Giorgia Meloni in visita all’ANSA per gli 80 anni: “Nata il mio stesso giorno”

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha visitato la sede dell’ANSA, in occasione degli 80 anni dell’Agenzia di stampa, fondata il 15 gennaio 1945. La visita si è svolta presso gli uffici romani della redazione, dove la premier ha incontrato il presidente Giulio Anselmi e il direttore Luigi Contu, oltre a numerosi giornalisti presenti nella newsroom. “Sono venuta a testimoniare il rispetto verso un pezzo di storia molto autorevole del giornalismo italiano ma anche il rispetto che nutro, anche da giornalista, nei confronti del vostro modo di fare giornalismo, anche in un mondo che cambia, in cui è sempre più difficile essere veloci mantenendo la serietà, cercando di verificare le notizie. Perché so quanto possa essere difficile”, ha dichiarato Meloni, rivolgendo il suo intervento ai professionisti dell’informazione riuniti nella redazione. Nel corso della visita, la presidente del Consiglio ha rivelato anche una curiosità personale: “Ho scoperto – ha sorriso poi Meloni – che l’ANSA è nata lo stesso giorno (il 15 gennaio) in cui sono nata io, qualche anno più tardi“. L’incontro ha rappresentato un riconoscimento istituzionale del ruolo svolto dall’Agenzia nell’informazione italiana. “L’informazione è un servizio importante per la politica e la democrazia“, ha affermato Meloni, ribadendo l’importanza della verifica delle fonti e della serietà professionale nel lavoro giornalistico. Durante uno scambio di battute informale con la dirigenza dell’Agenzia, Meloni ha sottolineato il valore dell’autorevolezza nella produzione giornalistica: “In questo tempo, con il giornalismo si possono guadagnare lettori con la sensazione o con l’autorevolezza, e mi pare che l’ANSA cerchi di farlo con l’autorevolezza“.
Google, con le AI Overviews crollano i clic ai siti di notizie

Google ha intensificato la diffusione delle sue AI Overviews a partire da maggio 2024 negli Stati Uniti, e nuovi dati rivelano l’impatto diretto sulle abitudini di ricerca degli utenti e sul traffico verso i principali editori digitali. Secondo l’analisi di Similarweb, pubblicata da Press Gazette, i riepiloghi generati dall’intelligenza artificiale di Google stanno alimentando un significativo aumento delle ricerche zero-click, cioè quelle in cui gli utenti non cliccano su alcun risultato esterno, penalizzando così il traffico organico verso i siti di notizie. Nel mese di maggio 2025, Mail Online ha registrato AI Overviews attivati per 32 delle sue 100 parole chiave principali. In questi casi, nel 68,8% delle ricerche gli utenti non hanno effettuato alcun clic, una percentuale superiore alla media complessiva del sito che si attesta al 54,9%. Il trend è stato simile nei mesi precedenti: ad aprile 2025 la percentuale di ricerche zero-click con AI Overview era al 69,2%, a marzo al 71,3%. Quando la funzione è stata introdotta, nel maggio 2024, il tasso era del 48%. Anche altri brand come People.com (40 keyword con AI Overview) e Buzzfeed (36 keyword) hanno sperimentato percentuali simili: People ha registrato un 71,2% di ricerche zero-click con AI Overviews e un 65,6% complessivo. Buzzfeed è passato dal 52,8% al 60,7% complessivo, con un picco del 69,2% nei casi in cui erano presenti riepiloghi IA. Tra i casi più rilevanti figura Ouest France, con un incremento di 14,7 punti percentuali nelle ricerche zero-click in un anno (dal 39,8% al 54,5%). Dati comparabili emergono per MSN.com, cresciuto dal 42,4% al 56,1%. I tassi più elevati di zero-click con AI Overview sono stati osservati sul sito giapponese Livedoor (79,5%), sul russo Komsomolskaya Pravda (79%) e su CBS News (75,1%). Tuttavia, non tutti i 100 principali brand hanno mostrato aumenti: circa un quarto ha visto diminuire le ricerche senza clic e 35 hanno registrato meno zero-click in presenza delle panoramiche AI rispetto alla media. Secondo Similarweb, la media globale delle ricerche di notizie senza clic su Google è salita dal 56% al 69% in un anno. Questo dato indica un cambiamento significativo nel comportamento degli utenti, che tendono sempre più a ottenere le risposte direttamente nella pagina dei risultati. Contestualmente, il traffico organico verso i siti editoriali è sceso da oltre 2,3 miliardi di visite al picco a meno di 1,7 miliardi. Una denuncia è stata presentata alla Competition and Markets Authority del Regno Unito, in cui si accusa Google di utilizzare contenuti degli editori per alimentare le AI Overviews senza offrire un’opzione concreta per rinunciare. Secondo la denuncia, rifiutare lo scraping equivale a sparire dai risultati di ricerca, salvo accettare il formato “no snippet”, considerato meno efficace. Un portavoce di Google ha dichiarato la scorsa settimana: “Più di qualsiasi altra azienda, Google dà priorità all’invio di traffico verso il web e ogni giorno inviamo miliardi di clic sui siti web. Le nuove esperienze di intelligenza artificiale nella Ricerca consentono alle persone di porre ancora più domande, creando nuove opportunità di scoperta di contenuti e aziende. Gli editori hanno il controllo su quali contenuti appaiono nella Ricerca, incluse le Panoramiche basate sull’intelligenza artificiale”. Negli Stati Uniti, i dati mostrano che il tasso di ricerche zero-click per i principali siti di notizie è aumentato dal 52,8% al 55,2%. Tra i brand con più AI Overviews a maggio: Us Weekly (40), Mail Online (39), Buzzfeed (36), People (32), Men’s Journal (31) e Mirror US (30). Le testate con i tassi più alti di zero-click in presenza di panoramiche AI includono The Gateway Pundit (88,3%), Yahoo News (78%) e Politico (77,1%). Alcune, come Yahoo News, hanno mostrato una marcata differenza tra le ricerche zero-click con AI Overview (78%) e quelle complessive (51%). Il marchio con la maggiore variazione nell’ultimo anno è il Farmingdale Observer, che ha visto aumentare il tasso di zero-click dal 40,9% al 71,7%. Tra le testate con redazioni statunitensi, l’Independent è passato dal 52,4% al 63,6%. In controtendenza, il New York Times ha registrato un tasso inferiore di zero-click quando erano presenti AI Overview (25,2%) rispetto alla media complessiva (40,1%), sebbene i casi rilevati fossero limitati a sei parole chiave. Google ha affermato di non attivare le AI Overviews per le query di notizie concrete, il che spiegherebbe perché i contenuti lifestyle o evergreen sono più esposti. Nove siti tra i top 100 negli Stati Uniti, tra cui Yahoo Finance e Breitbart, non hanno attivato alcuna panoramica AI su keyword principali. Parallelamente, Similarweb ha registrato una crescita significativa nell’utilizzo di ChatGPT per le notizie, con un aumento del 212% tra gennaio 2024 e maggio 2025 nelle query informative, mentre le ricerche su Google sono calate del 5%. A maggio 2025, ChatGPT ha raggiunto 60,2 milioni di utenti unici sul web e 46,6 milioni tramite app. Tra i siti che ricevono più traffico da ChatGPT figurano Reuters, Business Insider, Wall Street Journal e Forbes, trainati dall’interesse per aggiornamenti finanziari e di mercato in tempo reale.
Editori denunciano Google alla Commissione Europea: “L’IA ci toglie lettori”

Il 30 giugno 2025, l’Independent Publishers Alliance ha presentato un reclamo antitrust alla Commissione Europea contro Google, accusando l’azienda di abuso di posizione dominante nell’ambito dei servizi di ricerca online basati su intelligenza artificiale. Secondo il documento visionato da Reuters, il colosso tecnologico utilizzerebbe indebitamente i contenuti editoriali per generare le cosiddette Panoramiche AI, ossia riepiloghi automatici mostrati in cima ai risultati di ricerca, a scapito dei link originali degli editori. La denuncia, firmata anche da Foxglove Legal Community Interest Company e Movement for an Open Web, include la richiesta di una misura provvisoria per evitare danni considerati “gravi e irreparabili” all’intero comparto editoriale. Le Panoramiche AI di Google sono attive in oltre 100 paesi e, dal maggio scorso, includono anche contenuti pubblicitari. Secondo i firmatari, la funzione consente all’azienda di sintetizzare risposte utilizzando materiale prelevato dai siti web senza che gli editori possano opporsi, se non rinunciando alla propria presenza nella pagina dei risultati. “Il principale motore di ricerca di Google sta utilizzando in modo improprio i contenuti web per le panoramiche AI di Google nella Ricerca Google, il che ha causato e continua a causare danni significativi agli editori, compresi quelli di notizie, in termini di traffico, lettori e perdite di fatturato”, si legge nel reclamo ufficiale. La coalizione ritiene che il posizionamento prioritario dei riepiloghi generati dall’IA produca una distorsione della concorrenza, in quanto riduce la visibilità dei contenuti originali a vantaggio di un prodotto interno a Google. Inoltre, viene segnalata l’impossibilità per gli editori di escludersi dall’uso dei propri dati nei modelli linguistici IA senza subire penalizzazioni in termini di indicizzazione. “Gli editori che utilizzano la Ricerca Google non hanno la possibilità di scegliere di non far sì che il loro materiale venga acquisito per l’addestramento del modello linguistico di grandi dimensioni dell’intelligenza artificiale di Google e/o che venga scansionato per i riepiloghi, senza perdere la possibilità di comparire nella pagina dei risultati di ricerca generali di Google”, prosegue la nota. Google ha replicato che le sue innovazioni IA incrementano il numero di ricerche e creano nuove opportunità di traffico per i siti web. “Le nuove esperienze di intelligenza artificiale nella Ricerca consentono alle persone di porre ancora più domande, creando nuove opportunità di scoperta di contenuti e aziende”, ha dichiarato un portavoce. L’azienda ha inoltre sottolineato di inviare ogni giorno miliardi di clic ai contenuti dei siti partner, e ha contestato la fondatezza dei dati forniti dai ricorrenti, ritenuti “altamente incompleti e distorti”. Il sito dell’Independent Publishers Alliance descrive l’organizzazione come una comunità non profit a sostegno degli editori indipendenti, senza però elencarne i membri. Tra i promotori dell’azione figura Foxglove, gruppo britannico che si occupa di giustizia digitale. La direttrice esecutiva Rosa Curling ha dichiarato: “Le notizie indipendenti si trovano ad affrontare una minaccia esistenziale: le panoramiche basate sull’intelligenza artificiale di Google. Ecco perché con questa denuncia, Foxglove e i nostri partner stanno sollecitando la Commissione europea, insieme ad altri enti regolatori in tutto il mondo, a prendere posizione e consentire al giornalismo indipendente di non partecipare”. Un reclamo analogo è stato presentato anche all’Autorità garante della concorrenza del Regno Unito, che ha confermato di aver ricevuto la segnalazione. La Commissione Europea, invece, ha rifiutato di commentare ufficialmente. La vicenda europea si inserisce in un contesto globale in cui crescono i contenziosi contro i modelli di intelligenza artificiale generativa, in particolare quando si fondano su contenuti prelevati senza consenso. Un caso simile è stato avviato negli Stati Uniti da Chegg, azienda statunitense di formazione online, che ha intentato una causa federale contro Google, sostenendo che le Panoramiche AI mostrate nei risultati di ricerca abbiano danneggiato il traffico e i ricavi della società. Le sintesi automatiche generate da Google sarebbero infatti costruite anche a partire dai contenuti proprietari di Chegg, senza attribuzione né compenso, penalizzando la visibilità dell’azienda nei risultati di ricerca. Secondo il CEO Nathan Schultz, Google “raccoglie i benefici finanziari dei contenuti di Chegg senza dover spendere un centesimo“, sfruttando la sua posizione dominante. La causa cita le sezioni 1 e 2 dello Sherman Antitrust Act, e arriva in un contesto di difficoltà economiche per Chegg, che ha registrato un calo del 24% nel fatturato annuo del quarto trimestre e una perdita netta di 6,1 milioni di dollari. Nonostante la controversia, Chegg ha avviato collaborazioni con OpenAI, Meta, Anthropic e Mistral per sviluppare strumenti didattici basati su intelligenza artificiale, registrando 3,6 milioni di abbonati, in calo del 21%. Google, da parte sua, ha dichiarato che le Panoramiche AI “indirizzano traffico a una maggiore diversità di siti”, aggiungendo che ogni giorno invia “miliardi di clic” a siti web in tutto il mondo. Nel ricorso, Chegg sottolinea che la propria banca dati da 135 milioni di domande e risposte sarebbe stata impiegata per addestrare i modelli di Google, e allega uno screenshot in cui una risposta generata dall’AI riprende il contenuto del sito Chegg, senza però accreditarlo. L’azienda fa inoltre riferimento a una precedente sentenza federale del 2023 che ha riconosciuto il monopolio di Google nella ricerca online, in seguito a un’azione del Dipartimento di Giustizia.
Facebook condannata per le foto di Oriana Fallaci: multa da 151mila euro per violazione del copyright

Il Tribunale di Torino ha condannato Meta, società madre di Facebook, al pagamento di 151.000 euro per violazione del diritto d’autore, accertando la diffusione non autorizzata di 54 fotografie realizzate dal fotoreporter Gianni Minischetti alla giornalista Oriana Fallaci. Le immagini, pubblicate e condivise migliaia di volte sulla piattaforma, erano state più volte segnalate senza che venisse effettuata la loro rimozione. Secondo i giudici, Facebook ha tratto profitto dall’illecita circolazione dei contenuti, ospitati sui propri server e rilanciati dagli utenti in modo virale. La sentenza arriva dopo un procedimento avviato dal fotografo, che si è affidato agli avvocati Giovanni Manganaro, Nicola Gianaria, Fabrizio Lala ed Enrico Chiarello, contestando la mancata tutela delle proprie opere. Tra le fotografie oggetto del giudizio figura anche il celebre scatto di Oriana Fallaci con le Torri Gemelle sullo sfondo, utilizzato in rete anche a scopi satirici, celebrativi e critici. In totale, la diffusione documentata ha superato le 1.045 condivisioni dal 2022, ma l’autore sostiene che il fenomeno sia attivo da oltre un decennio: “Io è dal 2013 che gli segnalo il problema con lettere dagli avvocati e diffide”, ha dichiarato Minischetti. “C’è addirittura una mail in risposta da Facebook dove dicono ‘siamo prontamente a rimuoverle’. Dopodiché non si sono più fatti sentire”. La linea difensiva di Meta ha sostenuto che gli utenti abbiano agito senza scopo di lucro, invocando libertà di espressione e diritto di cronaca. Per estensione, l’azienda ha negato di aver ottenuto vantaggi economici dalla condivisione, posizione contestata dalla parte attrice. “Dire che la partecipazione dell’utente non sia fonte di diretto guadagno per Meta è un falso storico”, ha commentato l’avvocato Manganaro. La profilazione dei dati, le interazioni elevate e la conseguente monetizzazione con gli inserzionisti pubblicitari rappresentano, secondo i legali, prove indirette dei benefici economici ricavati dalla piattaforma. Nel 2021, il Consiglio di Stato ha già sanzionato Meta per aver promosso servizi “gratuiti” senza indicare chiaramente che i dati degli utenti venivano sfruttati a fini commerciali. Sul fronte fiscale, la Procura di Milano ha aperto un’indagine contro Meta per un’evasione stimata in 4 miliardi di euro, legata proprio alla monetizzazione indiretta dei servizi digitali. Il tribunale ha inoltre stabilito che Facebook, in qualità di fornitore di servizi, ha l’obbligo – secondo la direttiva sul commercio elettronico – di eliminare tempestivamente i contenuti illeciti una volta segnalati. In questo caso, la rimozione è avvenuta solo dopo l’avvio del processo e come “atto di prudenza”. La sentenza impone ora il divieto assoluto di caricamento o condivisione delle fotografie in questione; in caso di violazione, è prevista una sanzione di 100 euro per ogni giorno di permanenza dei contenuti online. Nel corso del dibattimento, è emerso che alcune immagini risultano ancora attive. “Sostengono che servono agli utenti per socializzare tra di loro. Con le mie fotografie devono socializzare?”, ha dichiarato Minischetti, criticando la deturpazione dei suoi lavori: “Le hanno tutte storpiate, tagliate, gli hanno aggiunto delle scritte ignobili. Un massacro totale. E alla fine chi ci ha guadagnato? Meta”. La sentenza si inserisce in un contesto europeo complesso, in cui le Big Tech stanno esercitando pressioni politiche per evitare l’introduzione della cosiddetta digital tax e l’applicazione delle normative del GDPR e dell’AI Act. Secondo i legali, il verdetto italiano rappresenta un precedente significativo, dal momento che storicamente le multinazionali preferiscono risolvere simili controversie tramite accordi extragiudiziali. “Mette i server provider in uno stato di maggiore attenzione”, ha dichiarato Manganaro, sottolineando che “non basta più dire ‘lo ha caricato qualcun altro’”. Al momento, Meta non ha impugnato la sentenza né ha annunciato ricorso. Il caso potrebbe dunque costituire una base per azioni legali analoghe da parte di altri autori, rilanciando il dibattito sulla tutela del diritto d’autore nel digitale.