazionale, il gruppo che pubblica i quotidiani Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino e Quotidiano Nazionale (QN). Il consiglio di amministrazione di Monrif, che oggi controlla Editoriale Nazionale, ha deciso di procedere con la formalizzazione dell’operazione, come indicato in una nota ufficiale. L’iniziativa arriva dopo l’acquisto, avvenuto nel dicembre scorso, del 30% de Il Giornale, sempre da parte di Lmdv Capital. Andrea Riffeser Monti, presidente di Monrif, ha commentato l’accordo con una dichiarazione ufficiale. “Siamo felici e onorati di questo accordo con Leonardo Maria Del Vecchio, che rafforza il futuro di un’informazione libera e responsabile, oggi più che mai essenziale per la democrazia del nostro Paese”. Con questa operazione, Monrif cederà a Lmdv Capital una quota di maggioranza di Editoriale Nazionale, avviando il passaggio di controllo del gruppo editoriale. Anche Leonardo Maria Del Vecchio, presidente di Lmdv Capital, ha spiegato il significato dell’operazione. “Questa operazione rientra in un progetto industriale di lungo periodo che riconosce all’editoria un ruolo centrale per il Paese. Crediamo nel valore dell’informazione di qualità e nell’autonomia delle redazioni”. Del Vecchio ha aggiunto che “il nostro impegno è investire con capitale paziente, mettendo tecnologia e competenze al servizio del lavoro giornalistico”. Ha inoltre precisato che, una volta completati i passaggi formali, ci sarà un confronto con giornalisti, redazioni e Comitati di redazione “per costruire un percorso condiviso”. Dopo l’annuncio dell’accordo, sono intervenuti anche i Comitati di redazione (Cdr) delle testate del gruppo. I giornalisti di Quotidiano Nazionale, Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno e Quotidiano.net si sono riuniti in assemblea e hanno diffuso un documento con le loro richieste. “Tutela dei posti di lavoro, valorizzazione delle cronache sia nazionali che locali, investimenti nel giornalismo di qualità per rilanciare e tutelare testate storiche che quotidianamente garantiscono informazione in territori importanti come Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Liguria, Umbria e Lazio”. Nel documento, i Cdr spiegano di aver incontrato poche ore prima l’editore Andrea Riffeser Monti, la direttrice Agnese Pini e i manager del gruppo, durante un incontro in cui è stata comunicata l’accettazione dell’offerta vincolante. “I Cdr, si legge nel testo ripreso dalle agenzie, hanno ribadito all’editore che servono garanzie appunto sulla tutela dei posti di lavoro, sulla difesa delle buste paga (anche delle fasce più deboli, come gli articoli 2, 12 e i collaboratori), sul radicamento sul territorio dei giornali – che hanno redazioni in tantissime città – sul rilancio delle cronache nazionali e dei siti internet che necessitano di investimenti in giornalisti e tecnici”. “L’assemblea ha salutato con favore il passaggio di proprietà, proprio perché il Gruppo arriva da anni di ridimensionamento delle buste paga (attraverso gli ammortizzatori sociali), delle redazioni (con prepensionamenti e assunzioni non numericamente adeguate), e di riduzione dei compensi dei collaboratori fissi e dei corrispondenti: un mix letale che non ha scalfito la qualità dell’informazione offerta ai lettori solo grazie all’impegno straordinario dei giornalisti”. Nel testo si sottolinea anche la mancanza, negli anni, di progetti di sviluppo chiari per il gruppo, sia sulla carta sia sul digitale. “Per questo motivo – prosegue il documento – l’assemblea ha ribadito al Comitato di redazione la necessità di essere costantemente informata sulla trattativa, perché i punti da definire sono ancora molti”. I Cdr dichiarano di apprezzare le parole di Leonardo Maria Del Vecchio sul confronto con le redazioni e spiegano che vigileranno sui passaggi di proprietà insieme ai sindacati, seguendo tutte le fasi dell’operazione. (In foto, Leonardo Maria Del Vecchio)

Nuova brand identity per l’ecosistema Sole 24 ORE

Federico Silvestri e Fabio Tamburini

Il Gruppo Il Sole 24 ORE cambia nome, logo e identità visiva e avvia una nuova fase della sua storia, scegliendo di ripartire dalle proprie radici per guardare al futuro. Il gruppo editoriale di Confindustria adotta ufficialmente il nome Gruppo Il Sole 24 ORE, superando la precedente denominazione Gruppo 24 ORE, e presenta una nuova brand identity pensata per rappresentare in modo chiaro e unitario tutte le sue attività. Il cambiamento nasce dalla volontà di valorizzare un patrimonio informativo, culturale e civile che accompagna il Paese da oltre 160 anni. Il nome “Il Sole” viene indicato come elemento centrale dell’identità del gruppo: non solo memoria storica, ma base attiva per lo sviluppo futuro. L’obiettivo dichiarato è rendere riconoscibile, anche visivamente, la complessità di un ecosistema che oggi comprende informazione su carta e digitale, radio, televisione, agenzia di stampa, libri, podcast, editoria professionale, formazione, eventi e servizi per imprese, professionisti, istituzioni e cittadini. Al nuovo nome si affianca un nuovo logo, progettato per racchiudere in un unico segno tutte le anime del gruppo. Il marchio si ispira a quello utilizzato negli anni Novanta, quando l’editore avviò il passaggio da quotidiano a realtà multimediale. Allora il simbolo univa fogli di giornale e tastiera; oggi quei fogli diventano pixel, per rappresentare il mondo digitale e l’evoluzione tecnologica. Il logo è composto da una versione istituzionale monocromatica e da una versione creativa multicolore, nella quale ogni pixel identifica una specifica area di attività, mantenendo però un disegno comune. Secondo l’Amministratore Delegato Federico Silvestri, “Il principio che ci ha guidati è stato rappresentare in modo autentico e contemporaneo l’identità del nostro ecosistema”, spiega l’Amministratore Delegato Federico Silvestri. “Abbiamo ripercorso la nostra storia per ‘fare quadrato’ attorno alla nostra tradizione, ai nostri valori e alle nostre persone. Questo quadrato simbolico diventa marchio, prende tridimensionalità e svela un cuore composito che ci proietta nel futuro. Disegnare una nuova identità significa riaffermare chi siamo oggi e indirizzare il domani. È la nostra eredità a guidare la nostra evoluzione”. Il nuovo sistema visivo include tutte le principali realtà del gruppo: il quotidiano Il Sole 24 Ore, Radio 24, l’agenzia Radiocor e IlSole24OreTV. Dal logo principale derivano anche i marchi delle diverse aree operative, tra cui Il Sole 24 ORE Professionale, 24 ORE Eventi, 24 ORE Cultura, 24 ORE System, 24 ORE Podcast, 24 ORE Salute e 24 ORE Factory. Ogni area è identificata da colori specifici, pensati per distinguere le singole attività e allo stesso tempo rafforzare l’idea di un sistema integrato. Il rebranding è accompagnato da un progetto di comunicazione interna ed esterna. Nella sede di Viale Sarca a Milano sono stati realizzati allestimenti visivi che raccontano il nuovo logo, l’ecosistema del gruppo e i valori condivisi, riassunti nel pay off “Presenti al futuro”. Il lancio è supportato anche da un videoracconto e da una campagna pianificata sui mezzi del gruppo, con una presenza dedicata sul quotidiano nel giorno della presentazione ufficiale. (In foto, Federico Silvestri e Fabio Tamburini)

Guardando al 2050 (e oltre): il giornalismo del futuro

Giornalismo nel 2050

Nel 2025, negli Stati Uniti, la Columbia Journalism Review e il Tow Center for Digital Journalism hanno pubblicato un progetto speciale dedicato a come potrebbe evolversi il giornalismo nel 2050, a venticinque anni di distanza, in un momento storico in cui le notizie cambiano forma, canale e pubblico. Il lavoro, sostenuto dalla Patrick J. McGovern Foundation, raccoglie interviste a dirigenti di redazione, giornalisti indipendenti, reporter internazionali ed esperti dei media, con l’obiettivo di descrivere scenari futuri basati su tendenze già osservabili oggi. La ricerca parte da una constatazione: il pubblico, soprattutto quello più giovane, utilizza sempre meno giornali cartacei e televisione e sempre più piattaforme digitali, podcast, newsletter e sistemi di intelligenza artificiale. Secondo il progetto, ciò che potrebbe rimanere centrale è il tocco personale del giornalista: la capacità di dare priorità alle notizie, scegliere l’angolazione più adatta e spiegare i fatti in modo comprensibile. Da qui nasce una serie di ipotesi su come potrebbero essere prodotte e consumate le notizie nel 2050. Le notizie potrebbero arrivare direttamente alla persona, senza passare da uno schermo tradizionale. Tra gli scenari considerati c’è l’uso di tecnologie integrate nel corpo, come chip o impianti neurali, capaci di trasmettere informazioni in tempo reale. In questo caso, l’accesso alle news diventerebbe continuo e immediato, modificando il concetto stesso di consultazione delle notizie. L’informazione potrebbe essere mediata da dispositivi visivi personali, come occhiali o strumenti simili. Le notizie sarebbero personalizzate in base agli interessi e alle preoccupazioni di ciascun individuo e potrebbero essere presentate da interfacce con caratteristiche umane, in grado di rispondere alle domande e spiegare i fatti con linguaggio semplificato. Gli schermi potrebbero diventare parte dell’ambiente, non solo oggetti fisici ma anche superfici virtuali. Secondo le ipotesi raccolte, alcune informazioni potrebbero apparire nello spazio, senza essere collegate a dispositivi visibili, rendendo le notizie sempre presenti nella vita quotidiana. I grandi marchi giornalistici internazionali potrebbero continuare a esistere grazie alla loro riconoscibilità e autorevolezza. Testate come New York Times, Washington Post e Financial Times vengono indicate come realtà capaci di adattarsi, soprattutto attraverso formati digitali e multimediali, mentre le edizioni cartacee potrebbero ridursi drasticamente. I network televisivi tradizionali potrebbero invece perdere centralità. In un ecosistema dominato da contenuti on demand e piattaforme digitali, alcune reti commerciali potrebbero non sopravvivere nella forma attuale, mentre sistemi pubblici come la BBC potrebbero mantenere un ruolo informativo rilevante. Le piattaforme social non sono considerate stabili nel lungo periodo. Anche reti oggi centrali, come X (già Twitter), vengono descritte come potenzialmente destinate a scomparire o a restare attive solo grazie al sostegno economico dei loro proprietari, mentre nuove piattaforme potrebbero emergere. Il rapporto tra giornalisti e pubblico potrebbe diventare diretto e personale. Nel 2050, secondo il progetto, la fiducia potrebbe contare più del marchio editoriale. In questo contesto crescerebbero newsletter individuali, canali personali e pubblicazioni iperspecializzate, seguite per la credibilità del singolo autore. Il giornalismo prodotto da esseri umani continuerebbe a esistere, nonostante l’uso crescente dell’intelligenza artificiale. Le interviste raccolte indicano che una parte del pubblico manifesta già oggi saturazione verso testi generati automaticamente, percepiti come ripetitivi o poco distintivi. Il giornalismo investigativo viene indicato come una funzione destinata a sopravvivere. Le inchieste, basate su verifica delle fonti, tempo e competenze, resterebbero difficili da automatizzare e continuerebbero a svolgere un ruolo centrale nel controllo del potere. I media locali potrebbero conoscere una nuova valorizzazione. Testate gestite da lavoratori, organizzazioni no profit o enti locali vengono considerate potenzialmente più vicine alle comunità e capaci di rispondere a bisogni informativi concreti. (Foto di copertina creata con AI)

Del Vecchio acquisisce il 30% de Il Giornale e tratta su QN

Leonardo del Vecchio

Leonardo Maria Del Vecchio ha acquisito il 30% de Il Giornale tramite il family office LMDV Capital: l’operazione riguarda Milano, è stata ufficializzata oggi, coinvolge l’editore del quotidiano e rientra in una strategia di investimento nel settore dei media, mentre sono in corso trattative per il controllo del gruppo QN. LMDV Capital è entrata nel capitale de Il Giornale, quotidiano fondato nel 1974 da Indro Montanelli e oggi controllato al 70% dalla famiglia Angelucci attraverso la Finanziaria Tosinvest. L’acquisizione riguarda il 30% delle quote e segna l’ingresso diretto di Leonardo Maria Del Vecchio nel quotidiano. Secondo quanto ricostruito, una parte delle quote sarebbe stata ceduta dagli Angelucci, mentre la quota principale sarebbe stata venduta da Paolo Berlusconi, che ha ridotto la propria partecipazione dal 30% al 5%, mantenendo una presenza simbolica nella società editrice. L’operazione si inserisce in un progetto più ampio nel settore dell’informazione. In una nota, LMDV Capital spiega che l’investimento fa parte di un percorso avviato nei media e che si affianca a un’esclusiva per l’acquisizione della maggioranza di un gruppo editoriale italiano con quotidiani e piattaforme digitali nazionali e locali. Secondo fonti finanziarie, il gruppo coinvolto è QN, editore de Il Giorno, La Nazione e Il Resto del Carlino, controllato dalla famiglia Riffeser Monti. La società capogruppo Monrif è uscita dalla Borsa l’8 maggio, dopo il superamento del 90% del capitale in seguito a un’offerta pubblica di acquisto. Le due iniziative, spiega ancora la nota, delineano il primo perimetro di un polo editoriale italiano che Del Vecchio intende sviluppare come base di un futuro piano industriale nei media. Nei mesi scorsi l’imprenditore ha anche presentato un’offerta da 140 milioni di euro per l’acquisizione di Gedi, proposta respinta dall’azionista John Elkann, impegnato in una trattativa in esclusiva con Antenna Group. “In una fase di profondo riassetto del settore, LMDV Capital conferma la volontà di investire nel lungo periodo sull’informazione italiana mettendo a disposizione capitale, competenze manageriali e know-how sulla trasformazione digitale”, si legge nella nota. Il progetto prevede una piattaforma editoriale integrata basata sulla valorizzazione dei brand storici, sullo sviluppo digitale di siti, app, podcast, video e modelli di abbonamento, e sull’uso responsabile di dati e intelligenza artificiale a supporto del lavoro delle redazioni. “Questo investimento, al fianco della famiglia Angelucci, rappresenta un passo concreto nel percorso che ho delineato nei mesi scorsi: rafforzare l’editoria italiana con capitale italiano, paziente e industriale”, ha dichiarato Leonardo Maria Del Vecchio. “Non possiamo accettare che il futuro dell’informazione venga deciso esclusivamente dagli algoritmi o da piattaforme che non investono nel lavoro giornalistico”. Negli ultimi mesi Il Giornale ha registrato anche cambiamenti nella struttura editoriale: da poche settimane il direttore responsabile è Tommaso Cerno, con Osvaldo De Paolini nel ruolo di condirettore, mentre la direzione editoriale resta affidata a Vittorio Feltri.

“Salviamo la Rai di Milano”, l’appello dei dipendenti a corso Sempione

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Il consiglio di amministrazione della Rai sta valutando la cessione dello storico edificio di corso Sempione 27 a Milano, sede da cui il 3 gennaio 1954 partì la prima trasmissione televisiva del servizio pubblico, mentre dipendenti e rappresentanze annunciano un’assemblea aperta alla città il 16 dicembre alle ore 15, davanti all’edificio, per chiedere chiarezza sul futuro del Centro di Produzione Rai di Milano. L’immobile di Gio Ponti, considerato di alto valore, potrebbe essere venduto prima che sia pronta la nuova sede del Portello – MiCo Nord, dove la Rai dovrebbe trasferirsi come inquilina in affitto della Fondazione Fiera Milano, con un canone stimato in circa 6 milioni di euro l’anno per 27 anni. Per rendere possibile la vendita immediata, l’azienda starebbe valutando la liberazione anticipata dello stabile, rinunciando all’ipotesi di leaseback inizialmente prevista dal piano immobiliare. Secondo quanto comunicato dalle Rsu del Centro di Produzione Rai di Milano, dal Cdr Tgr Lombardia e dai Fiduciari Rai Sport e Tg3, questa scelta comporterebbe un trasferimento temporaneo in via Mecenate, in spazi che, allo stato attuale, possono ospitare circa 200 dipendenti rispetto ai circa 900 oggi presenti a corso Sempione. Nel documento si legge che tale trasferimento “significa ridimensionare il tessuto produttivo della Rai di Milano”, con il rischio di una riduzione delle attività e di uno spostamento delle produzioni verso altre sedi. Le rappresentanze segnalano inoltre che il Centro di Produzione di Milano è senza direttore da oltre cinque mesi e che, secondo quanto riportato nel testo, a Milano non sarebbe presente alcun dirigente, mentre a Roma ne opererebbero oltre duecento. Nel comunicato viene evidenziata anche la possibilità di un doppio trasloco, da corso Sempione a Mecenate e successivamente al MiCo Nord, definito come un utilizzo non efficiente delle risorse, considerando i costi di affitto, adeguamento e ristrutturazione di spazi che non sono di proprietà della Rai. Sul progetto della nuova sede al MiCo Nord, le rappresentanze riferiscono di criticità già emerse, tra cui spazi ritenuti insufficienti per gli studi televisivi e radiofonici, aree limitate per le attività accessorie e per i mezzi delle riprese esterne, oltre alla mancanza di condivisione dei progetti con le organizzazioni sindacali. Nel testo viene posta la domanda: “Che senso ha vendere per andare in affitto a 6 milioni all’anno?”.

Sky News prepara l’era delle ricerche “video-first”: l’AI cambierà come troviamo le notizie

David Rhodes

Al Web Summit di Lisbona Sky News ha annunciato un passo strategico che potrebbe ridefinire il modo in cui il pubblico scopre e consulta le notizie online: l’integrazione della ricerca semantica nel proprio archivio video, con l’obiettivo di renderlo pienamente compatibile con un futuro in cui le ricerche saranno mediate dalle intelligenze artificiali e restituiranno risultati direttamente in formato video, anziché in semplici elenchi di link. L’annuncio è arrivato durante un panel organizzato da Press Gazette che ha riunito David Rhodes, presidente esecutivo di Sky News, Rachel Corp, CEO di ITN, e Pedro Vargas David, presidente di Euronews. Al centro del confronto, l’impatto dell’AI sulle redazioni e il cambiamento delle abitudini di fruizione delle notizie. Rhodes ha descritto la strategia “video-first” rientrante nel piano Sky 2030, partendo da un dato significativo: “Negli ultimi sette giorni abbiamo registrato 100 milioni di visualizzazioni su TikTok”. Una cifra che conferma come piattaforme come TikTok e YouTube siano ormai centrali nella distribuzione delle notizie. Secondo Rhodes, il prossimo cambiamento riguarderà la ricerca stessa: “dobbiamo prepararci a un mondo in cui chiedi e ottieni un risultato video”. Per arrivarci, Sky sta collaborando con Prorata e Arc XP per integrare una ricerca semantica avanzata che permetta all’AI di “capire” il contenuto dell’intero archivio, non solo titoli e descrizioni. Pedro Vargas David ha raccontato come l’intelligenza artificiale stia già trasformando in concreto il lavoro dei reporter. Oggi, ha spiegato, è possibile creare servizi completi con “tre iPhone e un treppiede”, mentre la traduzione e l’adattamento dei contenuti nelle 19 lingue dell’emittente sono in buona parte automatizzati: “l’intelligenza artificiale ha liberato molto tempo giornalistico per creare storie vere e proprie, anziché dover tradurre e adattare”. ITN, che produce i notiziari per Channel 4, ITV e Channel 5, sta ottenendo qualche ricavo dal digitale, ma non abbastanza per compensare la perdita dei finanziamenti tradizionali. Corp spiega che la priorità è raggiungere il pubblico ovunque, anche se piattaforme come TikTok non generano entrate significative. ITN sta già usando l’intelligenza artificiale per attività pratiche in produzione, come il controllo ortografico e la ricerca di immagini d’archivio, per rendere il lavoro più efficiente. (In foto, David Rhodes)

Meta dovrà pagare 10 milioni di euro a Gedi per l’uso degli articoli su Facebook nel 2022

GEDI

Meta dovrà versare circa 10 milioni di euro al gruppo editoriale Gedi per l’utilizzo su Facebook, nel corso del 2022, di articoli pubblicati da testate come la Repubblica, La Stampa e il Secolo XIX. Lo ha stabilito il Consiglio dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni nella seduta di giovedì 10 luglio 2025, secondo quanto riferito da ItaliaOggi. Si tratta della seconda decisione presa dall’Agcom in applicazione dell’articolo 43-bis della legge sul diritto d’autore, che disciplina l’equo compenso per l’uso online di contenuti giornalistici da parte delle piattaforme digitali. La prima deliberazione risale al luglio 2024 e aveva coinvolto Microsoft, condannata a pagare 730 mila euro per l’impiego dei contenuti di Gedi sul motore di ricerca Bing nel biennio 2021-2022. L’ammontare stabilito per Meta risulta molto più elevato a causa del traffico significativamente maggiore generato dal social network e dalla conseguente diffusione di articoli delle testate editoriali. Il regolamento n. 3/23/CONS dell’Agcom prevede che l’equo compenso venga calcolato sulla base della differenza tra i ricavi pubblicitari ottenuti dalla piattaforma grazie alla circolazione delle pubblicazioni giornalistiche e i ricavi di ritorno che l’editore realizza tramite il traffico indirizzato verso i propri siti. Nella determinazione dell’importo si considera anche il numero di utenti che hanno visualizzato i contenuti sulle piattaforme, il peso editoriale in termini di audience online, il numero di giornalisti impiegati, nonché i costi tecnologici e infrastrutturali sostenuti sia dall’editore sia dalla piattaforma, oltre alla storicità delle pubblicazioni. Meta ha la possibilità di presentare ricorso al Tar. La decisione dell’Agcom è arrivata in concomitanza con la pubblicazione del parere dell’avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea, relativo proprio al contenzioso tra Meta e l’Autorità italiana. Secondo il documento, sebbene non vincolante, la normativa italiana sull’equo compenso non risulta in contrasto con la Direttiva europea sul diritto d’autore, posizione che, se confermata dalla Corte, rafforzerebbe l’impianto regolatorio nazionale.

Cairo presenta i palinsesti La7: entrano Gratteri e Saviano, Mentana resta al telegiornale

Urbano Cairo LA7

Urbano Cairo ha presentato a Milano i palinsesti autunnali 2024 di La7, nel corso di un incontro con la stampa svoltosi al Four Seasons, luogo che lo stesso editore ha definito “un posto speciale”, ricordando le prime riunioni della sua concessionaria pubblicitaria. A distanza di un anno dall’ultima edizione in una location diversa, Cairo è tornato qui per illustrare le conferme e le novità della rete, affiancato dal direttore di La7 Andrea Salerno e dal responsabile della concessionaria Uberto Fornara. Il prossimo autunno di La7 sarà improntato sulla continuità editoriale, con il ritorno di tutti i programmi principali e la conferma pluriennale di molte delle sue figure di punta. Aldo Cazzullo ha firmato un accordo biennale per “Una giornata particolare”, mentre Diego Bianchi e il team di “Propaganda Live” hanno siglato un’intesa triennale. Più lunghi i rinnovi per Giovanni Floris, Massimo Gramellini, Lilli Gruber e Corrado Formigli, impegnati fino al 2028. Quanto a Enrico Mentana, il cui contratto scadrà nel 2026, Cairo ha dichiarato: “Se vuole prolungare, sono pronto anche domani. Lo stimo enormemente”. L’editore ha ricordato che Mentana, durante un incontro con la redazione per i 15 anni del Tg La7, ha confermato di non aver mai annunciato un addio. “Quelli apparsi sui suoi profili social erano dei post nei quali si è espresso secondo il suo modo di comunicare con tanta gente che lo stima e che lo apprezza. Ma -ribadisce- è assolutamente felice di stare a La7”. Tra le novità dell’autunno, spiccano le quattro puntate di “Lezioni di mafie” con il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, in versione docente davanti a una platea di studenti, e le sei puntate de “La giusta distanza” di Roberto Saviano, girate per la prima volta all’esterno degli studi televisivi. In programmazione anche uno speciale sulla P2 realizzato da Fabrizio Gifuni e Gherardo Colombo, e un approfondimento di Ezio Mauro su Papa Francesco e Vladimir Putin. Sul fronte culturale, Corrado Augias e gli interventi di Alessandro Barbero – che, secondo Salerno, “di base non vuole fare tv” – saranno integrati nella programmazione pomeridiana con “Babele doc”, mentre la serie “Grantchester” prenderà il posto del programma di Flavio Insinna, “Famiglie d’Italia”. Importanti anche i dati legati alla pubblicità, in crescita del +5% nel primo semestre rispetto allo stesso periodo del 2023. Cairo ha riferito un aumento del +9% di ascolti in prima serata e del +14% sull’intera giornata. Fornara ha sottolineato la leadership di La7 nei target laureati e famiglie alto spendenti, e Cairo ha citato i dati Ipsos sul valore strategico del pubblico 65-74 anni. In merito alle tensioni sindacali legate al contratto dei giornalisti, l’editore ha dichiarato: “Ho grande rispetto e stima per i giornalisti di La7 […]. Quando ho comprato la rete, c’erano 100 giornalisti e l’azienda era in rosso […]. Oggi sono 125, con 9 assunti negli ultimi due anni”. Ha aggiunto: “Non voglio entrare nelle dinamiche sindacali, ma qui, oltre alla garanzia del posto, c’è anche quella della libertà”. Cairo ha infine respinto l’etichetta di rete schierata all’opposizione, definendola “libera e indipendente”, aperta a tutti gli schieramenti politici. Ha sottolineato la qualità professionale dei giornalisti e l’invito costante anche a rappresentanti dell’area governativa, che però – ha osservato – partecipano meno spesso. La7, ha ribadito, non ha un punto di vista, ma offre spazio a opinioni e idee differenti.

NewsGuard lancia l’indice Reality Gap per misurare la disinformazione: 49% ingannati dalle bufale

Reality Gap Index

NewsGuard ha annunciato il lancio del Reality Gap Index, un nuovo sistema di misurazione mensile che rileva la propensione dei cittadini statunitensi a credere ad affermazioni false che circolano online. Il dato inaugurale, relativo al mese di giugno, segnala che il 49% del campione ha creduto ad almeno una delle principali bufale del mese. L’indice è elaborato in collaborazione con YouGov, attraverso un sondaggio condotto su un campione rappresentativo di 1.000 cittadini statunitensi. Il Reality Gap Index intende fornire una valutazione continuativa dell’impatto delle disinformazioni virali, attingendo al database False Claims Fingerprints di NewsGuard, un archivio costantemente aggiornato di affermazioni dimostrabilmente false. Ogni mese vengono selezionate tre tra le bufale più diffuse, rischiose e virali; il sondaggio misura quante persone le ritengano vere, false o non si esprimano. Nel mese di giugno, sono state analizzate tre affermazioni: che pallet di mattoni siano stati posizionati a Los Angeles durante proteste come presunta arma per i manifestanti; che i senatori Lindsey Graham e Richard Blumenthal abbiano speso oltre 800.000 dollari di fondi pubblici in hotel durante un viaggio in Ucraina; e che in Sudafrica sia in corso un “genocidio dei bianchi” ai danni dei cittadini sudafricani di origine europea. I risultati del sondaggio hanno evidenziato che solo il 7% del campione ha identificato correttamente tutte e tre le affermazioni come false, mentre il 74% ha espresso incertezza su almeno una delle tre. La percentuale complessiva di coloro che hanno creduto ad almeno una delle bufale si attesta al 49%. “Ogni giorno il nostro team identifica e smentisce affermazioni false potenzialmente dannose che attori malintenzionati – da Mosca a Pechino, fino a coloro che diffondono bufale sulla salute – fanno circolare online”, ha dichiarato Steven Brill, co-CEO di NewsGuard. “Ciò che non era ancora stato misurato è il risultato finale di questo fenomeno: sono stati in grado i diffusori di queste affermazioni false di convincere i cittadini a crederci? Questo è l’obiettivo del Reality Gap Index”. L’indice sarà aggiornato mensilmente nella newsletter Reality Check e fornirà anche una panoramica storica dei dati raccolti. Il monitoraggio intende contribuire a comprendere l’efficacia delle strategie di fact-checking, dei filtri adottati dalle piattaforme digitali e delle barriere implementate nei sistemi di intelligenza artificiale per arginare la disinformazione. Verranno analizzati anche i contenuti generati da AI, audio, immagini e video falsi, per verificare l’effetto cumulativo delle nuove tecnologie nella manipolazione dell’opinione pubblica. A tutela degli intervistati, al termine del sondaggio sono state fornite le informazioni corrette, al fine di non amplificare involontariamente la diffusione delle affermazioni false oggetto del test.

Matt Taylor lancia Project Push: 61 app analizzate, 160.000 notifiche in un anno

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Nel marzo 2024, Matt Taylor, product manager del Financial Times, ha dato vita a un esperimento digitale chiamato Project Push, per raccogliere e archiviare le notifiche inviate dalle app di notizie, spesso i primi segnali di eventi importanti ma destinate a scomparire nel flusso effimero dell’informazione digitale. L’iniziativa è nata dalla percezione di ricevere un numero eccessivo di notifiche dall’app della BBC News, tra le più popolari nel Regno Unito, dove Taylor vive. Invece di disattivarle, ha deciso di installare 61 app di informazione su un vecchio Google Pixel, iscrivendosi alle notifiche push di ciascuna. Le notifiche ricevute vengono caricate da uno script personalizzato su un server e pubblicate in tempo reale su una pagina della piattaforma Bluesky. Project Push ha archiviato finora circa 160.000 notifiche, di cui ben 17.000 provenienti da CNN Indonesia, evidenziando una forte variazione geografica nei volumi inviati. Le testate asiatiche e mediorientali, come Sky News Arabia, risultano molto più attive rispetto a quelle europee e americane. Taylor ha registrato, ad esempio, che Sky News Arabia ha trasmesso l’intero discorso d’insediamento di Donald Trump tramite notifiche push, con una frequenza di quasi una al minuto. Secondo Taylor, “una delle persone più importanti in redazione è quella che decide di premere un pulsante che invia una notifica immediata ai telefoni di milioni di persone”. Le notifiche non si limitano alle breaking news, ma comprendono anche aggiornamenti culturali, modifiche a infrastrutture locali e tentativi espliciti di aumentare l’engagement. La ricerca ha inoltre mostrato che alcune edizioni locali di testate internazionali, come la versione cinese del New York Times, utilizzano notifiche più dettagliate, grazie all’elevata densità informativa dei caratteri cinesi. Project Push è soggetto a diverse limitazioni tecniche. Una delle principali è legata alla natura delle notifiche push stesse: le app con molti utenti, come la BBC, devono creare code per l’invio, generando discrepanze temporali tra un utente e l’altro. Inoltre, essendo basato su un solo telefono, il progetto può occasionalmente perdere notifiche durante aggiornamenti o disconnessioni. Sul fronte linguistico, i testi non in inglese vengono tradotti automaticamente da un’intelligenza artificiale, con occasionali errori: una notifica su un “attacco aereo” è stata ad esempio tradotta erroneamente come “stronzate”. Taylor ha inoltre spiegato che una delle principali lacune del progetto è l’esclusione di Apple News, app disponibile solo su dispositivi iOS. Le limitazioni degli strumenti per sviluppatori Apple impediscono la registrazione delle notifiche, lasciando fuori uno dei principali editori digitali nel Regno Unito. Nonostante ciò, Taylor ha registrato tendenze emergenti tra gli editori, come l’inserimento di link “guarda in diretta” e l’enfasi sui nomi dei giornalisti, suggerendo un interesse crescente nel personalizzare e potenziare la fruizione in tempo reale. Tra gli obiettivi futuri, Taylor sta considerando la creazione di strumenti analitici per aiutare gli editori a comprendere e ottimizzare l’efficacia delle loro notifiche push. Al momento, il sito di Project Push include un modulo per suggerimenti da parte del pubblico. L’iniziativa, partita come esplorazione personale, ha offerto una panoramica inedita sulle strategie editoriali globali legate alla distribuzione immediata delle notizie. Riguardo al motivo iniziale dell’indagine, Taylor ha dichiarato: “La mia opinione sulla BBC è in realtà molto più positiva. Non inviano quasi tutte le notifiche degli altri, e le loro sono generalmente molto più degne di nota”.