L’FBI perquisisce una reporter del Washington Post: cercava prove su un’altra persona

Hannah Natanson

Mercoledì mattina gli agenti dell’FBI hanno perquisito l’abitazione in Virginia di Hannah Natanson, giornalista del Washington Post, e hanno sequestrato un telefono e uno smartwatch, chiarendo alla reporter che non è indagata e non è accusata di alcun reato. La giornalista era in casa al momento dell’intervento. Gli agenti federali hanno controllato i suoi dispositivi elettronici nell’ambito di un’indagine che, secondo quanto riferito dalle autorità, riguarda la possibile gestione non autorizzata di segreti governativi. Il mandato di perquisizione indica che l’inchiesta è rivolta a Aurelio Perez-Lugones, amministratore di sistema del Maryland in possesso di un’autorizzazione di sicurezza top secret, accusato di aver portato a casa documenti di intelligence classificata. I materiali sarebbero stati trovati nascosti nella sua borsa del pranzo e nella cantina della sua abitazione. Gli investigatori, riferisce il Washington Post, hanno spiegato che Natanson non è coinvolta come indagata. Hannah Natanson è tra le firme più impegnate nel raccontare gli effetti delle politiche di taglio del personale federale avviate dal presidente Donald Trump all’inizio del suo secondo mandato, segnato dalla riorganizzazione delle missioni delle agenzie federali. In un recente articolo scritto in prima persona, la reporter ha raccontato di essere stata contattata da oltre mille dipendenti pubblici, che le segnalavano licenziamenti, pressioni e cambiamenti interni all’amministrazione. Negli Stati Uniti non è insolito che l’FBI conduca indagini sulle fughe di notizie pubblicate dai media, ma la perquisizione dell’abitazione di un giornalista è considerata un evento raro. Più spesso, queste indagini si basano sull’analisi di tabulati telefonici o dati email. Il Washington Post ha definito l’operazione “altamente insolita e aggressiva”, mentre diverse organizzazioni per la libertà di stampa l’hanno descritta come una “tremenda intrusione”. Sulla vicenda è intervenuto Jameel Jaffer, direttore del Knight First Amendment Institute, che ha parlato di un episodio “estremamente preoccupante”, spiegando che “esistono importanti limiti all’autorità del governo di effettuare perquisizioni che implicano attività legate al Primo Emendamento”, perché possono avere effetti sulla normale attività giornalistica. Il caso si inserisce in un contesto politico più ampio. Nel 2025 l’amministrazione Trump ha eliminato una politica introdotta durante la presidenza Biden che limitava fortemente la possibilità per il Dipartimento di Giustizia di ottenere dati dei reporter nelle indagini sulle fughe di notizie. La procuratrice generale Pam Bondi ha spiegato su X che la nuova linea è motivata dalla necessità di tutelare informazioni sensibili e perseguire le divulgazioni non autorizzate. Sulla perquisizione è intervenuto anche l’ex direttore del Washington Post Marty Baron, che l’ha definita “un segno chiaro e inquietante” del rapporto sempre più teso tra l’amministrazione e la stampa indipendente. (In foto, Hannah Natanson)

Arriva ItalyPost, il giornale per raccontare l’Italia che produce

ItalyPost

Il 14 gennaio 2026 debutta ItalyPost, nuovo quotidiano nazionale dedicato all’economia reale, alle imprese e ai territori, disponibile online, in PDF sfogliabile e in edicola nei principali centri industriali del Centro-Nord, con l’obiettivo di raggiungere imprenditori, manager e professionisti interessati a capire cosa succede nell’economia che produce lavoro e sviluppo. Il progetto nasce dalla società ItalyPost Group e si fonda su numeri economici già definiti: 2.000 abbonamenti iniziali a 300 euro ciascuno, una raccolta pubblicitaria stimata in 1 milione di euro con circa 50 inserzionisti, una tiratura di 11.800 copie distribuite “da Roma in su” e un break even fissato a 1.000 copie vendute in edicola a livello nazionale. Gli obiettivi complessivi prevedono 4.000 abbonamenti paganti e una diffusione quotidiana di 2.000 copie. Alla guida del quotidiano c’è Filiberto Zovico, fondatore e amministratore unico di Post Editori. Vicentino, classe 1961, Zovico ha un percorso che attraversa editoria, pubblicità e organizzazione di eventi culturali ed economici. Ha lavorato per Manzoni e per Il Sole 24 Ore negli anni della direzione di Ferruccio De Bortoli, è stato direttore marketing ed editor della casa editrice Marsilio e ha collaborato con il supplemento Economia del Corriere della Sera. La sua formazione culturale è legata anche all’esperienza con Massimo Cacciari, negli anni in cui si sviluppa il dibattito sul modello economico del Nordest insieme al giornalista Giorgio Lago. ItalyPost esce in tre formati: sito web, edizione digitale per gli abbonati disponibile la sera prima e versione cartacea di 32 pagine. L’obiettivo dichiarato è offrire una lettura dei fatti economici “indipendente e orientata a comprendere il futuro”, con attenzione alla competitività delle imprese e alla coesione sociale. Il pubblico di riferimento comprende imprenditori, manager, professionisti, accademici e giovani leader. La redazione è composta da 30 giovani giornalisti, affiancati da 20 collaboratori esperti e 20 editorialisti. Tra i nomi coinvolti figurano Stefano Feltri, Marino Sinibaldi, Marco Bentivogli, Guido Barbujani, la scrittrice Maria Pia Veladiano e il giornalista Andrea Vianello. La caporedattrice centrale è Giovanna Guzzetti, già al Sole 24 Ore e in seguito responsabile comunicazione di Fastweb. Il quotidiano racconterà ogni giorno l’attualità economica e produttiva, con analisi di apertura, approfondimenti su imprese, filiere industriali, finanza, politica ed esteri, oltre a interviste e inchieste dedicate alle cosiddette imprese Champion. L’idea è dare spazio ai fatti che hanno un impatto diretto sulla vita delle aziende e dei territori. Nel fine settimana il giornale sarà affiancato da due inserti. Il sabato uscirà L’indice della settimana, evoluzione dell’esperienza culturale de L’Indice dei Libri del Mese, fondato nel 1984 e di cui ItalyPost ha acquisito la maggioranza dal 2025, mantenendo la redazione a Torino. La domenica sarà invece dedicata a Monitor, supplemento focalizzato sui grandi trend economici e sociali di medio periodo. ItalyPost nasce dall’esperienza maturata negli anni con festival e iniziative come Città Impresa, Galileo Festival dell’Innovazione, Trieste Next, Green Week, Open Factory e We Food. ItalyPost Group, che edita il quotidiano, ha registrato nel 2025 un fatturato superiore a 5 milioni di euro con un Ebitda del 10%, confermando una crescita costante negli ultimi quattro anni.

The Observer in crescita dopo l’addio al Guardian, e rafforza l’offerta premium carta e web

The Observer sito web

The Observer, storico quotidiano domenicale britannico, affronta il suo primo anno completo sotto la proprietà di Tortoise Media partendo da una fase di crescita, dopo il passaggio ufficiale da Guardian News and Media avvenuto ad aprile. A dirlo è il co-CEO Richard Furness, che ha spiegato come il giornale si trovi oggi in una situazione operativa stabile, con basi già costruite sul piano editoriale, digitale e commerciale. Nel mese di aprile l’Observer ha lanciato il suo primo sito web autonomo, inizialmente pensato come soluzione temporanea. A novembre la piattaforma è stata rilanciata con registrazione obbligatoria, paywall e app dedicata, segnando il passaggio definitivo a un modello digitale indipendente. In precedenza, i contenuti del giornale erano pubblicati sul sito del The Guardian, che continua a detenere l’archivio storico dell’Observer, concedendo però a Tortoise l’uso limitato di alcuni articoli. Secondo Furness, i primi dati su abbonamenti e registrazioni sono stati “davvero incoraggianti”, con una risposta positiva soprattutto per le formule cartaceo + digitale. L’abbonamento digitale costa 16 sterline al mese o 144 all’anno, mentre il pacchetto combinato parte da 18 sterline mensili. Per confronto, una donazione mensile al Guardian con accesso all’app costa 12 sterline. Alla domanda su come l’Observer chiuderà il 2025, Furness ha dichiarato: “Direi che siamo perfettamente in linea con i piani”. Il risultato arriva nonostante diverse incognite iniziali, come i tempi dell’acquisizione e la riorganizzazione interna. Nessun giornalista delle sezioni sport, esteri o economia ha seguito il trasferimento e almeno un terzo dei circa 70 redattori ha scelto il licenziamento o il passaggio al Guardian, rendendo necessario creare nuove squadre, incluso un team commerciale dedicato. “Direi che abbiamo slancio”, ha detto Furness. “L’Observer sta crescendo”. Ha aggiunto che il pubblico è in aumento, la quota di mercato cresce e aumentano anche i lettori digitali e gli abbonati, mentre le vendite della versione cartacea restano stabili. “Quindi penso che stiamo concludendo l’anno sapendo di essere solo all’inizio”, ha spiegato, guardando al primo anno completo di piena proprietà nel 2026. Il momento di maggiore visibilità per l’Observer nel periodo post-acquisizione è arrivato a luglio, con l’inchiesta Salt Path, dedicata alle accuse di contenuti inventati o fuorvianti in un libro di viaggio. In quel mese, l’audience mensile nel Regno Unito è passata da 1,6 a 2,6 milioni di persone e i minuti di lettura sono più che raddoppiati, secondo i dati Ipsos iris. Furness ha sottolineato che il lancio del paywall non ha ridotto il traffico: “Non è stato assolutamente così”. Salt Path è stata definita da Furness “la prima vera storia” capace di unire carta, digitale, audio e video. “Vederlo pianificato e vedere la storia decollare in quel modo, è stato incredibile”, ha affermato, spiegando che questo tipo di giornalismo investigativo richiede tempo, continuità e attenzione, lontano dal ciclo di notizie in tempo reale. La strategia editoriale del sito e dell’app segue la filosofia dell’edizione cartacea, cioè “dare un senso al mondo”. “Non è un sito web progettato per darti notizie”, ha detto Furness, spiegando che l’obiettivo è offrire ogni giorno poche storie originali, pensate per essere lette solo sull’Observer. Tra gli esempi citati figurano interviste politiche, reportage internazionali e lunghi articoli di approfondimento, ai quali viene dato spazio anche nel design digitale. Dal punto di vista editoriale, il giornale è guidato dal caporedattore James Harding, con Basia Cummings e Giles Whittell come vice. Furness ha ricordato che essere un quotidiano domenicale rappresenta un vantaggio nel mercato della carta, sempre più concentrato sul fine settimana. Sul fronte della stampa, l’Observer utilizza ora carta di qualità superiore, più pagine nelle sezioni culturali e un prezzo aumentato a 4,50 sterline. Le vendite in edicola, pur in calo, mostrano una flessione a una sola cifra su base annua. Secondo Furness, la quota di mercato continua a crescere e i ricavi per edizione sono aumentati, anche grazie a nuovi formati pubblicitari e all’arrivo di inserzionisti del settore lusso. Il giornale ha inoltre investito nel video e nell’audio, assumendo un responsabile dedicato per sviluppare nuovi formati e raggiungere un pubblico più giovane. Il periodo pre-natalizio è stato utilizzato come test per valutare l’efficacia del marketing, con campagne sul Guardian, newsletter, podcast e social media, oltre a iniziative di ascolto diretto dei lettori. Secondo Furness, il dialogo con il pubblico è stato centrale: i lettori sono stati informati dei cambiamenti e invitati a esprimere dubbi e aspettative, contribuendo a costruire un rapporto continuo con il giornale.

Pittsburgh Post-Gazette chiude il 3 maggio, dopo 240 anni e perdite per oltre 350 milioni

Pittsburgh Post-Gazette

La pubblicazione del Pittsburgh Post-Gazette terminerà il 3 maggio 2026, ponendo fine a una storia editoriale iniziata nel 1786 e durata quasi due secoli e mezzo. La chiusura riguarda Pittsburgh e la sua area metropolitana e nasce da una combinazione di perdite economiche, decisioni giudiziarie e una lunga vertenza sindacale, come comunicato dalla società proprietaria Block Communications Inc. La holding mediatica, che controlla il quotidiano dal 1923, ha spiegato che negli ultimi vent’anni la gestione del giornale ha generato oltre 350 milioni di dollari di perdite. “Negli ultimi 20 anni, Block Communications ha perso più di 350 milioni con la Post-Gazette. La realtà con cui è alle prese il giornalismo locale non rende sostenibile continuare con perdite di tale entità”, ha dichiarato l’azienda, collegando la decisione alle difficoltà strutturali del giornalismo locale negli Stati Uniti. Il Pittsburgh Post-Gazette è considerato uno dei quotidiani più antichi del Paese. Le sue origini risalgono al 29 luglio 1786, quando John Scull e Joseph Hall pubblicarono il Pittsburgh Gazette, primo giornale stampato a ovest dei Monti Allegheny. Nel tempo la testata ha cambiato nome e proprietà, documentando eventi locali e nazionali e pubblicando anche la Costituzione degli Stati Uniti nel 1787. Nel 1927, con l’acquisizione da parte di Paul Block, assunse l’attuale denominazione, diventando il principale quotidiano dell’area di Pittsburgh. L’annuncio della chiusura è arrivato poche ore dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto la richiesta di sospendere l’esecuzione di una sentenza di grado inferiore, ritenuta onerosa dall’azienda. La decisione giudiziaria si inserisce in una battaglia legale durata anni tra l’editore e i sindacati dei dipendenti, legata ai contratti di lavoro e alla copertura sanitaria. A novembre, la Corte d’Appello del Terzo Circuito aveva ordinato al quotidiano di ripristinare le condizioni di un contratto scaduto nel 2017, inclusa una copertura assicurativa sanitaria comparabile. Un ricorso aveva temporaneamente sospeso l’applicazione della sentenza, ma il procedimento si è concluso con la decisione di mercoledì. In un video rivolto ai dipendenti, la presidente e direttrice operativa Jodi Miehls ha affermato: “Dal 2007, il Post-Gazette ha operato in perdita significativa, sostenuto da centinaia di milioni di dollari di investimenti continui della famiglia Block per mantenerlo aperto. Nonostante questi sforzi, la realtà che il giornalismo locale sta affrontando ci ha portato a questo triste momento”. Fondata nel 1900 e con sede a Toledo, Ohio, Block Communications Inc. ha espresso rammarico per l’impatto della decisione su Pittsburgh e sulla regione circostante, dichiarandosi “orgogliosa del servizio che il Post-Gazette ha fornito a Pittsburgh per quasi un secolo”. L’azienda ha precisato che la chiusura non avrà effetti sulla pubblicazione del Toledo Blade, quotidiano gemello in Ohio. La cessazione delle attività coinvolgerà circa 180 dipendenti. L’azienda ha comunicato che verranno negoziati pacchetti di buonuscita per i lavoratori rappresentati dai sindacati e offerte indennità ai dipendenti non sindacalizzati che resteranno fino alla data di chiusura. Negli ultimi anni, azienda e rappresentanze dei lavoratori non sono riuscite a raggiungere nuovi accordi contrattuali. Il cambio del piano di assicurazione sanitaria nel 2020 aveva portato a uno sciopero nel 2022, mentre una successiva decisione giudiziaria ha stabilito che le parti non erano realmente giunte a un punto morto nelle trattative. Accordi sono stati poi raggiunti con quattro dei cinque sindacati coinvolti. La chiusura del Pittsburgh Post-Gazette arriva a breve distanza dall’annuncio della fine del Pittsburgh City Paper, altra testata del gruppo, e si inserisce in una tendenza più ampia che interessa l’industria dei quotidiani statunitensi. Il settore è segnato da un calo degli introiti pubblicitari, dal cambiamento delle abitudini dei lettori e dalla riduzione delle risorse dedicate all’informazione locale, con un numero crescente di testate costrette a interrompere le pubblicazioni.

Guardando al 2050 (e oltre): il giornalismo del futuro

Giornalismo nel 2050

Nel 2025, negli Stati Uniti, la Columbia Journalism Review e il Tow Center for Digital Journalism hanno pubblicato un progetto speciale dedicato a come potrebbe evolversi il giornalismo nel 2050, a venticinque anni di distanza, in un momento storico in cui le notizie cambiano forma, canale e pubblico. Il lavoro, sostenuto dalla Patrick J. McGovern Foundation, raccoglie interviste a dirigenti di redazione, giornalisti indipendenti, reporter internazionali ed esperti dei media, con l’obiettivo di descrivere scenari futuri basati su tendenze già osservabili oggi. La ricerca parte da una constatazione: il pubblico, soprattutto quello più giovane, utilizza sempre meno giornali cartacei e televisione e sempre più piattaforme digitali, podcast, newsletter e sistemi di intelligenza artificiale. Secondo il progetto, ciò che potrebbe rimanere centrale è il tocco personale del giornalista: la capacità di dare priorità alle notizie, scegliere l’angolazione più adatta e spiegare i fatti in modo comprensibile. Da qui nasce una serie di ipotesi su come potrebbero essere prodotte e consumate le notizie nel 2050. Le notizie potrebbero arrivare direttamente alla persona, senza passare da uno schermo tradizionale. Tra gli scenari considerati c’è l’uso di tecnologie integrate nel corpo, come chip o impianti neurali, capaci di trasmettere informazioni in tempo reale. In questo caso, l’accesso alle news diventerebbe continuo e immediato, modificando il concetto stesso di consultazione delle notizie. L’informazione potrebbe essere mediata da dispositivi visivi personali, come occhiali o strumenti simili. Le notizie sarebbero personalizzate in base agli interessi e alle preoccupazioni di ciascun individuo e potrebbero essere presentate da interfacce con caratteristiche umane, in grado di rispondere alle domande e spiegare i fatti con linguaggio semplificato. Gli schermi potrebbero diventare parte dell’ambiente, non solo oggetti fisici ma anche superfici virtuali. Secondo le ipotesi raccolte, alcune informazioni potrebbero apparire nello spazio, senza essere collegate a dispositivi visibili, rendendo le notizie sempre presenti nella vita quotidiana. I grandi marchi giornalistici internazionali potrebbero continuare a esistere grazie alla loro riconoscibilità e autorevolezza. Testate come New York Times, Washington Post e Financial Times vengono indicate come realtà capaci di adattarsi, soprattutto attraverso formati digitali e multimediali, mentre le edizioni cartacee potrebbero ridursi drasticamente. I network televisivi tradizionali potrebbero invece perdere centralità. In un ecosistema dominato da contenuti on demand e piattaforme digitali, alcune reti commerciali potrebbero non sopravvivere nella forma attuale, mentre sistemi pubblici come la BBC potrebbero mantenere un ruolo informativo rilevante. Le piattaforme social non sono considerate stabili nel lungo periodo. Anche reti oggi centrali, come X (già Twitter), vengono descritte come potenzialmente destinate a scomparire o a restare attive solo grazie al sostegno economico dei loro proprietari, mentre nuove piattaforme potrebbero emergere. Il rapporto tra giornalisti e pubblico potrebbe diventare diretto e personale. Nel 2050, secondo il progetto, la fiducia potrebbe contare più del marchio editoriale. In questo contesto crescerebbero newsletter individuali, canali personali e pubblicazioni iperspecializzate, seguite per la credibilità del singolo autore. Il giornalismo prodotto da esseri umani continuerebbe a esistere, nonostante l’uso crescente dell’intelligenza artificiale. Le interviste raccolte indicano che una parte del pubblico manifesta già oggi saturazione verso testi generati automaticamente, percepiti come ripetitivi o poco distintivi. Il giornalismo investigativo viene indicato come una funzione destinata a sopravvivere. Le inchieste, basate su verifica delle fonti, tempo e competenze, resterebbero difficili da automatizzare e continuerebbero a svolgere un ruolo centrale nel controllo del potere. I media locali potrebbero conoscere una nuova valorizzazione. Testate gestite da lavoratori, organizzazioni no profit o enti locali vengono considerate potenzialmente più vicine alle comunità e capaci di rispondere a bisogni informativi concreti. (Foto di copertina creata con AI)

GEDI cede La Sentinella del Canavese a Ledi s.r.l.

Ledi La Sentinella

Il gruppo GEDI Gruppo Editoriale ha avviato la cessione di parte del proprio asset editoriale cedendo la testata La Sentinella del Canavese, storico periodico di Ivrea, alla società Ledi s.r.l., con un accordo preliminare firmato il 23 dicembre. L’operazione riguarda il giornale cartaceo, le attività digitali e il patrimonio immobiliare collegato alla testata, ed è stata comunicata mentre resta ancora da definire il futuro di La Repubblica e La Stampa. La Sentinella del Canavese è un quotidiano locale diffuso nell’area del Canavese e nella bassa Valle d’Aosta. Con questa operazione, la testata passa sotto il controllo di Ledi s.r.l., società con sede a Bari, interamente detenuta dalla Fondazione Carella Donata, riconducibile al gruppo Ladisa, attivo a livello nazionale nel settore della ristorazione collettiva, delle mense aziendali, ospedaliere e scolastiche. Il gruppo è presente anche nel mondo del calcio ed è attivo da alcuni anni anche nel settore editoriale, prima con la gestione temporanea della Gazzetta del Mezzogiorno e successivamente con la pubblicazione del quotidiano L’Edicola, diffuso in Puglia e Basilicata. In un comunicato congiunto firmato da Ledi s.r.l. e dalla Fondazione Carella Donata, la società acquirente ha annunciato “con soddisfazione l’accordo preliminare per l’acquisizione de La Sentinella del Canavese, inclusi asset digitali e patrimonio immobiliare”. Nella stessa nota vengono fornite indicazioni sul futuro occupazionale: “Tuteleremo integralmente i livelli occupazionali, preservando professionalità e competenze”. Il comunicato aggiunge che “l’operazione rafforza la nostra crescita editoriale, unendo l’Edicola alla tradizione de La Sentinella”, e che il gruppo investirà in “informazione di qualità, pluralismo e digitale”. La nota si chiude con il ringraziamento a GEDI e con l’indicazione che il perfezionamento dell’operazione è atteso entro gennaio 2026. La cessione resta infatti subordinata allo svolgimento delle procedure sindacali previste e alla successiva stipula dell’atto notarile definitivo. Il preliminare del 23 dicembre conclude una trattativa avviata da settimane, che era emersa anche nel corso di recenti riunioni della Federazione nazionale della stampa, durante le quali si era discusso del futuro delle principali testate GEDI e delle ipotesi di cessione di La Repubblica e La Stampa, tema che aveva portato allo sciopero dei giornalisti dei due quotidiani lo scorso 12 dicembre.

Il Resto del Carlino festeggia 140 anni con una mostra a Bologna

Il Resto del Carlino mostra 140 anni

Che c’è di nuovo? È da questa domanda che nasce il Resto del Carlino, il 20 marzo 1885 a Bologna, ed è da questa stessa domanda che prende forma la mostra “140 Il Resto del Carlino – Occhi sulla storia”, aperta gratuitamente al pubblico dal 19 dicembre al 14 gennaio nella Sala Convegni della Banca di Bologna, a Palazzo de’ Toschi, in piazza Minghetti. L’esposizione celebra i 140 anni del quotidiano raccontando, attraverso immagini e notizie, la storia del giornale e quella del Paese. La mostra è stata presentata con una preview nel cuore della città ed è curata dal vicedirettore Valerio Baroncini e dal giornalista Claudio Cumani, con progetto grafico ed espositivo di Paper Paper. Il percorso accompagna i visitatori in un viaggio nel tempo fatto di 46 pannelli, dove fotografie, testi e prime pagine storiche raccontano eventi che hanno segnato generazioni. Fatti che, senza il lavoro di cronisti e fotografi, sarebbero arrivati fino a oggi in modo diverso. “Servono ancora i giornali? È la domanda che ci facciamo oggi – dice la direttrice di QN Quotidiano Nazionale, il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno e Luce!, Agnese Pini –. Se servono o meno i giornali è un problema di tutti noi. Centoquarant’anni di storia significa 50mila prime pagine. Il nostro lavoro è essere testimoni della storia, oggi importante più che mai”. Pini richiama anche il valore della memoria storica: “La storia sembra non insegnare niente, ma ci fa capire cosa è in grado di fare l’essere umano: guerre mondiali, stragi, ma anche cose meravigliose. La grandezza e la bassezza. Ecco a cosa servono i giornali, a mantenere un racconto in equilibrio in cui tutti noi possiamo riconoscerci per essere cittadini consapevoli”. Nel corso della presentazione, la direttrice ha ricordato il lavoro di giornalisti e dipendenti e la famiglia di editori Riffeser Monti, presenti con Andrea Riffeser Monti, amministratore delegato e presidente di Monrif e presidente Fieg, Sara Riffeser Monti, presidente Speed, Matteo Riffeser Monti, vicepresidente Monrif, e Bruno Riffeser Monti, vicepresidente Speed. “Li ringrazio per l’impegno che da ormai 60 anni, dal 1966, mettono nel contribuire al mantenimento della stampa libera”, ha detto Pini. La mostra racconta 140 anni di fatti, dalle tragedie alle grandi speranze. “Come si raccontano 140 anni? – riflette Claudio Cumani –. Con i fatti, quelli sanguinosi, ma anche le grandi utopie. Attraverso personaggi come Luciano Pavarotti e Marco Pantani. Come dice Orson Welles, la memoria è un diario che ognuno di noi si porta dentro”. Cumani sottolinea anche “la responsabilità del giornalista davanti alla notizia, che in certi casi diventa una devozione” e “la forza delle fotografie”. Il progetto espositivo è pensato come un’esperienza immersiva. Il cuore simbolico della mostra è la rotativa, rappresentata da tre tunnel centrali che raccontano i tre secoli attraversati dal Carlino, da percorrere come una capsula del tempo. Attorno, i pannelli richiamano la bobina di carta e mostrano immagini e titoli di giorni unici. Alcuni eventi dialogano tra loro: il ballo di Lady Diana con John Travolta è accostato a Ayrton Senna, simboli dei grandi sorrisi spezzati degli anni Novanta; l’11 settembre dialoga con la caduta del Muro di Berlino; la Liberazione del 1945 è accostata ai volti dei bambini di Gaza; la tragedia del Vajont alle alluvioni più recenti. Il percorso si chiude con immagini dell’attualità, dalla politica internazionale alla Coppa Italia. “La mostra celebra il passaggio dal passato al presente e al futuro – commenta Valerio Baroncini –. Fotografia e scrittura cristallizzano il tempo e danno forza alla memoria e agli archivi, che ci aiutano nei momenti difficili. Abbiamo voluto rileggere la storia con gli occhi di chi l’ha fatta, con l’urgenza della cronaca”. Il percorso si apre con Giosuè Carducci, tra i più importanti collaboratori del Carlino, e ricorda anche Giovanni Pascoli, che scrisse per il quotidiano, dove uscì un frammento della poesia Vertigine. Una vertigine che richiama anche la velocità della rotativa, capace di correre a 45 chilometri all’ora e produrre ogni anno oltre 210mila chilometri di carta. La mostra “Occhi sulla storia” è pensata anche come un progetto in movimento: dopo Bologna, partirà per altri territori e rappresenta un prologo alle iniziative del 2026, a dieci anni dalla scomparsa di Umberto Eco, che considerava gli archivi “una rete multimediale, simile a un giornale”. Padrona di casa è la Banca di Bologna. “Con il Carlino abbiamo un rapporto che dura da tempo – spiega il presidente Enzo Mengoli –. Ci unisce l’attenzione per il territorio. Ospitare questa mostra in un luogo che per decenni è stato identificato come il palazzo delle Poste richiama proprio il tema della connessione”. (Credits foto: ilrestodelcarlino.it)

Gedi in trattativa esclusiva con il gruppo greco Antenna

John-Elkann-e-Theodore-Kyriakou

Oggi, alle 17:37 un portavoce di Gedi ha confermato all’Ansa che proseguono le trattative con il gruppo greco Antenna per la possibile vendita degli asset editoriali del gruppo. La notizia è stata diffusa dopo mesi di silenzio ufficiale e ha chiarito che le discussioni alternative con altri soggetti “non hanno alcun fondamento”. L’operazione coinvolge gli editori italiani e un soggetto straniero guidato da Theo Kyriakou, attivo soprattutto nel settore radiofonico e interessato a rilevare giornali, radio e attività digitali. Secondo quanto comunicato, la trattativa era iniziata durante l’estate e riguarda l’intero perimetro delle attività di Gedi, comprese la Repubblica, La Stampa, Huffington Post, le emittenti radiofoniche e le piattaforme digitali, considerate le parti più interessanti per il gruppo greco. Nei giorni scorsi erano circolate ipotesi su offerte provenienti da altri soggetti, inclusa Lmdv, la holding di Leonardo Maria Del Vecchio, ma queste ipotesi sono state smentite dal portavoce. La conferma ha avuto un impatto immediato all’interno delle redazioni. I giornalisti di Repubblica hanno convocato per oggi un’assemblea, spiegando di non aver ricevuto alcuna comunicazione diretta dal presidente John Elkann sulla trattativa. In una nota diffusa a nome del comitato di redazione si legge: “Non resteremo in silenzio a guardare l’orribile spettacolo”, sottolineando il sconcerto per il fatto che la conferma sia arrivata solo tramite agenzie, dopo mesi in cui l’azienda “ha sempre negato l’esistenza stessa della trattativa”. I lavoratori di tutto il gruppo osservano con attenzione gli sviluppi, perché il processo di vendita tocca anche le radio gestite da Gedi. Tra queste ci sono Radio Deejay, Radio Capital, m2o e OnePodcast, dirette editorialmente da Linus (Pasquale Di Molfetta), che dal maggio 2025 sarà presidente di Elemedia, società che gestisce le emittenti. L’interesse di Antenna per il settore radiofonico è indicato come uno degli elementi centrali della possibile operazione. Nei giorni precedenti, fonti vicine a Gedi avevano già indicato che le trattative erano in corso e che non esistevano le condizioni per aprire “nuove strade”. Le notizie erano circolate dopo l’indiscrezione su un’offerta formale presentata da Lmdv Capital ai consigli di amministrazione di Gedi e Exor, holding che controlla il gruppo editoriale. Le ricostruzioni parlano di una cifra di 140 milioni di euro, proposta sia da Kyriakou sia da Del Vecchio. La differenza riguarderebbe il perimetro dell’acquisizione: il primo sarebbe interessato soprattutto a Repubblica e alle radio, mentre Del Vecchio avrebbe puntato all’acquisto dell’intero gruppo, compresa La Stampa. Per il quotidiano torinese resterebbe aperta una trattativa separata con il gruppo editoriale Nem, attivo nel Nord-Est. L’eventuale ingresso del gruppo greco potrebbe inoltre richiedere un esame da parte del governo in tema di golden power, con particolare attenzione all’utilizzo delle frequenze radiofoniche, considerate un possibile asset strategico nazionale. Le verifiche riguarderebbero il socio saudita Bin Salman, che, tramite il fondo sovrano Pif, controlla una quota di Antenna. La conferma dell’esistenza delle trattative arriva dopo mesi di indiscrezioni, richieste di chiarimenti e tensioni interne al gruppo editorialmente più grande del Paese. Le redazioni hanno più volte chiesto un incontro con la proprietà per avere informazioni sulla situazione e per conoscere i piani futuri. In un comunicato diffuso il 7 dicembre, i rappresentanti sindacali hanno dichiarato: “È una ennesima umiliazione nei confronti della redazione”, parlando di richieste rimaste senza risposta e ricordando che “da mesi l’azienda ha sempre negato l’esistenza stessa di una trattativa”. (In foto, John Elkann e Theo Kyriakou)

La Stampa, assalto violento in redazione durante lo sciopero dei giornalisti

La Stampa assalto in redazione

Ieri pomeriggio, a Torino, durante la giornata di sciopero generale che aveva portato in strada oltre duemila persone, la redazione della Stampa in via Lugaro è stata presa di mira da un gruppo di manifestanti pro-Palestina, molti dei quali ritenuti dagli inquirenti appartenenti all’area anarchica. L’assalto ha segnato la conclusione del corteo, che intorno alle 13.30 ha deviato il percorso ufficiale: lo “spezzone sociale”, composto da più di duecento persone, invece di dirigersi verso l’Ufficio scolastico regionale ha proseguito lungo corso Stati Uniti, si è inoltrato nel quartiere San Salvario e, correndo attraverso via Rosmini, ha raggiunto la sede del quotidiano. Arrivati davanti all’edificio, i manifestanti hanno lanciato secchi di letame contro i cancelli e imbrattato la facciata di via Lugaro con scritte ostili — “vi restituiamo la merda che offrite ogni giorno”, “Fuck Stampa”, “Free Shahin”. Quest’ultima espressione è un riferimento a Mohamed Shahin, l’imam torinese di San Salvario trattenuto nel Cpr di Caltanissetta, il cui provvedimento di espulsione era stato confermato poche ore prima dalla Corte d’Appello di Torino. Nell’azione, gli attivisti accusavano il giornale di averlo “dipinto come un terrorista” e di “schierarsi sempre dalla parte sbagliata”. Circa cinquanta persone, alcune a volto scoperto e altre col passamontagna, sono riuscite a entrare negli uffici passando dal bar e forzando due porte dell’edificio, senza essere intercettate dalle forze dell’ordine. Le bariste hanno subito avvertito gli intrusi che la redazione era vuota, poiché giornalisti e giornaliste avevano aderito allo sciopero nazionale proclamato dalla Fnsi per il mancato rinnovo del contratto. Nonostante ciò, l’azione è proseguita: una cinquantina di manifestanti ha raggiunto gli spazi redazionali, rovesciando libri, taccuini e documenti, mentre venivano intonati slogan come “Giornalista terrorista, sei il primo della lista”. All’esterno, due attivisti hanno aggredito un operatore che stava documentando il blitz: sono partite minacce di morte e un fumogeno spento è stato lanciato verso l’uomo, senza colpirlo. Il blitz è terminato poco dopo le 14, quando circa cinquanta agenti in tenuta antisommossa sono arrivati in via Rosmini. Non è stato necessario intervenire: gli attivisti hanno scavalcato i cancelli e abbandonato autonomamente la sede del quotidiano. L’inchiesta, affidata alla Digos, ha già portato all’identificazione e alla denuncia di 34 persone. Le reazioni di sostegno sono arrivate subito da più istituzioni e organismi professionali. La Federazione Nazionale della Stampa, l’Ordine dei Giornalisti, la Stampa Subalpina e varie associazioni di categoria hanno fatto sapere di essere vicine ai lavoratori del quotidiano. Il ministro dell’Interno ha condannato il gesto, definendolo “un’azione gravissima e del tutto inaccettabile”, e ha comunicato di aver avviato una verifica su come si siano svolti i fatti. Sono stati segnalati i primi identificati, una trentina, collegati all’area antagonista torinese. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha inviato al direttore Andrea Malaguti un messaggio di solidarietà, condannando l’irruzione come un atto violento contro un luogo di lavoro. Anche il presidente della Regione Piemonte e il sindaco di Torino hanno fatto visita alla redazione offrendo sostegno ai giornalisti. Ulteriori dichiarazioni sono arrivate dalla FNSI, dalla Subalpina e dagli Ordini regionali e nazionali dei giornalisti, che hanno parlato di comportamenti che riportano a metodi del passato e che rischiano di limitare la libertà di stampa attraverso intimidazioni. Le organizzazioni hanno chiesto maggiore vigilanza intorno alle redazioni, ricordando che episodi simili sono già avvenuti in altre città italiane. Solidarietà anche dal Cdr di Repubblica, che ha definito l’irruzione una “pratica squadrista” e ha osservato come l’azione sia avvenuta proprio mentre la categoria scioperava per tutelare diritti e qualità dell’informazione. Il comitato ha inoltre segnalato la necessità di chiarire il ruolo delle forze dell’ordine e le ragioni per cui non sia stato impedito l’accesso alla sede del giornale. Le giornaliste e i giornalisti del Tg3 hanno espresso vicinanza ai colleghi torinesi e hanno chiesto che i responsabili vengano individuati e consegnati alla giustizia, ricordando come episodi di violenza contro chi raccoglie e verifica notizie mettano a rischio i principi che sostengono la democrazia.

Fnsi, il 28 novembre giornalisti in sciopero nazionale per il contratto e chiedere più tutele

Sciopero Fnsi

Venerdì 28 novembre 2025 i giornalisti italiani sciopereranno a Roma per chiedere il rinnovo del contratto nazionale scaduto nel 2016, come comunicato dalla Fnsi, il sindacato di categoria che rappresenta chi lavora nei quotidiani, nelle agenzie, nelle tv, nelle radio e nelle testate online. Giovedì 27 novembre, il giorno precedente allo sciopero, il Consiglio nazionale della Federazione si riunirà in piazza dei Santi Apostoli per avviare ufficialmente la mobilitazione, spiegando ai cittadini perché questa protesta riguarda tutti, anche chi ogni giorno legge o ascolta le notizie. Secondo la Fnsi, servono nuove regole per riconoscere la dignità del lavoro giornalistico, tutelare sia i dipendenti sia i lavoratori autonomi e definire norme chiare sull’uso dell’intelligenza artificiale nelle redazioni, in modo da garantire informazioni controllate e prodotte in modo corretto. Nelle note diffuse dal sindacato si ribadisce che i giornalisti chiedono un contratto adeguato e strumenti che permettano all’informazione di restare libera e affidabile. Per questo la Federazione ricorda la frase espressa nel 2023 dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “il contratto di lavoro dei giornalisti – scaduto ormai da anni – costituisce il primo elemento dell’autonomia della categoria”. La decisione di indire lo sciopero è stata presa all’unanimità dalla Giunta esecutiva della Fnsi, riunita il 12 novembre 2025 a Roma con la Consulta delle Associazioni regionali di Stampa. La protesta coinvolgerà chi applica il contratto Fnsi–Fieg, cioè l’accordo che regola diritti, doveri e tutele della categoria. Il sindacato spiega che senza un contratto aggiornato il lavoro giornalistico rischia di diventare più fragile, e una professione fragile può indebolire anche la qualità delle notizie destinate ai cittadini. Nella mobilitazione, la Fnsi richiama un messaggio semplice e rivolto a tutti: “il nostro lavoro vale”. Il sindacato sostiene che solo con regole chiare e con il riconoscimento del ruolo sociale del giornalismo è possibile garantire un’informazione autonoma e capace di contrastare i contenuti non verificati o manipolati provenienti dai grandi colossi del web.